Yamaha reface DX – La sintesi FM torna protagonista

yamaha reface dx

Yamaha ha avuto un ruolo pionieristico nella diffusione commerciale della sintesi FM. Nata negli anni Settanta dagli studi di John Chowning presso la Stanford University, ha completamente stravolto e poi quasi monopolizzato il suono degli anni Ottanta, grazie alla serie Yamaha DX. Una vera e propria meteora che già dagli anni Novanta ha cominciato a perdere popolarità e, fino a oggi, non ha più visto synth incentrati solo su questo tipo di sintesi, se non in ambito software.

Dopo tanti anni Yamaha riprende la serie DX con il reface DX, uno strumento che non vuole essere solo la miniatura nostalgica dei vecchi classici, ma offre alcune novità interessanti.

L’interfaccia è stata rimodernata e semplificata per rendere la sintesi FM il più possibile accessibile a tutti. Una superficie multi-touch permette di controllare fino a quattro parametri contemporaneamente, i cui valori sono sempre visibili sullo schermo LCD. Questo, inoltre, può mostrare lo schema dell’algoritmo in uso, la rappresentazione grafica dell’inviluppo, la forma d’onda dell’LFO ecc. Tutto un altro mondo rispetto al display da due righe e 16 caratteri del DX7.

A livello sonoro la grande novità è l’implementazione di un percorso di feedback, indipendente per ogni operatore, sia portante sia modulante. Questo agisce in modo continuo con valori che vanno da + 64 a – 64 in modo da trasformare progressivamente l’onda sinusoidale di base verso una dente di sega o una quadra (sul DX7 originale il feedback era applicabile su un solo operatore e con valori da 0 a + 7).

L’architettura sonora del reface DX si basa su quattro operatori con 12 algoritmi (combinazioni) e una polifonia di otto voci (stessa impostazione dei modelli più economici come il DX21 e il DX100, mentre il DX7 aveva sei operatori e 16 voci di polifonia). Può essere usato anche come monofonico coi classici effetti legato e portamento. Per ogni operatore è possibile modificare la frequenza (fissa o controllata dalla tastiera), il feedback e il livello (volume nei portanti, quantità di modulazione nei modulanti). Tramite il menu Edit si gestiscono i generatori di inviluppo (EG) e l’LFO. Ci sono due EG, uno che interviene sul livello (è indipendente per ogni operatore e può essere regolato a seconda della zona della tastiera suonata) e uno sulla frequenza (uno generale da attivare o disattivare sui singoli operatori).

L’LFO ha sette forme d’onda, di cui ben due versioni della S&H, e può essere applicato al livello, alla frequenza o a entrambi. Sempre all’interno del menu Edit, sono molto comodi i tasti OP 1, OP 2, OP 3 e OP 4, che permettono di avere una visione globale e sintetica di ogni operatore, mostrandone i parametri fondamentali e con la possibilità di modificarli direttamente da lì. Gli effetti a disposizione sono sette, con la possibilità di usarne due contemporaneamente. È presente un ingresso Aux In che permette solo di ascoltare e non di modificare segnali esterni.

Il test

A livello strutturale il reface DX mantiene le stesse caratteristiche degli altri strumenti della serie. Dimensioni e peso ridotti al minimo, telaio in plastica, ma solido, altoparlanti integrati e alimentazione a batteria lo rendono perfettamente adatto a essere portato in giro. La mini-tastiera ha una buona meccanica e risponde bene alla velocity. Purtroppo manca la Mod Wheel, un’assenza non fondamentale, ma che si fa sentire, soprattutto in esecuzione. Per quanto riguarda l’interfaccia, il lavoro svolto per rendere più agevole l’approccio alla sintesi FM ha centrato in pieno l’obiettivo. Certo è un tipo di sintesi complicato di per sé, e quello rimane, ma con il reface DX anche chi non ne capisce realmente il funzionamento riuscirà a modificare i suoni e trovare qualcosa di interessante. Chi invece è determinato a imparare avrà tra le mani un’ottima palestra. La superficie multi-touch risponde perfettamente, si può usare scorrendo le dita (con un comportamento simile a quello dei tablet), toccando o tenendo premuto. Contemporaneamente tutte le funzioni sono rappresentate sempre in maniera chiara e ordinata sul display. Il suono è impeccabile e non lascerà deluso chi già ama questo tipo di sintesi. La qualità è buona e, oltre ai suoni diventati ormai dei classici, impressiona la grande varietà di timbri ottenibili. Grazie alle ampie possibilità di modulazione si creano con facilità sonorità complesse e ricche di sfumature sia per quanto riguarda i pad e i suoni d’atmosfera, sia per bassi e lead aggressivi. A tutto questo dobbiamo aggiungere una sezione effetti che suona bene e riesce a valorizzare il suono. La polifonia ridotta a otto voci non è un problema con la tastiera integrata, mentre può essere un limite quando si usa il reface DX come semplice modulo. Il loop sequencer funziona bene, si può usare con o senza metronomo ed è facile da controllare grazie alla superficie touch. Peccato che registri solo gli eventi MIDI, quindi, con il cambio di preset, cambia anche il suono del loop, non potendo così sovraincidere suoni diversi. I preset inclusi sono 32, non molti calcolando che per salvare i propri bisogna sacrificare quelli di fabbrica, e che le possibilità sonore sono vaste. Fortunatamente è possibile ripristinare in ogni momento tutti i preset originali.

Conclusioni

Lo Yamaha reface DX è un synth che sorprende per qualità e quantità di timbri. I vecchi affezionati della sintesi FM saranno soddisfatti, mentre le nuove leve potranno appassionarsi facilmente anche grazie a un’interfaccia e una gestione semplificate. Il formato mini è discutibile, ma la portabilità è sicuramente un punto di forza dello strumento. Non resta che provare con mano e perdersi in ardite modulazioni.

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