— Giulio Curiel

[quote_box_center]Di string machine non se ne vedevano da qualche decina d’anni: strumenti basati su una tecnologia primitiva eppure capace di sonorità evocative e coinvolgenti, erano alla base del rock progressivo, della new wave, della prima disco elettronica. Waldorf le fa rinascere con questo incredibile Streichfett.[/quote_box_center] [su_slider source=”media: 770,771,775,774,773,772,776″ link=”lightbox”] [su_dropcap size=”5″]L[/su_dropcap]a string machine (o “tastiera violini” come preferivamo chiamarla in Italia) era un oggetto sonoro molto popolare negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta: come il suo nome esplicita, era una macchina dedicata a riprodurre i suoni d’archi (strings), ovvero le sezioni d’archi orchestrali che così tanto venivano allora impiegate anche negli arrangiamenti pop. La similitudine con il timbro degli archi reali era piuttosto pallida e – come tutti i suoni elettronici nati per imitare quelli reali – ben presto anche quello della string machine divenne un classico in sé, un canone sonoro autonomo slegato dal riferimento acustico. La tecnologia su cui le string machine si basavano era quella sviluppata inizialmente per gli organi elettronici da casa: un unico oscillatore generava la nota di frequenza più elevata di cui la macchina era capace. Un chip specializzato divideva poi tale nota nei 12 gradi della scala cromatica. Tramite questa prima divisione si otteneva l’intera ottava più alta del sistema, e poi ciascuna nota veniva ulteriormente divisa per multipli di due in modo da ricavare le note omonime delle ottave più basse. In tal modo era possibile avere una polifonia totale pur partendo da un solo oscillatore, ma a prezzo di macchine zeppe di componenti! Il suono ottenuto era tuttavia una waveform semplice, elementare e ben poco coinvolgente. Ecco dunque che al “reparto oscillatori” venivano in soccorso semplicissimi generatori di inviluppo (in genere articolati sui soli stadi di attack e release, magari denominati diversamente), la possibilità di sommare più ottave, qualche blando filtraggio sottrattivo ma soprattutto lei, la sezione regina: quella degli effetti! Era infatti grazie a linee di ritardo costruite intorno ai chip in tecnologia Bucket Brigade Device (BBD) che venivano generati chorus, phaser ed ensemble (un fritto misto di modulazioni temporali incrociate. Con essi il suono delle string machine sbocciava, esplodeva in un fiore grande, affascinante e dal profumo inebriante. Fuor di metafora il timbro diventava infatti improvvisamente ricco, pieno di animazione e perfettamente in grado di tener su un arrangiamento al solo abbozzo di qualche semplice accordo. I costruttori di queste macchine erano gli stessi che realizzavano organi elettronici domestici e poiché in quel comparto gli italiani delle Marche erano allora maestri, ecco che molte string machine provenivano proprio dalla costa adriatica dell’Italia centrale. Tornano alla mente i nomi di Crumar, Elka, Logan, Siel, ma poi anche grandi firme straniere quali ARP, Korg, Roland, Yamaha e quella della specialista olandese Solina, per molto tempo sinonimo di string machine. All’inizio degli anni Ottanta la tecnologia a divisione di frequenza, complessa e timbricamente poco versatile, venne abbandonata e i costruttori si riversarono in massa sui sintetizzatori analogici polifonici. Per realizzare effetti di chorus ed ensemble alcuni di essi montavano gli stessi chip BBD che erano stati impiegati sulle “tastiere violini”. Grazie a tale effettistica bastava schierare un VCO impostato su sawtooth o su una quadra in PWM, il filtro tutto aperto e l’inviluppo settato con un po’ di attack e di release, ed ecco che il tipico suono di strings veniva replicato con discreta approssimazione. Le string machine andarono così rapidamente ad estinzione e nessuno ne produsse più per decenni, anche a causa della cessata fabbricazione dei chip a divisione di frequenza e BBD su cui si basavano. Con una mossa a sorpresa la tedesca Waldorf, da qualche anno operante sul mercato con vitalità e fantasia rinnovate, ha presentato uno strumento che intende replicare modalità operative, suono e feeling tipico delle macchine di allora. Il costruttore tedesco ha quindi scelto di sviluppare una sintesi ad hoc per emulare il suono caratteristico delle string machine analogiche e per farlo è ricorso a una tecnologia digitale basata sull’uso di un processore ARM Cortex STM32F303 opportunamente programmato. Il risultato è un’unità compatta e pesante meno di un kg, ma capace di generare due distinte sezioni timbriche e una completa sezione effetti. Streichfett è infatti alloggiato in un contenitore da tavolo dello stesso form factor già impiegato per il monosynth ibrido Rocket e per il filtro analogico 2-pole, dispone sul pannello superiore di numerosi controlli fisici per elaborare la timbrica senza l’uso di menu o display e alloggia tutti i connettori sul retro. Le due citate sezioni timbriche, pensate per lavorare sia in alternativa che in parallelo, sono denominate Strings e Solo. La parte Strings ha polifonia di 128 note ed è ovviamente destinata alla replica dei suoni di “tastiera violini” propriamente detti. Solo invece è, a dispetto del nome, polifonica a otto voci e intende replicare quelle sezioni synth un po’ semplificate che alcune delle più evolute macchine vintage montavano in parallelo alla generazione per divisione di frequenza. Il pannello è organizzato con gli Strings sulla sinistra e Solo sulla destra: in mezzo una manopola Balance che per rotazioni estreme lascia passare il segnale di una sola delle due sezioni, mentre per posizioni intermedie ne permette il mixaggio. Andando nel dettaglio dei comandi, la parte Strings conta anzitutto su una manopola Registration che modifica il timbro della sezione. Essa opera in maniera continua, modificando gradualmente la waveform, le formanti generate, il mix con suboscillatori: le varie scritte Violin, Viola, Cello, Brass, Organ, Choir che si riscontrano lungo la sua corsa hanno valore poco più che indicativo e intendono replicare proprio il comportamento delle string machine citate, che impiegavano una tecnologia ove la variazione timbrica non era mai capace di stravolgere il suono di base del generatore. In Streichfett vi è la possibilità di ulteriori interventi attraverso i comandi di inviluppo (una regolazione del tempo di attacco qui denominata Crescendo, e una di rilascio), una levetta per impostare il generatore a 16’, 8’ o un mix di entrambe le ottave, e soprattutto una prima sezione effetti. Questa viene attivata con il pulsante illuminato Ensemble e poi viene impostata con un deviatore a tre posizioni denominate String (il classico effetto ensemble), Chorus e Both. Per l’ottenimento di suoni di string machine propriamente detti l’attivazione di questa sezione è tassativa perché altrimenti, proprio come negli strumenti di riferimento, il suono diventa molto “dritto” e statico. Andiamo ora all’altra sezione, quella denominata Solo: qui una seconda manopola timbrica a rotazione continua denominata Tone provvede a forgiare il timbro della parte in maniera analoga a quanto fa il controllo Registration per gli Strings. In questo caso le posizioni della manopola sono Bass, E-Piano, Clavi, Synth, Pluto. Le modifiche timbriche apportabili si ottengono con un comando Tremolo che regola contemporaneamente velocità e profondità di tale effetto in stereofonia, nonché con un inviluppo a due comandi (Attack e Decay/Release). Attack controlla il normale tempo di onset dell’inviluppo ma per il primo terzo della sua corsa dosa anche un effetto di percussione che diminuisce man mano che la si ruota in senso orario. Tal effetto inserisce un transiente di attacco al suono che aiuta a meglio identificare i Note On nel mix. La seconda manopola dell’inviluppo può avere funzioni di Decay o Release a seconda che un deviatore a levetta lo faccia funzionare in modalità percussiva o in modalità sustaining. In questo secondo caso l’inviluppo si assesta sul livello di Sustain finché si mantiene premuta la nota, mentre il Release gestisce la durata della sua coda dopo il rilascio del tasto. Va notato che la sezione Solo è sì dosabile nel mix di uscita con la citata manopola Balance, ma tramite un apposito selettore Split vi sono ulteriori opzioni. Solo può infatti essere indirizzata a tutta la tastiera (Layer) oppure a una delle sue due metà (Low e High). In questa maniera, Solo può essere utilizzata in Streichfett per esempio per fare la parte dei bassi (Split impostato su Low), per fare una parte solista da suonare con la mano destra mentre la sinistra gestisce accordi nella sezione Strings (Split impostato su High), o infine con le due sezioni effettivamente in Layer per aggiungere magari una componente percussiva ai “violini” e far uscire così meglio le articolazioni e gli accordi marcandoli al momento del loro onset. Il punto di Split è impostabile a piacere dall’utente premendo una nota di tastiera mentre si sposta la relativa levetta. Una volta che le due sezioni della macchina sono state combinate, il suono complessivo si avvia all’uscita. Prima però “si ferma” in una sezione effetti a tre stadi indipendenti. Per controllare il tutto c’è una sola manopola laconicamente denominata Depth, ma con essa si fa tutto: posizionato il selettore su Animate con essa si dosa un LFO che modula la posizione del comando Registration della sola sezione Strings, agendo contemporaneamente su velocità e profondità. Si sposta quindi il selettore su Phaser ed ecco che sempre con la stessa manopola si possono dosare profondità, velocità e feedback di questo effetto applicato a entrambe le sezioni. Spostata infine la levetta su Reverb, si dosano con Depth il rapporto Wet/Dry, la dimensione dell’ambiente e lo smorzamento del riverbero, ancora applicato a entrambe le sezioni. In aggiunta ai tre effetti vi è anche una funzione Vibrato “nascosta”, ma nascosta mica tanto: sul pannello della macchina non ve ne è traccia, ma basta alzare la modulation wheel della master keyboard collegata per far entrare una modulazione sia su Strings che su Solo che aumenta in intensità e velocità man mano che si spinge più in alto la ruota. Il Vibrato settato con la wheel viene poi memorizzato nelle patch e diventa a tutti gli effetti impostazione della catena di generazione. Come ben si vede i comandi di Streichfett sono assolutamente inusuali e, anche se la loro articolazione può destare qualche perplessità in chi è abituato a pensare in modalità “one knob per function” (ovvero una manopola per funzione), Waldorf ha evidentemente voluto implementarli così per restare fedele alle modalità operative delle vecchie string machine e nel contempo per concentrare tutto su un pannello quadrato di 18,5 cm di lato. A proposito, su di esso vi sono anche 12 memorie, organizzate su quattro pulsanti 1/2/3/4 e una levetta con tre Bank A/B/C. Basta premere e trattenere un pulsante finché lampeggia, scegliere il Bank, et voilà il suono in quel momento impostato viene memorizzato. Uno sguardo infine al retro della piccola unità: vi troviamo un’uscita stereo su jack (ma si può lavorare anche in mono uscendo dalla sola porta Right), la presa cuffia su mini-jack (scelta discutibile per uno strumento, ma evidente segno dei tempi), le porte MIDI In e Out e una porta USB. Essa può configurarsi sia come MIDI over USB, che come semplice porta di alimentazione: Streichfett non ha infatti una presa di alimentazione dedicata e trae l’energia elettrica necessaria a funzionare direttamente dal bus USB del computer cui è collegato, oppure tramite un alimentatore USB fornito in dotazione nel caso per controllarlo si impieghino le porte MIDI su DIN.

Il test

Streichfett pare una macchina semplice, ma come vi avranno fatto capire le particolarità del sistema di generazione sonora evidenziate nel test, così non è. Occorre entrare nella mentalità volutamente “vintage” del progetto: nelle string machine di un tempo avevi pochi comandi e anche quelli, a girarli tutti, non è che cambiavano il suono in maniera netta come può fare un selettore di waveform in un synth a VCO. Qui c’è anzitutto da prendere confidenza con la manopola Registration della sezione Strings. Essa va dosata con attenzione per trovare lo “sweet spot” del suono che interessa: la giri e ti cambia un po’ tutto, anche per piccole variazioni. Si modificano il mix delle varie componenti armoniche, le formanti, la waveform… All’inizio la cosa disorienta un po’ ma ben presto la si trova stimolante. Vi è poi da considerare la profonda interazione dei vari controlli perché in Strings il selettore di ottava, la Registration e le tre posizioni dell’Ensemble contribuiscono tutti a definire la timbrica di base. Bisogna quindi giocare con tutti loro per arrivare al suono desiderato. Anche il Phaser della sezione effetti può entrare pesantemente in gioco nello scolpire la timbrica degli Strings, mentre l’Animator ci impressiona poco a causa della sua azione un po’ troppo marcata e nel contempo non particolarmente raffinata sul suono. Bello invece l’apporto del riverbero, assolutamente da integrare nel suono per ottenere un’ambienza vintage che si fonde alla perfezione in un tutt’uno con la generazione della macchina. Spostandoci verso la sezione Solo, anche qui c’è la necessità di capire bene come cambia il suono girando il pomello Tone. Esso abbassa il generatore di un’ottava nell’impostazione Bass e poi gradualmente muta la waveform per le altre posizioni. Il Tremolo va dosato con attenzione per evitare movimenti troppo violenti, mentre molto interessante è la componente percussiva dell’Attack. Complessivamente la sensazione di chi scrive è che la timbrica di Streichfett debba essere cercata soprattutto nella sezione Strings, e che Solo serva per diversificarla, rinforzarla e mettere a fuoco i fraseggi (magari con la appena descritta percussione), oppure per suonare parti soliste in split. Non aspettatevi comunque che Streichfett possa fornire decine e decine di suoni radicalmente diversi, piuttosto differenti “sapori” di un’unica famiglia di suoni che cambiano gradualmente al ruotare dei pomelli, in modalità più alchemica che tecnologica. Anche in questo la macchina Waldorf si dimostra fedele allo spirito vintage: oggi noi mitizziamo le string machine del passato, dimenticandoci spesso che producevano due suoni in croce e che quanto sentiamo nei dischi derivava anche da pesanti equalizzazioni, ulteriori modulazioni con effetti esterni e magari combinazioni con altri strumenti in layer. Streichfett è fedele proprio a questa impostazione e fa straordinariamente bene il suo lavoro, con un timbro affascinante, cangiante, presente. Talvolta non è facilissimo domarlo, ma se il classico suono di Strings vi piace e lo volete nella vostra musica, è una scelta assolutamente imperdibile. Cosa importante, il timbro che esce dalla macchina è già molto “pronto”, finito e ben poco bisognoso di altri interventi. Infine, un suggerimento: alimentando Streichfett tramite il bus USB di alcuni computer dall’alimentazione non pulitissima, in audio potreste ritrovarvi con un po’ di rumore digitale di troppo. In questi casi il problema si risolve alimentando il Waldorf col suo alimentatore in dotazione ed entrando in MIDI attraverso i connettori DIN, oppure usando un hub USB autoalimentato e magari con optoisolatore.

Conclusioni

Waldorf Streichfett è uno strumento unico nel panorama odierno: fornisce suoni di string machine di eccellente qualità, con un’elevata personalità e un ottimo potenziale di esplorazione. Diecimila volte più immediato, creativo e bensuonante di strumenti a campionamento, può essere il sapore che mancava in molti generi che ripropongono lo spirito progressive in maniera aggiornata, mentre diventerà un’arma semplicemente insostituibile nell’arsenale di chi fa rock romantico o psichedelico. Infine, sarà a casa propria in tutti quei generi elettronici che passano dai Kraftwerk e da Moroder per arrivare alla nu-disco. Il tutto a un prezzo davvero imbattibile.

Midiware

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285,48 Euro  Iva compresa

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Strumenti Musicali n. 6 — Dicembre 2014

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