L’arpa e la porta dell’immaginazione

[quote_box_center]Vero simbolo dell’arpa celtica in Italia, musicista e compositore ispirato, dotato di un tocco magico ed espressivo, Vincenzo Zitello ci parla del suo strumento, approfondendone le caratteristiche principali, la storia così come la tecnica e il suo utilizzo. Per farlo ci racconta dei suoi ultimi lavori: “Infinito” e “Talismano”.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

PH Emilio Carini

[su_dropcap style=”flat” size=”4″]L[/su_dropcap]e stagioni e gli elementi sono il tema della sua ultima fatica discografica, “Infinito”, che Vincenzo Zitello dipinge con il suono prezioso e curato fin nei minimi particolari della sua arpa. Lui la definisce “una porta per accedere all’immaginazione”, dove l’aspetto spirituale e interiore prevale, diventando un ponte che conduce alla creazione di nuova musica. Una musica, la sua, carica di connotazioni fortemente melodiche, ma che ricerca anche la sorpresa, l’incanto, come quando Vincenzo si esibisce con due arpe in contemporanea nel brano Gaelic Raga, arricchendo la sua proposta di suggestive contaminazioni orientali.

Luca Masperone Ci parli del tuo strumento, l’arpa celtica, anche da un punto di vista storico?
Vincenzo Zitello L’arpa è tra i più antichi strumenti a corda e deriva dall’arco musicale. È stata tramandata da Babilonesi e Assiri ad Egizi, Ebrei e Africani, per passare poi a Greci e Romani, infine ai Celti Gaelici, in Irlanda e Scozia, intorno all’anno Mille. La vera arpa celtica ha due caratteristiche che la distinguono dalle arpe più antiche: tutte le sue corde sono in metallo e possiede, oltre alla cassa armonica e alla mensola per le corde, la colonna. La sua rinascita si deve alla Scuola Bretone e precisamente ad Alan Stivell e a suo padre, che hanno ricostruito questo strumento dopo quasi 200 anni d’oblio.

Luca Quali sono le principali differenze rispetto all’arpa classica utilizzata nelle orchestre sinfoniche?
Vincenzo Intanto l’arpa celtica è molto più piccola, più leggera di almeno 20 kg e ha una sonorità maggiormente brillante. Generalmente non possiede più di quattro ottave, mentre quella classica ne ha sei e mezzo, ma la differenza più importante si trova nell’assenza dei pedali per le alterazioni: mentre nell’arpa classica ve ne sono sette (ognuno assegnato ad una nota, con la possibilità di effettuare tre movimenti, corrispondenti alla nota bemolle, naturale e diesis) che agiscono su ogni ottava alterando le corde per creare le varie tonalità, nell’arpa celtica si usano invece delle meccaniche manuali (dette semitoni), che alterano la corda di mezzo tono, una corda alla volta.

Luca Utilizzi sia corde in metallo che in nylon. In cosa differiscono a livello di suono e di approccio?
Vincenzo Possiedono identità ed energie differenti: è un po’ come suonare lo stesso strumento, ma con una tecnica diversa. Ascoltando si potrebbe pensare che lo stile esecutivo sia simile, ma non è così. I suoni prodotti, le suggestioni, gli spunti artistici che offrono i due tipi di corde sono completamente differenti, riescono a creare percorsi ben distinti che allargano gli orizzonti della mia musica.

Luca Pizzichi le corde con le unghie. Quali sono le differenze per quel che riguarda la tecnica e la timbrica rispetto all’uso dei soli polpastrelli?
Vincenzo Nell’arpa classica si utilizzano esclusivamente i polpastrelli, le unghie raramente o soltanto per ottenere effetti particolari. Vale la stessa cosa per le arpe celtiche con corde in nylon, mentre su quelle con corde in metallo le unghie danno una possibilità timbrica ed espressiva maggiore. Tuttavia è molto difficile utilizzarle, perché necessitano di cure e tecniche miste complicate: la cordiera dell’arpa con corde in metallo va da spessori finissimi, ad esempio acciaio “plain” 008, fino a corde enormi da basso “wound” 095. È difficile fare convivere il tutto armoniosamente, lo si fa tra polpastrelli e unghie, ma l’effetto che si riesce ad ottenere è davvero magico ed unico.

Luca Sei un polistrumentista, e nel tuo ultimo disco “Infinito” hai arrangiato e registrato le parti per diversi strumenti oltre all’arpa, in particolare violoncello, viola, violino. Ci parli del lavoro che hai svolto?
Vincenzo “Infinito” mi ha permesso di realizzare un progetto che avevo nell’animo da molti anni. Ho strutturato tutto partendo dall’arpa con le corde in nylon, per poi passare a definire gli spazi e gli arrangiamenti attraverso archi e fiati. È stato un lavoro abbastanza complesso: non c’è nulla di improvvisato, tutto è stato calibrato per condurre l’ascoltatore verso l’evocazione temporale. Tra l’altro, ho potuto rispolverare gli strumenti della mia adolescenza… mi piace riprenderli per me e la mia musica. Nel suonarli, sono arrivato a realizzare tutto quello che immaginavo. Una bella conquista da condividere! Inoltre mi sono avvalso di ospiti d’eccezione: al violino e alla viola Fulvio Renzi, al bandoneón Daniele di Bonaventura, all’oboe e al corno inglese Mario Arcari, alle uilleann pipes Daniele Bicego, al violoncello Yuriko Mikami.

Luca Questo tuo ultimo disco, che hai dedicato alle stagioni e agli elementi naturali, mi sembra più vicino alla musica classica. Come mai questa scelta?
Vincenzo Concordo pienamente: la struttura e le composizioni hanno virato assolutamente verso un paesaggio sonoro “classico”. Le lego ad emozioni consolidate sia culturalmente che poeticamente ed esteticamente al mio percorso musicale, che poggia sulla tradizione europea. Il suono del CD è cameristico o da piccola orchestra, mentre nel contenuto ho voluto sfidare la temporalità, attraverso gli insiemi degli archi e dei fiati. Si tratta di strumenti utilizzati da cinquecento anni per descrivere sensazioni impalpabili, ma se si passa oltre il loro utilizzo “standard” e si cercano strade che possano ampliare le percezioni in modo contemporaneo, allora si aprono a un nuovo suono e a nuove possibilità. Altri punti chiave dell’album sono il mix e la masterizzazione di Stefano Melone.

Luca Il tuo precedente lavoro “Talismano” era per arpa sola ed ispirato alle arie bardiche.
Vincenzo Con “Talismano” avevo voglia di ritornare a far vibrare il pubblico con il suono dell’arpa celtica con le corde in metallo, autentica sonorità antica. È stato davvero come trovare un talismano. Visto che siamo in pochi a utilizzare questo strumento, comporre nuove musiche per rievocare i tre antichi stili bardici mi sembrava una sfida interessante. Anche in questo caso il suono è stato curato in modo eccellente da Stefano Melone.

Luca Come bilanci tradizione e modernità, scrivendo musica nuova per uno strumento antico e ricco di storia?
Vincenzo Per rispondere a questa domanda bisogna posizionare il mio strumento in questo tempo. Le arpe celtiche contemporanee non sono la ricostruzione fedele di quelle antiche, sono come delle “piccole arpe classiche”, così non di rado i generi si contaminano, dando vita ad un’idea romantica di recupero storico. Poco è rimasto della tradizione orale celtica, che si è perduta nel tempo ed è stata ricostruita tramite le fonti letterarie e grazie ai bravi musicisti che hanno saputo riproporre gli antichi temi riarrangiandoli. Io mi trovo a cavallo tra l’innovazione e una libertà poetica immaginaria che trae ispirazione da differenti tradizioni, che vanno dal Mediterraneo all’Irlanda, fino all’Africa e al Sud America. Vedi, noi apparteniamo ad un mondo pieno di suggestioni trasversali, oltre che ad un preciso territorio e a una precisa etnia, questo facilita l’uso di strumenti antichi nei nuovi linguaggi. C’è stato un tempo in cui era molto difficile realizzare questo tipo di approccio, oggi invece tutto è stato “sdoganato” e possiamo trovare molte contaminazioni etniche.

Luca Come avviene la registrazione delle tue arpe, in studio?
Vincenzo Attraverso diversi microfoni Neumann e Schoeps e le sapienti riprese del sempre presente Stefano Melone. Il suo contributo artistico e tecnico è fondamentale per le mie produzioni. Tutti i miei lavori sono realizzati con calma e grande attenzione, cerco sempre di rendere più vive e vere le registrazioni, sono molto interessato alla parte emozionale.

Luca Utilizzi ambienti?
Vincenzo Sì, usiamo riverberi Bricasti M7 e Lexicon.

Luca Ci parli degli strumenti che porti con te in concerto?
Vincenzo Le arpe che uso sono prodotte in Italia da Salvi Harps: sono il modello Egan e il modello Livia. Possiedono un pick-up sotto ogni corda diviso in tre stadi (high/med/low); a questi si aggiunge sulla tavola armonica un pick-up Schertler Arpavox, appositamente studiato e di grande qualità. Sono stato il primo a utilizzarlo e a testarlo quando il suo nome non era ancora stato definito! Uso il mixer Allen & Heath Qu-16. Un’altra cosa fondamentale sono le corde: utilizzo le Galli Strings, secondo me tra le migliori al mondo.

Luca In quali contesti si svolge maggiormente la tua carriera live?
Vincenzo Da molti anni ormai mi esibisco da solo. Il concerto per me ha qualcosa di sacro, è un rito del contatto tra spirito e musica. La mia attenzione è rivolta proprio a portare la platea nella musica, nella poesia. Quando sono in questo stato, mi sento a casa e riesco a far riaffiorare sentimenti unici legati al momento del concerto e a ciò che sto suonando. Mi sento come un equilibrista, sospeso nel tempo tra presente e futuro, in una condizione di continuo divenire. La mia fortuna è anche quella di fare molte esibizioni in luoghi meravigliosi, festival internazionali, luoghi storici, concerti in quota, concerti della notte o dell’alba. Il pubblico è sempre contentissimo, lo spettacolo a volte diventa una festa che dura anche due ore. È un bello scambio di energie.

 

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