Via Zammatà – Il primo lavoro personale di Dweezil Zappa

Sono ormai passati 22 anni dalla scomparsa di Frank Zappa e nel frattempo il mondo musicale lo ha eseguito e omaggiato in tanti modi più o meno riusciti. Tra questi, il figlio Dweezel con il tour decennale “Zappa plays Zappa”, ha contribuito a mantenere viva e a divulgare la musica del funambolico padre.

Alla tenera età di 47 anni, ha finalmente deciso di presentarsi con un lavoro personale: “via Zammatà“, nome della via di Partinico dove sarebbe ubicata la casa natale (abbandonata) del nonno Francesco Zappa. Com’era inevitabile aspettarsi, le influenze del padre sono tante e ampiamente distribuite nel corso dei dodici brani che compongono l’opera; si va dalle influenze dello Zappa strumentale degli anni Settanta (Funky 15), a quelle del periodo di Joe’s Garage (Malkovich), dalle canzoni dissacranti stile Beach Boys anni Sessanta (On Fire), a quelle graffianti degli anni Novanta (Dragon master). I brani risalgono ad epoche diverse, partendo da fine anni Ottanta fino ad oggi e comprendono anche composizioni realizzate in collaborazione con papà Frank (Dragon Master), nonché brani sviluppati negli anni Novanta e Duemila, durante gli interminabili tour.

Secondo l’intenzione di Dweezil, si tratterebbe di un percorso dai primi anni Ottanta, quando ha imbracciato per la prima volta la chitarra, fino ad oggi; ma a noi sembra più una specie di summa delle influenze della musica paterna (e non solo), dagli anni Sessanta ad oggi. Ci sono ad esempio un paio di brani (Truth e l’intro di Rat race), che rimandano chiaramente a influssi beatlesiani, nonostante la rinomata avversione di Frank ai quattro di Liverpool e che suonano strani in tale contesto.

L’andamento del repertorio è molto vario e altalenante: dalla canzonetta leggera stile west-coast alla composizione quasi atonale in tempi dispari; sicuramente Dweezil non si è fatto mancare niente, forse fin troppo. Certamente la dislocazione temporale più che decennale del repertorio non ha favorito l’unità dell’opera, ma quello che più colpisce è la netta e costante influenza della musica paterna negli arrangiamenti, i soli di chitarra, la composizione, le sonorità. Eredità sicuramente pesante, ma che in un musicista quasi cinquantenne ci augureremmo meno ingombrante e indigerita. Oltretutto Dweezil ha una vocalità un po’ nasale e poco incisiva, ben distante dal vocione di Frank, che non lo aiuta e anzi necessita spesso e volentieri di una armonizzazione (elettronica o corale) che vada a completare il timbro vocale. Nei soli di chitarra poi, sembra di ascoltare un allievo un po’ scolastico del grande Frank; essenzialmente manca la sua cattiveria e bizzarria nelle invenzioni ritmico-melodiche.

Se non ci fosse stato l’esimio padre, probabilmente si sarebbe pensato alla nascita di una nuova stella del panorama pop-rock internazionale, ma così non è, e non ci è possibile prescindere dalla sua musica nel giudizio, date le chiare e dichiarate influenze. Possiamo solo augurarci che si tratti di un buon punto di partenza per lo sviluppo di uno stile musicale più soggettivamente elaborato. Nel suo complesso un disco sicuramente godibile per i fan dello Zappa sound, ma che non rappresenta ancora una personalizzazione e uno sviluppo attualizzato di quella musica.

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