Vi piace il vinile. Ma lo ascoltate malissimo…

Gramavox Vertical Turntable

Recentemente il vecchio, tradizionale e affascinante disco nero è tornato di moda. La rinascita dell’LP è però solo in parte opera di legioni di “vecchietti” che, memori degli ascolti fatti in gioventù negli anni Settanta e Ottanta, vogliono oggi rituffarsi nella magica atmosfera di allora. Anzi, a ben guardare questa particolare fascia di utenti meno giovani è quella che già da molti anni si è convertita al CD e adesso non ha nessuna intenzione di abbandonarla per la musica liquida, attratta com’è da un lato dalla fedeltà sonora e dall’altra della fisicità del dischetto argentato. No, no, il vinile sembra oggetto desiderabile soprattutto a chi nei decenni d’oro della storia del rock nemmeno c’era, visto che doveva ancora nascere. E allora si pone un problema: i giovani amano il vinile perché è stato loro detto che il vinile è “cool”, che il vinile suona meglio, che il vinile è “arte che resterà”. Solo che questi giovani non hanno la minima idea di quali siano le basi tecniche dei sistemi di riproduzione fonografica, e quindi rischiano di avvicinarsi all’LP senza sapere come farlo suonare bene. Attenzione, non ho detto “al meglio”: il rischio è proprio quello di farlo suonare male, perché la tecnologia fonografica è molto vulnerabile da errori di configurazione e installazione. In altre parole, la riproduzione musicale basata su vinile può oscillare facilmente tra il “molto buono” e il “molto scadente” a seconda di scelte più o meno azzeccate degli apparecchi di riproduzione e della cura messa nella loro installazione.

Cominciamo a vedere quali sono gli stadi critici del processo del “buon ascolto vinilico”, ovvero quei punti ove è facile sbagliare. Anzitutto le testine fonografiche a magnete mobile (MM, da Moving Magnet, le più diffuse in fasce di prezzo medio e basso) escono con un segnale debolissimo, nell’ordine dei singoli milliVolt. In più questo segnale è fortemente condizionato da un’equalizzazione che attenua fortemente i bassi ed esalta gli acuti in fase di incisione, la cosiddetta “curva RIAA”, che andrà compensata in maniera simmetrica in fase di riproduzione. Queste due caratteristiche fanno sì che il segnale in uscita da una testina MM non possa essere connesso a un ingresso di tipo linea e nemmeno “micro”, ma abbisogni di un input specifico denominato “phono”. Tale ingresso è reperibile su molti amplificatori hi-fi ma è per esempio assente su interfacce audio, docking station, minisistemi audio compatti e dispositivi similari. Se quindi si vuol attaccare un giradischi a un dispositivo che non dispone di premplificatore phono, sarà necessario acquistarne uno in forma di modulo separato. Attenzione però! Non è che un preampli phono vale l’altro, e scegliere un’unità da poche decine di euro è la prima ricetta di sicura efficacia per far suonare male il nostro disco nero: cercate un pre-phono nei cataloghi di costruttori hi-fi consolidati, come per esempio Arcam, Pro-ject, Thorens, e preparatevi a spendere almeno un centinaio di euro.

Secondo errore: i giradischi NON sono tutti uguali, come talvolta erroneamente si sente dire da sedicenti appassionati, inesperti ma prodighi di consigli. Sul mercato vi sono giradischi che arrivano a costare come una Maserati e se davvero i giravinili fossero tutti uguali, chi produce e chi acquista i sistemi più costosi sarebbe solo un povero scemo. Siccome così non è, mettiamoci in testa che un giradischi mal fatto può influenzare negativamente il suono in molti modi: la rotazione del piatto può essere irregolare e rendere “instabile” e sfuocato il suono; la base può essere troppo leggera e risonante, intercettando vibrazioni ambientali e il suono che esce dalle casse; il braccio può essere rigido nella sua articolazione, o costruito con geometrie poco felici, e quindi far suonare male la nostra amata testina accompagnandola male nella sua danza tra i solchi. Insomma, anche per il giradischi qualche soldino bisogna spenderlo.

Per fortuna oggi esistono produttori che realizzano prodotti da poche centinaia di euro che però suonano molto bene: tra questi sicuramente vanno citati i modelli di marchi come Dual, Pro-ject e Rega. Va invece sfatato il mito che vuole il Technics SL-1200 come “il migliore giradischi”: questo lo dicono solo i DJ che non hanno idea di nessuna delle problematiche sopra descritte e che idolatrano il mitico 1200 per le sue doti di robustezza, affidabilità, potenza del motore, e non ultimo per la diffusione che il modello ha avuto nelle mani dei grandi DJ superstar. La realtà è però molto diversa: il Technics SL-1200 era un modello “home” degli anni Settanta che la comunità DJ ha identificato come particolarmente confacente alle proprie esigenze fino poi ad assumerlo come standard. La casa costruttrice ha colto questo passaggio e ha continuato allora a produrlo, invece di avvicendarlo in catalogo come allora capitava annualmente coi prodotti hi-fi giapponesi. È certamente un buonissimo giradischi, ma dal suono particolare per via della trazione diretta del piatto. Insomma, un prodotto ben specifico e non adatto a tutti, e non certamente e semplicisticamente “il migliore giradischi”. Oggi che il Technics SL-1200 non viene più prodotto da anni (anche se quest’estate ritornerà sui mercati con una costosissima edizione rinnovata), molti costruttori orientali ne hanno clonato l’estetica con prodotti-fotocopia che però ne riproducono l’aspetto ma non le caratteristiche: statene lontani!

Infine, evitate quei giradischi con pre-phono a bordo, e magari uscita USB: sono pensati per chi ha una grande collezione di vinili e vuole digitalizzarla senza tante rogne, ma in genere la preamplificazione e la conversione analogico/digitale sono di livello medio-basso. Che senso ha voler usare il vinile e poi metterlo in digitale?

Per concludere: sul mercato esistono anche bellissimi giradischi-soprammobile che sono mirati al mercato dei consumatori con poca preparazione tecnica e audiofila (vedi la foto di apertura). Lasciateli perdere e andate sui modelli sobri, quasi austeri che vi ho consigliato sopra, se del vinile volete davvero godere della calda magia di cui è capace!

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

2 Commenti

  1. Il solito Giulio Curiel. Sempre bravo e intelligente. Mi mancavano i suoi scritti chiari e saggi.
    Grazie.
    Poveri ragazzi…uhh senti il vinile….magari con una fonovaligia di noi poveri anni 50-60….mah!

  2. Grazie a Maurizio Pieri! I complimenti come questo mi rendono sempre orgoglioso di scrivere per un pubblico di lettori affezionati e che mi seguono nel mio approccio basato su qualita’ e comprensione della tecnologia.

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