Un intreccio di anime e generi – Antonella Vitale ci parla di “Acoustic Time”

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È uscito da pochi mesi l’album Acoustic Time, dell’omonimo trio composto dalla raffinata vocalist Antonella Vitale, dal chitarrista Roberto Genovesi e dal grande Karl Potter, che, poco prima di spegnersi al termine di una carriera costellata di successi, ha preso parte alla realizzazione del disco portando con sé quel tocco morbido e vellutato che lo ha da sempre contraddistinto.

Il disco esplora le sonorità della musica pop (Simply Red, Sting…), partendo dalla canzone americana, passando per la tradizione brasiliana, per giungere a quella italiana senza tralasciare composizioni originali degli stessi musicisti, come ad esempio la bonus track “Ghirinbaduè” scritta dall’attuale percussionista Ruggero Artale insieme a Roberto Genovesi.

Abbiamo intervistato Antonella Vitale, interprete raffinata e sensibile, che ci ha raccontato del suo amore per la musica in generale, dove il jazz è solo il filo conduttore di svariati linguaggi musicali che si intrecciano tra loro.

Partiamo dall’inizio… Come nasce il progetto Acoustic Time Trio? Quali sono i dischi con cui vi siete formati?
Fin dall’inizio io e Roberto Genovesi siamo partiti dall’idea di lavorare sul duo per agire con ampia libertà di dialogo. L’intento era quello di dare una forma e una sostanza nuova al progetto, conservando una visione non troppo individuale, ma d’insieme, senza cedere ai virtuosismi tecnici e concentrandoci di più sull’unione dei nostri rispettivi suoni. L’interazione è stata molto forte da subito, l’intesa musicale e il rispetto nel lasciare reciprocamente alla voce e alla chitarra la propria libertà espressiva ci ha dato l’opportunità di provare e sperimentare senza tensioni la musica che più ci piaceva con grande divertimento per entrambi.
Siamo coetanei, e questo ha giocato un ruolo molto importante sulla scelta del repertorio in quanto ascoltiamo tutta quella musica prodotta dagli anni Settanta fino agli inizi degli anni Novanta, che spazia dal jazz al soul al funk, new wave e musica brasiliana, con la quale ci siamo anche formati musicalmente. È molto difficile menzionare dei dischi precisi, sicuramente potrei dire Earth wind and Fire, Bill Evans, Water Report, The Police, Gentle Giant, Milton Nascimento, Jobim… e potrei andare avanti all’infinito. Un tempo esistevano i vinili e i nastri, per cui non avevamo la possibilità di avere nel giro di un clic tutta la musica che i supporti informatici di oggi ti permettono di ascoltare, all’epoca un disco aveva un suo valore e l’ascolto che potevi solo concederti attraverso un apparecchio stereofonico rappresentava un momento solenne e di raccoglimento della giornata. Questa non è una banale differenza.
Da qui siamo partiti per dedicarci a rielaborare brani che ci piacevano e sui quali potevamo effettuare un restyling riportando tutto all’essenziale. Holding Back the Years è un esempio di come abbiamo lavorato prendendo una canzone pop molto famosa degli anni Ottanta, svestendola completamente. All’epoca gli arrangiamenti erano molto ricchi di suoni orchestrali, chitarre, sintetizzatori, batterie elettroniche e campionamenti, tutto risultava anche un po’ eccessivo, ma era la moda del momento.

Alla registrazione del vostro album ha preso parte anche il percussionista statunitense Karl Potter. Quale contributo ha dato al vostro lavoro? In cosa consistevano i suoi insegnamenti?
Karl Potter è stato un grande regalo inaspettato. Grazie a Roberto Genovesi con il quale Karl aveva una consolidata collaborazione artistica e una grande amicizia, ho potuto conoscere un grande musicista e una persona speciale.
Vorrei citare alcuni grandi nomi internazionali con cui Karl ha collaborato negli anni; Herbie Hancock, Alphonso Johnson, Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Gato Barbieri e tantissimi altri tra cui star italiane come Bennato e Pino Daniele. Mi sembra doveroso ricordare che grande artista sia stato e che persona semplice e genuina si celasse dietro quell’aspetto così imponente, da “Gentle Giant” anche se ultimamente i suoi problemi di salute lo avevano costretto a perdere peso. Il suono di Karl, sembrava la narrazione di un racconto pieno di evocazioni africane, molto suggestive ma allo stesso tempo permeate di un ritmo soul Funk, fantastico.
Lui mi ha sempre messo a suo agio e quando gli chiedevo un parere per la mia pronuncia inglese lui rispondeva sempre che era molto “good”!!! E che non dovevo preoccuparmi di questo, ma solo di cantare! Aveva un grande carisma proprio per la sua semplicità che infondeva una grande armonia contagiosa e assolutamente costruttiva per tutti, specie in registrazione. Inoltre Karl ci ha lasciato un grande ricordo indelebile; grazie a questo lavoro potrò sentirlo suonare ogni volta, come se fosse in studio, e ne conserverò sempre un bellissimo ricordo.

Il disco Acoustic Time è innanzi tutto un progetto acustico, con mille sfumature e contaminazioni. Voi come lo definireste? Lo considerato più un disco di musica pop o di musica jazz?
Mi risulta sempre difficile definire i miei lavori discografici, un disco può anche non avere una connotazione ben definita, al suo interno possono coesistere dei momenti jazz o di ispirazione pop; con Acoustic Time ci siamo concessi brani di ispirazione africana, come “Andeja,” registrata di getto insieme a Karl e Roberto Genovesi e Ghirinbaduè a firma del percussionista Ruggero Artale subentrato successivamente a Karl dopo la sua prematura scomparsa.
Abbiamo inserito autori brasiliani come Giunga, rendendo omaggio anche al grande maestro Ennio Morricone con Barco Abandonado. Quindi a parte i brani di estrazione pop a firma Earth wind & Fire, Simply Reds, Chaka Khaan, credo che il filo conduttore di questo progetto sia proprio il “Suono” che ne scaturisce. Abbiamo cercato di fondere insieme le nostre rispettive esperienze e personalità musicali in modo equilibrato, cercando di ottenere una fluidità discorsiva tra tutti i brani. Questo è il senso del progetto.
Mi chiedono spesso “ma è un disco jazz?..” Io dico di NO, ma è chiaro che per quanto riguarda la mia formazione e i miei studi, il jazz rappresenta una “mamma” dalla quale ho preso nutrimento e dalla quale ho acquisito tutte le mie conoscenze. Il linguaggio lo conservo dentro di me, è parte di me, un’eredità che mi ha reso “ricca di note bellissime”.

All’interno del disco riproponente anche Message in a Bottle (1979) dei Police. Come avete scelto i brani da inserire nel disco? Che influenza ha avuto per voi la musica anni Ottanta?
La scelta dei brani non è stata così sistematica, l’evoluzione del progetto ha preso forma lentamente, durante tutto il periodo che io e Roberto abbiamo provato per sperimentare un nostro sound, senza orientarci su un genere o su un artista specifico. Poi per caso ci siamo resi conto di aver messo su una playlist di canzoni pop appartenenti ad un periodo anni Ottanta o giù di lì. Gli anni Ottanta hanno tenuto a battesimo grandissime pop stars internazionali come Madonna, Mickael Jackson, U2, The Police (potrei continuare a citarne altri), è quindi difficile non tener conto di questi riferimenti considerando, inoltre, che appartengono al mio passato adolescenziale a cui sono molto legata.
Message in a bottle è senz’altro una delle tante canzoni contenute in un album splendido dei Police dal titolo “Reggatta de Blanc”. Ci è piaciuta l’idea di inserirla nel CD, anche se, come ho già detto in un’altra intervista, non l’avevamo mai provata prima e avevamo suonato quasi per gioco. Finita la registrazione in studio, io e Roberto ci siamo rilassati e giusto per salutarci ci siamo dedicati a questo brano. La sorpresa, però, è stata il giorno dopo perché, riascoltandola, senza volerlo avevamo dato un pizzico di originalità al brano, grazie alla chitarra fretless e al magico tocco di Roberto.

Quanto è importante l’improvvisazione nel vostro stile?
L’improvvisazione intesa come libertà di espressione totale, per noi è stata la base di partenza, la fluidità dello stile di Roberto il suo modo open di suonare, sono stati i punti di forza del nostro Duo. Poi chiaramente la partecipazione di Karl ha dato a Roberto la possibilità di poter giocare liberamente su dei ritmi solidissimi e pieni di energia. Il tutto ha preso forma successivamente con l’entrata di Ruggero Artale insieme al quale abbiamo proseguito il progetto con grande entusiasmo e sintonia.
Ruggero e Roberto sono due grandi musicisti, hanno condiviso tantissima musica e amicizia con Karl; questo è un legame importante in quanto la sua presenza è sempre molto forte nei nostri concerti live, durante i quali spesso siamo lieti di ospitare gli “Artale Afro Percussion” che arricchiscono di folclore e suoni etnici le nostre performance.
Ruggero è un “multi percussionista” che ha rivolto molto della sua ricerca musicale verso lo studio dei ritmi africani. L’ultima traccia del CD, infatti, è un brano da lui composto ispirato al ritmo “sorsonet”, un viaggio verso lontane immagini africane. Come sempre menziono il fonico Stefano Isola per la resa a mio giudizio ineccepibile delle riprese e dei suoni.

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