Toa Mata Band – Una band musicale fatta di robot della Lego

toa mata band

Avreste mai pensato che i Lego della vostra infanzia, gelosamente custoditi in soffitta potessero animarsi e dare vita ad una band di musica elettronica degna dei migliori dancefloor?

La voglia di sperimentare di un sound designer, appassionato di Lego, e la necessità di animare le sue vecchie macchine, ferme da troppo tempo nel cassetto, ha dato vita al progetto Toa Mata Band. L’orchestra meccatronica ideata e concepita da Giuseppe “Beppe” Acito, nel suo studio Opificio Sonico, è composta da otto piccoli personaggi della serie Lego Bionicle, programmati per suonare drum-synth, percussioni acustiche e smartphones. Ogni “membro” della band è animato attraverso un semplice quanto ingegnoso sistema di motori, pulegge ed elastici, da un MIDI sequencer controllato da Aurduino Uno, il microcontroller made in Italy che ha conquistato il mondo.

Giuseppe “Beppe” Acito, nato a Taranto nel 1967, consegue il diploma di Musica Elettronica a Bologna nel 1996, presso il Conservatorio di musica G.B.Martini. Contemporaneamente frequenta un corso per tecnici del suono, presso gli studi Fonoprint di Bologna, che lo lancerà verso la professione di tecnico del suono free-lance, sound designer e produttore di musica elettronica. La passione per gli strumenti musicali elettronici e la computer music, fanno di Acito un esperto di MIDI, sintesi sonora ed elaborazione digitale del suono applicate alle arti interattive. L’abbiamo incontrato per farci svelare qualcuno dei suoi segreti.

Qual è stato il tuo primo approccio alla produzione musicale?
Quando avevo dieci anni entrai in conservatorio per studiare pianoforte, ma nei primi anni Ottanta scoprii l’electro e tutta la new wave rimanendone folgorato. Decisi così che gli studi accademici non facevano per me e li abbandonai. Per fortuna in seguito mi sono ricreduto e nel 1990 ho ripreso a studiare frequentando il corso di musica elettronica presso il conservatorio di Bologna.

Quali sono state le tue prime macchine?
Il mio primo synth è stato un Roland JX8P comprato nel 1983, appena uscito, di cui ancora faccio largo uso e che custodisco gelosamente tra i miei strumenti preferiti. In quegli anni era molto di moda il synth digitale Yamaha DX7, che allora suscitò molto interesse per via della sintesi FM (a dire il vero non proprio nuovissima) che permetteva la produzione di timbriche innovative, ma che in pochissimi erano in grado di programmare “consapevolmente”. Basta ascoltare i dischi dell’epoca per accorgersi del largo uso che è stato fatto dei preset di fabbrica. Preferii scegliere un synth analogico polifonico (l’ultimo di Roland) perchè il mio suono di riferimento di allora era quello, non immaginavo che sarebbe diventato un grande classico! Ma lo strumento che mi ha cambiato la vita arrivò qualche anno più tardi e si chiamava Atari 1040 ST che, insieme a Steinberg Cubase e Akai S900, per me rappresentano la vera rivoluzione della computer music.

Oggi cosa usi?
Ableton Live, ovviamente! Per me è stata una migrazione naturale da Sony (ex Sonic Foundry) Acid sin dalla prima versione. Finalmente qualcuno aveva trovato il modo di applicare il concetto “loop-based” tipico di Acid, a un software per performance dal vivo. Lo scoprii grazie anche a un artista tedesco, che lo stava testando durante un live-set nel 2000, al Link di Bologna. Oggi è diventato uno standard sia in studio che nei live, prima di allora bisognava apparecchiare tavoli da 2 metri per 1, colmi di macchine e cavi, con interminabili tempi di setup per creare un vero live-set di elettronica. L’incontro con Cycling’ 74 Max\MSP è stata una vera rivoluzione, oltre a questo adesso attraverso Ableton si può controllare di tutto, comprese automazioni meccaniche e DMX! Uso anche effetti esterni in particolare filtri analogici e riverberi, ma recentemente faccio uso anche di alcuni virtual su iPad come Moog Filtraton. Per il beat, poi, faccio un uso smisurato di Native Instruments Reaktor, per via di alcuni ensambles “generativi” assolutamente inimitabili, ma non rinuncio all’uso di samples classici o di drum synth (il mio preferito è il Coron DS8) pilotati da uno step sequencer.

Come sviluppi l’idea per un brano?
Solitamente l’elaborazione stessa di un suono di sintesi o di un campionamento mi ispira la composizione, la ritmica e l’arrangiamento stesso (stiamo parlando di musica elettronica ovviamente).

Qual è il tuo live set up ideale?
Il mio set ideale è basato su laptop e controller, ma sempre con la presenza di qualche macchina analogica che crei un minimo di variabile a quello che sta accadendo in quel momento sul palco. Mi diverto molto ad applicare le tecniche dub, anche se il mio genere non è esattamente di estrazione reggae, quindi ho sempre con me qualche delay a transistor per creare fasce sonore mettendo il feedback su “Hold”. Credo però che la differenza di avere nel set più o meno macchine la avverta più chi sta performando, che il pubblico.
Ho spesso assistito a pessimi set fatti rigorosamente con macchine analogiche e invece suoni meravigliosi venir fuori da una scheda audio collegata al PC. Non subisco il fascino dell’analogico a tutti i costi!

Ma non ti affascinano i suoni vintage dell’analogico?
Siamo in pieno rinascimento dell’analogico, grazie anche al successo dello standard Doepfer Eurorack, l’industria (tutta) si è rimessa in marcia in questa direzione, producendo macchine bellissime e rivoluzionarie, ma anche molte banalità di cui non sentivo la mancanza. Dico questo perché, pur essendo un appassionato di vintage, non credo sia la panacea, dati tutti i risvolti negativi che questo comporta: rumori, accordature, impossibilità di salvare il lavoro svolto, ecc. Per me il top sarebbe uno strumento che riscopre la tradizione, ma che la migliora e la evolve. Questo forse spiega il successo di alcuni marchi come Make Noise, Koma Eletronics o Verbos Electronics che, pur producendo modulari, cercano di personalizzare la generazione attraverso oscillatori complessi o la loro architettura di filtraggio e modulazione, producendo così timbriche caratteristiche ed uniche. In questo momento uno dei miei analogici preferiti è l’Arturia Minibrute, proprio perché pur essendo piccolo ha un’architettura di sintesi che si differenzia da tutti gli altri, dalla forte personalità.

La tecnologia ha permesso molti passi in avanti, ha influito anche sul tuo modo di lavorare?
Tutta la tecnologia virtuale in generale mi attira, per la sua praticità e leggerezza, ma ci sono casi in cui può cambiare anche il processo creativo. Ad esempio sui tablet: le app che hanno sfruttato le potenzialità del multi-touch sono pochissime, ma quelle che ci sono riuscite hanno creato nuovi strumenti, impensabili fino alla loro presentazione. Un esempio su tutti è l’app Samplr per iPad.

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