[quote_box_center]Negli ultimi anni stiamo assistendo a un vero e proprio ritorno in massa al suono analogico.[/quote_box_center]

— Alessandro Magri —

[su_dropcap style=”flat” size=”5″]I[/su_dropcap]l recente NAMM 2015 e la Frankfurt MusikMesse sono stati letteralmente inondati di apparati analogici di vario tipo: preamplificatori, equalizzatori e processori di segnale fanno il paio con il ritorno in massa dei sintetizzatori analogici. Già alcuni mesi orsono Moog ha reimmesso sul mercato i famosi sintetizzatori modulari System 15, System 35, System 55 e la replica del monumentale Moog Modular di Keith Emerson.
Ahimè, i costi da affrontare per acquisire uno di questi gioielli si rivela all’altezza del blasone. Immediatamente il mercato più “di nicchia” dei sintetizzatori modulari ha colto questa nuova tendenza e stanno ora spuntando come funghi tutta una nuova serie di apparati, anche italiani, proposti in vari formati. La nuova “onda analogica” ha mosso anche i giganti nipponici, dapprima Korg, con la riproposizione del famoso monofonico MS 20, declinato in vari modelli, poi con la serie Volca e infine con l’attuale riedizione dell’ARP Odyssey.
A seguire Roland, che propone oggi alcuni prodotti ibridi che affiancano in maniera molto interessante la sintesi a modelli fisici a quella analogico sottrattiva con la nuova serie Aira, il JD-Xi e JD-Xa, oltreché l’attesissimo sintetizzatore modulare “full analog” System 500 e i moduli in standard Eurorack Aira Demora, Scooper, Torcido e Bitrazer.
Cotanta abbondante offerta di mercato creerà certamente non pochi problemi a chi, avvezzo alla tecnologia digitale si troverà, avvalendosi di apparati analogici, a dover fare i conti con comportamenti alle volte più complessi e/o imprevedibili. Ci sentiamo quindi di affermare: viva l’imprevedibilità, viva il talento, la conoscenza e la musica che da ciò trarrà vantaggio.
I tempi sono maturi per iniziare una serie di test che pubblicheremo periodicamente attraverso questo giornale al fine di consentire al lettore di orientarsi al meglio in questo “ritorno al futuro”, consentendo la possibilità di pianificare in maniera intelligente e funzionale il proprio sistema modulare. Acquistare un sistema modulare non ha nulla a che vedere con l’andare in un negozio, provare alcuni modelli quindi scegliere quello preferito e portarselo a casa. È invece necessario documentarsi approfonditamente, al fine di comprendere meglio quelli che sono i propri obiettivi timbrici, valutare l’integrazione dei vari sistemi, anche al fine di ottenere una versatilità utile all’utilizzo in studio con la propria DAW di riferimento, quindi iniziare ad acquistare i moduli necessari, anche uno a uno, al fine di poter “aggiustare il tiro” una volta compreso a pieno quelle che sono le potenzialità del sistema. È consigliabile investire seriamente sulla propria conoscenza affidandosi a corsi tenuti da professionisti, come il corso di “Tecniche di Sintesi” di Audio Engine Music di Cento (FE) e il prezioso volume di Enrico Cosimi, Manuale di musica elettronica.
Anche il mercato dei sintetizzatori “virtuali”, quindi software da utilizzare stand alone o all’interno della vostra DAW di riferimento, risente dall’ondata dell’approccio analogico. Come non menzionare i prodotti di Arturia, nello specifico della riedizione del Moog Modular, ribattezzato Moog Modular V, con il benestare di buonanima Robert Moog stesso, a riproporre a una cifra molto contenuta i fasti del suo celeberrimo ispiratore hardware.
Oppure Native Instruments, che con Reaktor ha realizzato un sistema computer-based, meraviglioso a nostro avviso. Questo software consente di creare qualsiasi processore di segnale, sintetizzatore Virtual Anlog e/o Sampler mediante una semplice, divertente e didatticamente funzionale programmazione “object based”.

La storia del sintetizzatore: ascesa e declino… e ascesa di nuovo!

[su_dropcap style=”flat” size=”5″]G[/su_dropcap]li strumenti musicali elettronici hanno fatto la loro apparizione già dalla fine del diciannovesimo secolo: il Telharmonium, il francese Ondes Martenot, il tedesco Pianorad, piuttosto che il russo Theremin.
La definizione “sintetizzatore” viene utilizzata solamente a partire dagli anni Cinquanta relativamente all’introduzione dell’RCA Synthesizer I e II. Il sintetizzatore si sviluppò successivamente grazie al genio di pionieri e visionari come il Dr. Robert Moog, Don Buchla, Harold Bode, Pete Zinovieff e Dave Cockerell. Robert Moog è generalmente accreditato come il padre del sintetizzatore. Sebbene tale affermazione non corrisponda esattamente alla realtà, il suo merito è certamente quello di aver trasferito il sintetizzatore dalle aule universitarie alle mani dei musicisti. Il lavoro di Walter Carlos in Switched On Bach (1968) ha contribuito enormemente a diffondere sonorità per l’epoca straordinariamente innovative e creative.
I sintetizzatori degli anni Settanta erano certamente efficaci dal punto di vista della sintesi, ma mostravano il fianco dal punto di vista della suonabilità, della stabilità, della polifonia e della compatibilità, che all’epoca si mostravano piuttosto ridotte.
I primi circuiti integrati introdotti da Arp, EMS e Moog portarono le prime migliorie in tal senso, ma fu solamente grazie ad aziende giapponesi come Korg, Roland e Yamaha che i sintetizzatori arrivarono veramente al grande pubblico. Nel 1978 la popolarità dei sintetizzatori ebbe un picco grazie all’introduzione di strumenti basati su microprocessori. Il Prophet 5, prodotto dalla Sequential Circuits di Dave Smith, è uno dei maggiori protagonisti di questo particolare momento.
La stabilità, polifonia e suonabilità degli strumenti continuò a evolvere sino a che la tecnologia digitale divenne accessibile nei primi anni Ottanta. In quel periodo il mercato si spostò dal sistema CV/Gate verso differenti sistemi digitali. Anche l’interfacciabilità dei vari apparati venne presa in maggior considerazione, quindi Roland sviluppò per i propri prodotti il sistema chiamato DCB (Digital Communication Bus) e Yamaha il sistema Key Code Interface. Nel frattempo persone lungimiranti come Dave Smith (Sequential Circuits) e Ikutaru Kakehashi (Roland) compredevano che la mancanza di compatibilità tra differenti costruttori era di ostacolo alle vendite di tutti, quindi vi sarebbe stata la necessità di creare uno standard di comunicazione per apparati digitali: stava per nascere il MIDI. Annunciato al pubblico nel 1982, ma solo nel gennaio 1983 al NAMM Show venne effettuata la prima connessione MIDI tra i sintetizzatori Sequential Circuits Prophet-600 e Roland Jupiter 6: un nuovo capitolo della storia degli strumenti musicali elettronici era stato scritto. Nel 1983 le specifiche MIDI erano appuntate su poche pagine. Successivamente vennero implementati sempre nuovi comandi, al fine di poter utilizzare il MIDI nelle situazioni più disparate. Senza l’utilizzo di questo standard oggi non esisterebbero i sequencer digitali, la possibilità di controllare campionatori e sintetizzatori, i master controller o le possibilità offerte dal General MIDI.
Nei primi anni Ottanta, l’avvento dell’era digitale coincise con il lento declino del mondo analogico conclusosi attorno alla metà degli anni Novanta (ndr: durante quel periodo, ho avuto il piacere di poter “toccare con mano” il modo di pensare e di realizzare produzioni discografiche basate su nastro, mixer hardware e sintetizzatori rigorosamente analogici). La tendenza al ritorno del suono analogico si è lentamente attivata già da alcuni anni in maniera trasversale ai generi musicali. Anche la musica pop non è esente a tal ritorno (ndr: già nel 2010 sono stato chiamato a eseguire le parti tastieristiche del disco di Vasco Rossi “Vivere o Niente” utilizzando esclusivamente sintetizzatori analogici quali: MemoryMoog, MiniMoog, Prophet 5 e un grande sintetizzatore modulare “Moog Style”, il Synthesizers.com, comunemente detto dotcom).

Princìpi di base di sintesi analogico-sottrattiva

Sebbene siano ormai disponibili moduli di ogni tipo forma e colore, è indubbio che i sintetizzatori modulari basino il proprio funzionamento principalmente sulla sintesi analogico-sottrattiva. Tale sintesi consente di creare nuove timbriche, partendo da forme d’onda ricche di contenuto armonico alle quali verrà successivamente “sottratto” il materiale che non si ritiene utile al conseguimento del proprio obiettivo timbrico. La sintesi analogico-sottrattiva basa il proprio funzionamento su due percorsi paralleli: il percorso di controllo e il percorso audio.

Il Percorso di Controllo: CV/GATE

Il percorso di controllo è rappresentato da tensioni elettriche che, se inviate ai successivi moduli del sintetizzatore, indicheranno loro lo stato da assumere in un determinato momento. Tali tensioni sono denominate Control Voltage (d’ora innanzi CV) e Gate. In sostanza il CV consente di definire una condizione che il modulo ricevente dovrà ottemperare. Un uso “classico” del CV è rappresentato dalla tastiera del sintetizzatore analogico che generando, quindi inviando, un CV ad un Oscillatore, lo intonerà alla frequenza (la nota) voluta. Il Gate è una ulteriore tensione che consentirà di attivare una determinata condizione a un modulo successivo. Un uso “classico” del Gate è rappresentato dalla tastiera del sintetizzatore analogico che generando, quindi inviando, una tensione Gate ad un Voltage Controlled Amplifier, definirà per quanto tempo la nota generata dall’Oscillatore verrà udita. In sostanza il Gate, nell’esempio sopracitato, consente di definire la durata della nota.

Il Percorso Audio

Il percorso audio definisce attraverso quali moduli del sintetizzatore si otterrà la generazione del suono. La struttura di base di questo percorso è rappresentata da: Oscillatore, Filtro e Amplificatore.

L’Oscillatore

In un sintetizzatore analogico, l’oscillatore genera la forma d’onda (le forme d’onda di base sono: sinusoide o sine, triangolare o triangle, quadrata o square, dente di sega o saw) ed è controllabile mediante un voltaggio, il CV per l’appunto, al quale si adatterà al fine di intonarsi alla frequenza voluta. D’ora innanzi chiameremo l’oscillatore con un nome più appropriato: Voltage Controlled Oscillator (abbreviato usualmente in VCO).

Il Filtro

Il filtro consente di gestire le armoniche in arrivo dal VCO, al fine di “scolpire il timbro” nella maniera voluta. Benché il filtro utilizzato per antonomasia nella sintesi analogico-sottrattiva sia il “classico” filtro Low Pass a 24dB per ottava, si hanno in taluni sintetizzatori anche altre tipologie di filtri come ad esempio: Hi Pass, Peak, Band Pass e Band Reject. In sostanza il filtro è un equalizzatore, ma con l’importante particolarità di poter essere controllato da un voltaggio: il solito CV. Chiamiamo quindi il filtro con un nome più appropriato: Voltage Controlled Filter (d’ora innanzi abbreviato in VCF).

L’amplificatore

L’amplificatore all’interno di un sintetizzatore analogico rappresenta l’ultimo stadio del percorso audio e in sostanza consente di definire quando, e a quale intensità (volume), attivarsi al fine di “lasciar passare” il suono che lo attraversa consentendo di poter essere udito dall’utente. Voltage Controlled Amplifier (VCA).

La Modulazione

Senza l’ausilio di un percorso di modulazione il timbro generato rimarrebbe fermo e piatto quindi a breve monotono. Aggiungendo la modulazione, al percorso di controllo, si avranno invece timbriche in “movimento” e alla lunga molto più interessanti. Le principali sorgenti del percorso di controllo sono il CV e il Gate, ma è possibile “modulare” tali segnali di controllo mediante moduli specifici, tra i quali: Generatore di Inviluppo e Oscillatore in Bassa Frequenza.

Il Generatore di Inviluppo

Il generatore d’inviluppo, d’ora innanzi Envelope Generator (abbreviato in EG) consente di modificare una tensione nel tempo. In sostanza è possibile modificare il Gate, ad esempio, al fine di creare un’evoluzione nel tempo, piuttosto che utilizzare una tensione che di fatto potrebbe essere solo presente o assente. Il classico EG consente di definire alcuni parametri come il tempo di attacco (Attack Time), il tempo di decadimento (Decay Time), la tensione da mantenere (Sustain Value), quindi il tempo di rilascio (Release Time). A causa dei nomi dei parametri sopracitati, l’EG viene spesso definito anche con il nome ADSR; acronimo di Attack/Decay/Sustain/Release. Un’applicazione classica dell’EG è agire sul Gate che controlla il VCA e il VCF, al fine di modificare l’inviluppo del volume e il timbro sul quale si sta operando.

L’Oscillatore in Bassa Frequenza

L’oscillatore in bassa frequenza, d’ora innanzi Low Frequency Oscillator (abbreviato in LFO), è di fatto un VCO limitato in un range di frequenze al di sotto della soglia di udibilità (20Hz). Un oscillatore che opera con un’escursione di frequenze così gravi viene utilizzato nel percorso di controllo, piuttosto che nel percorso audio, al fine di “creare movimento” in altri moduli presenti nel percorso audio, quali VCO, VCF e VCA, consentendo così di ottenere rispettivamente effetti di: Vibrato, Wha-Wha e Tremolo.
Ovviamente sono ancora numerosi i moduli da valutare, al fine di avere una situazione esaustiva: Sample & Hold, Ring Modulator, Envelope Follower, Noise Generator ecc., ma per ora l’obiettivo primario è quello di creare un fondamento comune ai ragionamenti che andremo a effettuare d’ora innanzi nelle successive uscite di questa pubblicazione. In un sintetizzatore non modulare, ad esempio un Minimoog Model D, tali moduli del percorso audio e di controllo sono precablati e pronti all’uso, mentre nei sintetizzatori modulari è necessario costruire il proprio sistema potendo definire autonomamente quanti e quali moduli utilizzare, scegliendoli tra la vasta disponibilità di mercato di VCO, VCF, VCA, EG e LFO.

I Formati

È necessario ora fare un po’ di chiarezza sui vari formati utilizzati dai differenti costruttori di sintetizzatori analogici modulari, in quanto vi sono sostanziali differenze e compatibilità da tenere in considerazione durante la fase di progettazione del proprio sistema.

Moog Unit

Comunemente indicato con la sigla MU, è un formato di grandi dimensioni che si riferisce ai moduli “classici” utilizzati nei sistemi Moog. Questo formato è utilizzato anche da altri costruttori, tra i quali Synthesizers.com, e offre le seguenti dimensioni: altezza 222,25mm e larghezza 53,97mm, il che rende possibile montare otto moduli singoli all’interno del formato rack standard da 19’’, occupandone in altezza cinque unità. La tensione utilizzata per il funzionamento del sistema è +/- 15v. Vengono utilizzati controlli rotativi di grandi dimensioni e connessioni jack da 1/4’’. Questi moduli sono storicamente montati all’interno di appositi Case offerti dalla casa madre; varie sono le disponibilità in termini di dimensioni e capienza.

EuroRack

Formato oggi sempre più popolare che offre dimensioni piuttosto ridotte, infatti misura solamente 128,5mm di altezza, mentre la larghezza può avere dimensioni molto differenti in base al modulo in questione. I controlli rotativi sono di dimensioni ridotte mentre per le connessioni vengono utilizzati jack da 3,5mm. L’alimentazione necessaria per il funzionamento del sistema è di +/-12v e spesso lo si vede montato sia all’interno di appositi case che a rack.

FrackRack

Questo formato è certamente meno diffuso dei sopracitati, utilizza un’alimentazione di +/-15v e jack da 3,5mm. FrackRack è piuttosto simile al formato EuroRack e i moduli di questi due formati possono essere eventualmente utilizzati in congiunzione facendo le dovute verifiche di compatibilità. Spesso questo formato dimora all’interno di case in formato Rack.

MOTM (Mother of the modulars)

Standard creato da Paul Schreiber nel 1998. La dimensione in altezza è di cinque unità rack esattamente come il formato Moog Unit, ma offre larghezze differenti in relazione al modulo considerato. L’alimentazione del sistema richiede +/-15v e le connessioni sono offerte nel formato jack da ¼’’. Spesso troviamo questi sistemi alloggiati in case formato rack.

Conclusione

È indubbio che il risultato sonoro offerto dalla sintesi analogico-sottrattiva sia oggettivamente irriproducibile mediante apparati digitali. È altrettanto indubbio che la soddisfazione e la relativa attivazione creativa che si ottiente “smanettando” con knob e slider, sia altamente più remunerativa al cospetto del più “triste” approccio che si ha con un computer mediante il mouse. Questa forse una delle motivazioni più consistenti alla base del fenomeno di ritorno di massa della sintesi analogica su sistemi modulari.

[su_box title=”Ritorno al futuro 2″ box_color=”#00c0ee” radius=”0″]Andrea Pozzi, MidiWare e il ritorno dei sistemi modulari In un tempo dove la differenza tra analogico e digitale è chiara a musicisti e addetti ai lavori, ma per spiegarla ai neofiti non basterebbe un’intero numero della rivista (come ci fa notare Andrea Pozzi, responsabile marketing e comunicazione MidiWare) e dove software e hardware, espliciti per il loro utilizzo, suscitano fascino e stimolano gli interlocutori, in mezzo a tutto questo c’è un punto di non ritorno, quasi un mistero anche nel suono che lo contraddistingue, il synth modulare.

— Pietro Baffa

PozziPer avere una idea chiara di cosa stiamo parlando, abbiamo fatto una bella chiacchierata con Andrea Pozzi, responsabile marketing MidiWare. “Sono da circa 15 anni il responsabile marketing e comunicazione di MidiWare. Da sempre le mie principali passioni sono la musica e le nuove tecnologie e ho la fortuna di lavorare nell’azienda che rappresenta al meglio in Italia questo binomio. MidiWare nasce nel 1986 a Roma su iniziativa del suo attuale direttore Francesco Borsotti, tra i primi in Italia a capire l’importanza che avrebbe avuto il computer in ambito musicale negli anni a venire. Attualmente MidiWare è tra le principali società di importazione e distribuzione di strumenti musicali in Italia. Rappresenta marchi leader come Genelec, Solid State Logic, Arturia, Novation e Moog Music.” E proprio parlando di Moog… “All’inizio di quest’anno, nel gennaio 2015, Moog Music ha annunciato il ritorno dei suoi storici sistemi modulari (System 55, System 35 e Model 15) suscitando un notevole clamore e incrementando ancora di più, se possibile, il fascino e l’interesse per quello che è senza dubbio il marchio di riferimento per tutta la musica elettronica. Il System 55, il System 35 e il Model 15 sono i tre sistemi modulari progettati e realizzati da Moog nel 1973. Presenti nei principali studi e nelle più importanti produzioni dell’epoca, hanno caratterizzato almeno un decennio della storia della musica moderna. I singoli moduli saranno realizzati seguendo gli schemi originali con anche gli stessi metodi tradizionali artigianali per l’assemblaggio. Si tratta di edizioni limitate che ricreano in tutto e per tutto, in modo estremamente fedele, le caratteristiche dei sistemi Moog Modular originali realizzati da Robert Moog. Naturalmente sono strumenti non destinati ai comuni mortali a causa di una tiratura limitatissima, dei costi considerevoli e delle prenotazioni arrivate da tempo da ogni parte del mondo, ma fortunatamente qualche esemplare sarà disponibile anche in Italia. Il prototipo di sintetizzatore, presentato da Bob Moog il 12 Ottobre del 1964 a New York al convegno dell’Audio Engineering Society, rappresentò un’autentica rivoluzione nel mondo della produzione musicale, anche se le straordinarie potenzialità creative e innovative dello strumento non vennero immediatamente recepite. Soltanto quattro anni dopo infatti, dopo un’attenta revisione del prototipo da parte del geniale ingegnere newyorchese e grazie all’apporto fondamentale del compositore Walter Carlos, il sintetizzatore Moog iniziò la sua inarrestabile ascesa. Il successo dell’album Switched on Bach di Carlos e della sua colonna sonora di Arancia Meccanica, diretto da Stanley Kubrick, fecero il resto, portando alla definitiva consacrazione dello strumento che venne introdotto con continuità in molte produzioni dell’epoca (Beatles e Simon & Garfunkel tra gli altri). Le caratteristiche del sintetizzatore controllato in tensione, realizzato da Robert Moog, con la possibilità di controllare ogni parametro in fase di creazione del suono e il caratteristico calore analogico dello stesso, risultarono subito vincenti. Naturalmente si trattava di uno strumento più adatto per produzioni in studio, considerati il peso, le dimensioni e la complessità d’uso. Per questo nel 1970 nasce l’idea di crearne una versione portatile, adatta anche per essere utilizzata su un palco live. Nasce così il Minimoog, il sintetizzatore monofonico analogico destinato a caratterizzare la musica dei successivi decenni. Artisti come Pink Floyd, Yes, Emerson Like & Palmer e – in Italia – PFM e Le Orme hanno creato buona parte del loro sound grazie agli oscillatori e ai filtri del sintetizzatore di Bob Moog. Nel Novembre 2001 Moog Music realizza una versione aggiornata del Minimoog, il Voyager, che trae vantaggio da tecnologie più aggiornate (implementazione MIDI, superficie di controllo tattile, ecc.) tuttora presente e diffusa negli studi e sui palchi di tutto il mondo. Oggi il sintetizzatore Moog è di fatto uno standard per molti musicisti professionisti: tastieristi, dj e producer alla ricerca delle infinite possibilità di modulazione e del suono caldo analogico, autentico marchio di fabbrica della casa di Asheville. Ci sono poi molti appassionati non professionisti che decidono di acquistare un Moog, un po’ per la passione per le sonorità offerte dallo strumento spesso correlate ai loro ascolti musicali, un po’ anche per il valore estetico e puramente collezionistico, trattandosi di strumenti quasi sempre destinati ad acquisire valore nel tempo.” A cosa è dovuto lo straordinario successo dei sistemi modulari tra i giovani musicisti, nella fascia di età tra i 18 e i 30 anni? “A quella età si ha spesso un approccio differente, considerando le differenti risorse economiche che si hanno a disposizione (nella maggior parte dei casi). Il primo approccio alla sintesi analogica avviene normalmente tramite emulazioni software che, pur appartenendo naturalmente al dominio digitale, offrono spesso valide alternative in termine di resa sonora. Poi attualmente il catalogo Moog Music permette di avere un approccio più democratico al mondo della sintesi analogica, con soluzioni a partire da qualche centinaia di euro, come la serie Phattys e il più recente Moog Werkstatt 01. Poi ci sono nuovi interessanti marchi, come quello degli irlandesi Patchblocks, che realizzano moduli estremamente economici, interamente programmabili e con un suono di livello assoluto.”[/su_box]

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