A suonare bene con molte risorse hardware e molti soldi sono buoni tutti. Ma è assai più difficile spremere un buon suono da macchine piccole, leggere, economiche… Eppure i costruttori di hardware ci stanno riuscendo, incalzati dai bassi costi del software e dal morso della crisi. Il mercato è oggi più ricco che mai di prodotti bensuonanti che si possono acquistare per cifre veramente accessibili.

Vi fu un tempo in cui i sintetizzatori professionali costavano cifre inavvicinabili per i giovani e i semplici appassionati. Se non eri un professionista difficilmente potevi permetterti i cinque milioni di lire (almeno 5.000 Euro attualizzando il cambio ad oggi) che servivano per portarti a casa una bestia sonora come il Prophet-5 o l’Oberheim OB-Xa. Per non parlare di quando uscirono il Fairlight CMI e il NED Synclavier, i primi strumenti-computer che costavano come un appartamento, e neanche piccolo!

Le macchine economiche esistevano, certamente, ma erano prodotti minori anche in termini di suono. C’era una produzione italiana che, anche se oggi è illuminata dai raggi di sole della parola “vintage”, allora era percepita come piuttosto scadente. Poi c’erano i giapponesi, che riempivano le proprie macchine di funzioni, ma non riuscivano a farle suonare bene come quelle americane ed europee. Dopo però è cambiato tutto, e più volte! I giapponesi hanno “imparato” a fare i synth, gli italiani sono usciti dal mercato, i grandi padri putativi americani della sintesi sono caduti come birilli, uno ad uno, è arrivata la techno e ha fatto riscoprire gli strumenti vintage (il Roland Bassline TB-303 su tutti), sono entrati i piccoli costruttori-boutique europei e statunitensi, sono arrivati i virtuali prima in forma hardware e poi come semplici plug-in software…

Ecco, fermiamoci un attimo, il vero fenomeno che ha sparigliato le carte è stato quest’ultimo: è impossibile ignorare il fatto che coi soft-synth è diventato improvvisamente accessibile accedere a una pluralità di sintetizzatori dal suono vario e interessante, a costi bassissimi. Così come sarebbe ipocrita negare l’esistenza e la portata del fenomeno “pirateria”, che per un certo periodo ha fatto sì che ragazzini disinibiti avessero sul proprio computer almeno 20 synth di livello professionale senza aver pagato una lira. All’inizio i costruttori di hardware sono andati nel panico, convinti di non poter reggere l’urto di una concorrenza tanto forte quanto sleale, ma subito dopo hanno cominciato a reagire, cercando di sconfiggere il software sui suoi lati deboli: anzitutto possedere un synth fisico è ancora gratificante, e se gli riempi il pannello di controlli a manopola lo sarà ancor di più! Vuoi mettere suonare uno strumento musicale rispetto a “suonare un mouse”? Poi, la pasta sonora: molti soft-synth, specie all’inizio, suonavano un po’ asmatici, “uguali ma diversi” rispetto ai modelli hardware che volevano imitare e con qualche sfumatura in meno in termini di dinamica, vivacità, mobilità del suono che faceva davvero la differenza. Poi ancora, il valore di rivendita: vendere un software a una percentuale significativa di quanto pagato per acquistarlo è ancor oggi molto difficile se non impossibile, mentre un hardware si commercia tranquillamente anche molti anni dopo.

Infine, il prezzo: per sconfiggere i soft-synth con l’hardware occorreva arrivare a prezzi in qualche modo comparabili. Perché se un plug-in mi costa 200 Euro ma una macchina hardware, con tutti i suoi vantaggi che abbiamo elencato sopra, me la porto a casa per 3/400, un pensierino serio ce lo faccio. E se per 1.000 Euro mi compro un sintetizzatore di alta qualità che poi mi terrò e suonerò con immutato piacere per vent’anni, be’ ecco che un altro pensiero serio mi viene: mi metto a risparmiare per qualche tempo e intanto evito di disperdere i miei quattrini in tanti piccoli rivoli software.

Il risultato è presto detto: mai come oggi il mercato è stato ricco di sintetizzatori hardware che suonano bene, che sono pienamente degni di figurare nei dischi e nelle produzioni professionali, e che costano poco. O quantomeno, costano cifre pienamente raggiungibili dai semplici appassionati e non solo dai soliti, pochi professionisti che guadagnano denari importanti con tournée e dischi. Per arrivare a questo si sono seguite varie strade e, come dicono gli americani, si sono “tagliati diversi angoli”: dagli alimentatori (diventati spessissimo esterni) ai cabinet (sempre più piccoli e leggeri), alla produzione in Cina (spesso utilizzata per sottosistemi anche di macchine Made in USA o in Europa). Però, e nonostante tutti i tagli, strumenti che “suonano” e costano poco sono delle solidissime realtà: dall’ormai mitico microKorg che dieci anni fa replicava la catena di sintesi dell’MS-2000 in un cabinet economico, ai piccoli ma cattivi Dave Smith Mopho Desktop e Moog Minitaur, a gioielli della progettazione cooperativa e open-source come il Mutable Instruments Shruti, ai recentissimi Waldorf Blofeld, Pulse2 e Rocket, agli Arturia MiniBrute e MicroBrute che urlano da far paura, al Novation Bass Station II, alle incredibili “scatolette” Korg Volca che per 130 Euro danno generazione veramente analogica, alle ultime macchine Roland come Gaia (valido e sottovalutato VA) e la serie AIRA, al rinato MS-20 ancora a opera di Korg, a decine di prodotti europei di marchi come Doepfer, Jomox, MFB, OTO… Sì, di macchinette piccole ed economiche che suonano da paura ce ne sono tante. Non c’è mai stato un momento così bello per riempirsi lo studio di synth!

Abbiamo chiesto a quattro musicisti…

molto attivi nei loro rispettivi settori di raccontarci la loro esperienza d’uso e il loro “approccio filosofico” ai sintetizzatori economici. Ne sono uscite indicazioni interessantissime, e diverse comunanze di vedute: evidentemente oggi c’è una ben precisa direzione nella progettazione e nel mercato delle macchine budget, e musicisti esperti riescono a coglierla e raccontarla molto bene.

Domenico ha 43 anni, è diplomato in pianoforte e vive a Milano. Qui lavora come responsabile del reparto tastiere del famoso store Lucky Music. È producer e songwriter per forBeat.com, il portale di distribuzione di musica digitale di cui è fondatore insieme a Dionigi Faccenda.

DomenicoNell’ambito dei synth economici, gli analogici “veri” trovano spazio sia in studio che nei live. I pionieri storici come Moog e Dave Smith hanno fatto un po’ da apripista, presentando alcuni anni fa piccoli analogici a basso costo come il [Dave Smith Instruments] Mopho e il [Moog] Little Phatty, dal suono e dalla versatilità impensabili fino ad allora. I synth virtuali economici invece, tranne forse un paio di esempi (fra tutti il microKorg), essendo facilmente soppiantabili dai VST non trovano particolare spazio nell’ambito professionale.

Per quanto riguarda la mia esperienza nell’ambito commerciale, sono sicuramente tra i più venduti tutti gli analogici come il Moog Minitaur, il Doepfer Dark Energy II, i Korg MS-20 mini e microKorg MKI (quest’ultimo però è un VA). A questa già lunga serie si sono recentemente aggiunti il Novation Bass Station II e l’Arturia MicroBrute. Poi ci sono altri analogici poco conosciuti ma molto interessanti e che meriterebbero di essere presi in considerazione, quali per esempio il Pittsburgh Cell48, il piccolissimo Meeplib Anode, i nuovi monofonici di Studio Electronics della serie Boomstar. C’è da dire che con Internet oggi è difficile che sfugga qualcosa ai nostri clienti. C’è però un synth in particolare che, benché sia molto conosciuto, non è quasi mai richiesto: sto parlando del Dave Smith Instruments Tetr4. Si tratta di un polifonico a quattro voci dal costo veramente basso, ma dalle potenzialità enormi, con un suono potentissimo. Se viene abbinato al suo editor compete senza problemi con synth dal costo triplo. Certo, nelle macchine economiche vi è qualche compromesso: quasi sempre si deve rinunciare a un pannello completo di controlli real-time completo. Questo fa sempre la differenza nell’utilizzo di uno strumento quale un synth. Poi sono importanti in egual misura il numero degli oscillatori e le possibilità di modulazione del suono: da questo punto di vista generalmente gli strumenti di fascia alta sono sempre più dotati rispetto agli economici. Ovviamente per esigenze di mercato, considerando che siamo all’inizio di questa nuova era in cui si è tornati prepotentemente al suono analogico, è normale che oggi le case costruttrici (che sanno perfettamente come costruire un bel synth) producano macchine economiche con qualche limitazione.

Nei prossimi anni prepariamoci però a vedere sul mercato synth sempre più potenti e più economici. Ora come ora c’è invece qualche “assenza”: alcuni marchi mancano da questo mercato e che sono sicuro che farebbero il “botto” se si decidessero a scendervi. Per esempio Yamaha potrebbe riproporre la serie CS10/20/30, mentre la Roland potrebbe rifare i suoi gioielli analogici in tecnologia “vera” anziché riproporre ancora una volta i cloni basati su PCM o su algoritmi virtuali. Ma in particolare sarebbe interessante (e io personalmente ne sarei felicissimo) se i vecchi marchi italiani ritornassero per esempio con un bell’Elka Synthex o una riedizione del Trilogy Crumar, tanto per dirne un paio. Secondo me sarebbe una grande idea, ma qui sono di parte! Per quanto riguarda strumenti economici che mancano sul mercato, forse con la tecnologia di oggi si potrebbe integrare a costi bassi in uno strumento unico sia il suono real-analog che una wave-ROM e il campionamento. Penso al mondo DJ e ai live: uno strumento del genere potrebbe essere un qualcosa che in questi ambienti troverebbe molto spazio. Certo, strumenti simili esistono già in forma di VA con abbinata una sample-ROM, ma con una catena audio veramente analogica sarebbe tutta un’altra storia.[/su_spoiler]

Paolo è un musicista elettronico che nasce in un mondo del tutto analogico e si spinge, imperterrito, fino ai nostri giorni digitali. Ha pubblicato sei album e composto musiche per TV, pubblicità, film, e spettacoli. È interessato ai rapporti possibili della musica con l’immagine in movimento, gli spazi architettonici, le arti visive, la parola e la scena. È direttore artistico del festival Acusmatiq.

PaoloNelle mie produzioni uso synth economici da sempre, ogni macchina ha la sua anima e nel caso di quelle meno costose, siano esse vintage o moderne, è molto frequente trovare delle caratteristiche timbriche e funzionali interessanti. Ho preso di recente un Arturia MicroBrute che mi ha incuriosito per il timbro del filtro Steiner-Parker, lo step sequencer e per la piccola matrice di modulazione che mi permette di collegarlo con altre macchine con CV/Gate come il Voyager per esempio. Il gigante e il bambino…

Sul fronte delle rinunce che gli economici impongono, al di là del “peso” e della costruzione, dipende dalla tecnologia utilizzata. In una macchina VA quello che va ad essere penalizzato è il numero di controlli in real-time perché gli algoritmi software possono comunque mantenere una certa complessità. Nel caso di macchine genuinamente analogiche le features (oscillatori, inviluppi) sono proporzionali al costo, e sta alla sagacia del progettista inserire le funzioni giuste per creare uno strumento che sia interessante pur costando poco. Per quanto concerne l’estetica sonora, in numerosi casi un suono “grezzo” o soltanto molto semplice, inserito nel giusto contesto, può dare una prospettiva diversa ad un brano. Da sempre mescolo suoni “belli” con suoni “meno belli” per differenziare ed arricchire. Discorso a sé stante poi per quanto riguarda l’estetica del vintage, che da sola riesce a condizionare percettivamente un suono trasformando un timbro cheap in qualcosa di interessante. Sto pensando al modulo Streichfett della Waldorf, una riproposizione a basso prezzo delle string-machine di una volta. È un suono che negli anni passati sarebbe stato usato come parametro negativo per un timbro di archi e che ora, in virtù della trasformazione del gusto, diventa appetibile ed utile per evocare certi mondi sonori ed ampliare la palette timbrica. Dopo decenni di sintesi commerciale e di mode, tra innovazione e fascino per il vintage, non esiste più un modello di bellezza sonora assoluta. Esistono suoni che per ricchezza, articolazione e dinamica sono professionali, allo stato dell’arte, ma nella produzione contemporanea possono trovare assolutamente pieno diritto di cittadinanza anche strumenti dal prezzo basso, ma con una spiccata personalità.

I synth economici difettano di alcune caratteristiche dei fratelli più grandi ma se sono ben pensati e usati riescono a produrre comunque un suono espressivo e soddisfacente: si pensi al Minitaur o al SubPhatty rispetto al Voyager, per limitarci a casa Moog. Guardando alle diverse modalità d’impiego (studio, didattica, live), in tutti i casi un synth compatto e bensuonante può essere utile. Per la didattica, per esempio, un piccolo synth analogico con un controllo fisico per ciascuna funzione e un percorso di sintesi semplice è immediatamente comprensibile nelle sue reazioni. Dal vivo – e porto la mia esperienza recentissima – l’inserimento del MicroBrute mi ha permesso di avventurarmi in spericolati smanettamenti sintetici “senza rete” (data l’assenza di preset e memorie) con un’immediatezza, una freschezza e un’imprevedibilità che tanti synth più complessi non mi avrebbero consentito. Nello stesso live l’uso di un piccolo Novation Mininova ha assicurato un’eccellente funzionalità di vocoder con una praticità senza uguali, andando a sostituire una combinazione di Roland V-Synth XT più microfono più tastiera. Se invece torniamo in studio e guardiamo al paragone coi migliori soft-synth è possibile usare una macchina hardware economica senza complessi di inferiorità rispetto ad essi, a patto che si cerchi di valorizzare ogni macchina per quello che può offrire in modo peculiare. Dopo tanti anni di sintesi molto complesse e miriadi di funzioni, sia su soft-synth che su hardware, trovo molto gratificante creare velocemente sul MicroBrute un suono con un’immediatezza che nulla ha a che fare con l’estenuante rassegna di migliaia di preset o di tantissimi menù e sottomenù come ci si era abituati negli ultimi anni. La cosa ha un effetto notevole sul piano creativo. La filosofia “one knob per function” è sempre maledettamente efficace, non c’è che dire! A livello timbrico, poi, la pasta analogica a volte fa una bella differenza. Infine se guardo al mercato, onestamente devo dire che sono sorpreso della nascita di così tanti synth economici e bensuonanti degli ultimi tempi, ce n’è per tutti i gusti. Dai microsynth (Korg Monotron e serie Volca) a synth molto performanti (Novation Bass Station II, Arturia serie Brute, Waldorf Pulse) e con un’impronta davvero personale. Senza considerare poi la rinascita di classici, come è stato nel caso del Korg MS20 mini. Onestamente, essendo io cresciuto in anni in cui un synth costava come un’automobile, trovo incredibile poter acquistare un analogico ad un prezzo di poco superiore a quello di un soft-synth…[/su_spoiler]

Riccardo si racconta così: “Sono nato a Livorno il 21 settembre ’67, suono le tastiere da quando ho 14 anni e sono praticamente autodidatta. Sono membro fondatore dei SoogoWonk e prediligo la dance elettronica, l’industrial, il trip-hop e l’ambient, sono un ex-darkettone new wave, suonicchio il basso elettrico e faccio DJ-set con il nome NoiZeBoX”.

GalantoloTra i vari synth che utilizzo, oltre a Motif ES6, Emulator II e vari virtual synth su Logic, Live e Reason, ne ho di più economici, quali il Waldorf Blofeld, l’Arturia MiniBrute e il Novation Bass Station II. Li uso per avere quell’immediatezza di approccio e quel suono particolare che i synth virtuali non hanno. Non sto dicendo che suonano peggio o meglio… semplicemente suonano diversi, specialmente nell’uso della risonanza dei filtri. Ultimamente uso anche gli oscillatori grezzi scordati tra loro, per dare delle forme d’onda un po’ “grosse” ai sampler di Reason e a MachFive 3.

Dal vivo utilizzo Ableton Live con un Akai MPD26, più il MiniBrute e /o il Bass Station II come master e/o generatore sonoro da controllare con sequenze via MIDI da Live. Su Live inoltre ci sono varie tracce audio di tutti i synth che hanno offerto il loro output audio alla causa del pezzo… È improponibile portarsi l’Emulator II dal vivo se non si hanno degli schiavi come roadie. Il mio tastierismo non mi impone tastieroni alla Wakeman, ergo prendo il mio bravo MacBook Pro, l’MPD26 e il mixer Mackie, mi sincronizzo in MIDI al mio collega con le sue Elektron (le ha tutte e quattro…) e suono, smanetto, mixo in real time! Gli economici non hanno niente da invidiare alle macchine più costose, basta non pretendere l’impossibile! Il suono è valido sia nel Blofeld che nei due monofonici analogici. Blofeld è molto particolare data la sua provenienza dalla stirpe PPG e in generale è un synth che a livello di qualità/prezzo non ha rivali, secondo me. Per contro si deve rinunciare a un po’ di dinamica e definizione, che ovviamente i suoi convertitori economici non permettono. Niente che non possa in parte essere migliorato dal passaggio in audio nella DAW. L’Arturia MiniBrute è un po’ limitato nell’offerta delle timbriche ottenibili, ma suona veramente bene e il suo sporco lavoro lo fa davvero alla grande, ed è molto piacevole da usare! Dei tre, il più semplice da usare è il Bass Station II che, a dispetto del nome, è un synth ad ampio spettro di tipologie di suoni sintetici: bassi, lead, drums ed effetti sono il suo pane e non ha niente da invidiare a synth più blasonati del passato (tipo i Roland SH con cui ho avuto a che fare moltissime volte…). L’unico appunto è sulla costruzione, un po’ leggerina.

Per me il suono di un synth il più delle volte è punto di partenza e di ispirazione di un nuovo pezzo e del mio viaggio mentale. Si parte da un riff, da un arpeggio, da una linea di basso e da lì il viaggio mentale inizia. Va da sé che, se il suono è bello, ispira e coinvolge. I tre synth budget da me posseduti hanno le carte in regola per soddisfare questo start compositivo. Un suono per me deve essere definito e ricco di sfumature, avere una profondità ed evocare colori. Deve scavare nella mia anima. Parto da un preset o un suono che ho creato (Randomize in Blofeld a volte è di ottimo aiuto) e partendo da lì arriverà il successivo riff e la stesura del pezzo. Per molti motivi strumenti economici possono essere utili sia in studio che nella didattica o nel live. Un Bass Station II o un MiniBrute sono gli strumenti ideali per iniziare a capire come funziona un synth! Hanno un prezzo d’acquisto contenuto, hanno un pannello controlli chiarissimo, dove non ci si perde troppo facilmente, e in definitiva danno soddisfazione pressoché istantanea anche al neofita! L’espressione di un ragazzetto durante l’approccio con un MiniBrute con arpeggiatore inserito è una delle cose che mi fanno più felice e mi fanno capire che il sintetizzatore è uno strumento veramente magico! Per i live uno strumento economico è la cosa migliore: lo si può usare senza troppi scrupoli (ovviamente senza danneggiarlo…) e spesso sono macchine leggerissime e assolutamente non ingombranti! In studio con synth del genere è possibile raggiungere risultati esaltanti e professionali, senza dissanguarsi economicamente. Rispetto ai migliori soft-synth è possibile usare una macchina hardware economica senza complessi di inferiorità, ma a patto di sapere cosa si può pretendere da essa. Con il software si possono fare cose decisamente irraggiungibili con hardware anche costosi. Per “trasformare in hardware” synth complessi come i Native Instruments Absynth 5 e Reaktor 5 ci vorrebbero pannelli comandi grandi come un tavolo da biliardo e/o pagine e sottopagine di menù che si litigano i controlli del pannello (come già succede nelle workstation).

C’è da dire che i synth economici in commercio oggi hanno sempre un determinato paradigma riconducibile ai synth del passato e di conseguenza sono tutti o quasi in sintesi sottrattiva. La richiesta del mercato è quella da un bel po’ di anni ormai. MiniBrute e Bass Station II a modo loro vanno nella fascia di synth che prima era occupata da synth come il Roland SH-101. Insomma, sui monofonici niente da dire… Ne ho due, uno meglio dell’altro che si completano a vicenda. Secondo me però ora come ora manca un bel synth/sampler a tastiera con filtri analogici (o anche digitali, basta che suonino BENE) con sequencer stile groovebox Roland e Yamaha, un bel po’ di RAM e compatibilità con le varie library in commercio. Poi manca anche un synth polifonico analogico alla Korg Polysix o Roland Juno-60, magari che riesca a fare almeno quattro timbri contemporaneamente e con un pannello formato da comandi “un controllo/un parametro”. Forse con gli effetti interni (o almeno le uscite per ogni timbro diverso) e uno step-sequencer per i live più elettronici, e che rimanga nella fascia dei mille Euro. Chiedo troppo?[/su_spoiler]

Noto anche come Joseph Klang, dice di sé: “Mi sono appassionato all’elettronica già da piccolo, quando alla radio mandavano Radioactivity, poi continuando ad interessarmi del genere sono arrivato nell’85 al mio primo vero synth (un Casio CZ 5000). Fino ad oggi ho sperimentato svariati sistemi di produzione musicale, dal Roland MC-500 all’Atari, a Cubase. Ho utilizzato molti sintetizzatori di tutte le estrazioni, imparando a conoscere questo universo straordinario”.

MaremmaNelle mie produzioni uso tutto ciò che ho a disposizione, e anche synth economici come il piccolo Doepfer Dark Energy, i Waldorf Blofeld e Rocket, il Moog Minitaur, l’Arturia MiniBrute e il Novation Mininova. Trovo che siano macchine che, nonostante il costo relativamente basso, abbiano un loro carattere e diano molto rispetto alla loro fascia di prezzo. Rispetto ai synth costosi, nel campo VA gli economici possono invidiare soprattutto la potenza di calcolo della CPU e magari pure i convertitori più performanti: facendo un paragone tra Blofeld e [Access] Virus TI, suonano entrambi in maniera apprezzabile ma sul Waldorf si arriva subito al limite se si prova a fare cose un po’ elaborate. Nel campo degli analogici invece non saprei: ogni macchina fa “suono a sé”.

Avendo i costruttori introdotto un po’ di digitale per controllarne varie sezioni è diventato importante anche il sistema operativo: alcuni sono più stabili, altri meno. In termini di suono non credo ci siano dei canoni di bellezza prestabiliti che i “piccoli” raggiungono o non raggiungono. “Brutto” a mio avviso potrebbe significare registrato malamente: si può disporre di macchine costosissime, ma se le si riprende non tenendo conto del loro carattere si può anche rendere sgradevole un suono bello in partenza. Tenendo presente ciò, anche i synth economici possano dare delle belle emozioni positive. Poi ovviamente non generalizzo: ci sono synth economici che non comprerei mai. Venendo all’impiego, sia in studio che nella didattica che nel live, dipende a che livello si lavora. Più il livello è alto e remunerativo, più ci si può permettere di usare macchine di pregio: io, per esempio nei live, per i pianoforti e organi uso un Nord Electro 4 HP, ma solo perché ho bisogno della massima portabilità e resa della meccanica, visto che per quanto riguarda il suono tutti i prodotti similari sono a un buon livello qualitativo, anche spendendo meno.

Poi c’è sempre il fattore creativo, che incide molto al di là del valore dello strumento. Riguardo alla didattica, credo sia utile avvicinarsi all’argomento con macchine economiche, magari scegliendo quelle con più controlli a pannello, e su di esse imparare le basi della sintesi sottrattiva scegliendo poi quella più adatta al proprio utilizzo. Venendo alla scelta tra hardware e software, io preferisco di gran lunga usare macchine hardware piuttosto che i VST, anche se ne ho parecchi istallati nel mio computer. Come detto prima, per fare buona musica non serve avere synth potentissimi o VST ultra-performanti, contano più le idee. comunque preferisco l’approccio uomo-macchina piuttosto che quello uomo-mouse. Andando a osservare il mercato, credo che esso offra oggi una scelta imbarazzante per quantità e qualità, soprattutto nella fascia bassa. Magari manca l’originalità, ed è proprio per questo che si sono tutti affidati ai fasti del passato riproponendo – riviste e modernizzate – soluzioni sonore già molto sfruttate. Appartengono a questa fattispecie la serie AIRA di Roland, o l’MS-20 mini di Korg: sono tutte macchine molto belle, ma l’idea e il contenuto sono ormai datati. Potrebbe essere una buona idea se le aziende cercassero di applicare quel che c’è di buono nel mondo del software agli strumenti hardware, ne risulterebbero più interessanti e complete anche queste macchine. Leggendo i commenti sui vari gruppi di discussione mi vien da pensare che non si riuscirà mai a soddisfare appieno l’utenza: ci sarà sempre quel qualcosa che manca a qualcuno! Per quel che mi riguarda però non ho particolari necessità che le macchine in mio possesso non riescano a risolvere.[/su_spoiler]

Discografia di Marina Coricciati

La scelta fatta da ogni band su quali strumenti usare caratterizza in assoluto il suono del gruppo nel corso della sua intera carriera, e l’attenzione ossessiva verso una specifica macchina durante la lavorazione di un album sicuramente darà un certo carattere allo stesso. Prendiamo per esempio il microKorg, che ha la stessa circuitazione del Korg MS-2000 usato estensivamente dai Depeche Mode nell’album Exciter: la sua sonorità tipicamente VA, ricca ma pulita, si può sentire lungo tutto il corso del disco. I B-52’s hanno usato, nel loro primo e omonimo lavoro del 1979, un economico synth-bass Korg SB-100 al posto del basso elettrico (non c’era bassista in formazione), e anche un giocattoloso Stylophone che Fred Schneider suona dal vivo ancora oggi. Il Roland TB-303 Bassline è probabilmente lo strumento più presente nella musica techno e acid, tanto da diventarne l’icona, ma anche in tanta house e dance. Gli esempi di TB-303 in questi generi sono infiniti, ma giusto per farne uno viene in mente il canadese Tiga e il suo album del 2006, Sexor. In esso il singolo “Pleasure From The Bass” si regge tutto su un Bassline modulato ad arte. E veniamo al Tetra della Dave Smith Instruments, versione a quattro voci e con pannello comandi ridotto rispetto al Prophet ’08 che a sua volta ha ripreso nel 2008 lo storico Prophet-5 del 1978: il suono Prophet caratterizza migliaia di dischi dei primi anni ’80 e se vogliamo ricordarne alcuni, in cui è più preminente che in altri, non possiamo non citare l’album Face Value di Phil Collins e il suo singolo “In the air tonight” che si basa su un pad del Prophet. Grande utilizzo del Prophet-5 anche nel terzo album del fondatore dei Genesis Peter Gabriel, ove il tastierista Larry Fast lo usa praticamente in tutti i brani. Parliamo ora del Minimoog: oggi è un mito ma quand’è uscito, nel 1971, in fondo era un synth economico se paragonato ai grandi modulari Moog da cui discendeva. Se si vuole ascoltarlo agli inizi della sua “carriera” bisogna ascoltare Impressioni di Settembre, pubblicato dalla Premiata Forneria Marconi nel 1971 e Close To The Edge, il disco degli Yes targato 1972. Stesso discorso per la Wavestation della Korg, che in fondo è la versione economica del Prophet VS dopo il fallimento della Sequential Circuits: la WS “è il suono” dei primi anni ’90 ed è stata usata dal gruppo electro Orbital per il loro primo singolo “Chime” contenuto nel Green Album del 1991. Anche il giapponese Roland System 100, ai suoi tempi, era visto come la versione economica dei grandi modulari USA ed è stato utilizzato per esempio dagli islandesi GusGus per realizzare il loro settimo album, Arabian Horse, fatto di elettronica nata nell’isolamento di una casa tra i ghiacci d’Islanda. Il Minitaur è la versione recente, economica e più piccola dei Taurus, sempre targati Moog. Il Taurus I è stato utilizzato da molte band famose negli anni Settanta, mentre negli Ottanta gli U2 ne hanno fatto largo uso nel pezzo “Where The Streets Have No Name” contenuto nell’album The Joshua Tree. I vari Korg PolySix, Roland JX-3P e Roland JX-8P sono tutti synth polifonici analogici realizzati in Giappone e di fascia più economica in rapporto ai rispettivi prodotti occidentali: sono stati tutti molto utilizzati negli anni ’80 e per esempio il JX-8P è stato reso protagonista dagli Europe nel famosissimo solo di “The Final Countdown”. Il Waldorf Blofeld è la contemporanea versione budget (opportunamente aggiornata e virtualizzata) del PPG Wave 2.x: quest’ultimo è stato usato, tra gli altri, da Gary Numan nel 1984 per la realizzazione dell’album Berserker e dagli Ultravox di Lament. Un altro synth economico è il Roland Alpha Juno (disponibile a rack come MKS-50), famosissimo per il suono denominato “Hoover“ (conosciuto anche come “WhatThe?” e colloquialmente “zanzara”), molto usato nella techno, nell’hardcore, nella hard house e che ha caratterizzato tutti gli anni ‘90. Gli Human Resource hanno utilizzato largamente questo suono prodotto dal Juno in Dominating The World e per il singolo più famoso dei rave-party di quegli anni, “Dominator”. Un altro appellativo per l’hoover-sound è “Mentasm riff” proprio perché Joey Beltram, famoso DJ statunitense anni ’90, ha utilizzato il synth Juno nel suo famosissimo pezzo “Mentasm” che troviamo nel LP Classics. Infine non può di certo mancare nell’elenco la mitica Casio VL-1, mezza tastierina e mezza calcolatrice, che diventò famosa dopo che il gruppo tedesco Trio la usò per “Da da da, ich lieb dich nicht, du liebst mich nicht, aha aha aha”, più conosciuta semplicemente con il titolo “Da Da Da” e che accompagnava l’album Trio con il titolo “Ja Ja Ja”.

 

 

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

2 Commenti

  1. Perchè bisogna fare sempre paragoni inutili?
    Ricordo a chi scrive l’articolo che hanno inventato i controller midi per i vst,inoltre per fare un ottimo editing lo devi fare con il mouse.
    Voglio ricordare che i vst vengono usati dai migliori producer del mondo,quindi sulla qualità non si discute.
    Di vst ne puoi caricare quanti ne vuoi. Di synth analogico uno e basta,quindi il paragone con il prezzo basso non calza.
    Alcuni addirittura che vanno cercando il software per gestire l’analogico.(che controsenso)!!
    Libertà assoluta per chi ama il vintage o e fedele all’analogico ma non fino a al punto da fare ostruzionismo al progresso.

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