[quote_box_center]Dominati per trent’anni dai sintetizzatori digitali, dai display e dalle virtualizzazioni, nel 2015 è riesplosa prepotente la voglia di synth “veri”, fatti di decine di manopole, cursori, pulsanti, pulsantini e, soprattutto, dotati di un cuore autenticamente analogico.
In poco tempo è accaduto che il mercato si è popolato di strumenti che riprendono in pieno i paradigmi funzionali e sonori di un tempo.
Ma non mancano aggiornamenti e sorprese… Facciamo quindi il punto di una situazione frizzante e in costante crescita.[/quote_box_center]

— Giulio Curiel —

[su_dropcap style=”flat” size=”5″]D[/su_dropcap]iciamola tutta: la tecnologia digitale ha dato tanto, tantissimo al mondo della sintesi. Ha portato polifonie di decine e talvolta centinaia di voci contemporanee; ha permesso l’implementazione di tecniche di sintesi esotiche e la generazione di suoni altrimenti inottenibili diversamente; ha implicato una fortissima riduzione di ingombri, pesi e costi dei sintetizzatori; infine, ha permesso di virtualizzare i synth fino a ridurli a qualche migliaio di righe di codice da distribuire via Internet e poi far girare dentro un personal computer.

Tutte cose belle, d’accordo, che però hanno richiesto anche il pagamento di un prezzo. E si tratta di un prezzo pesantissimo, quello della perdita della fisicità e dell’intuitività nell’uso del synth: maneggiare un singolo cursore di data entry, scrutare i parametri di sintesi che si susseguono in uno striminzito display oppure al massimo usare un editor rappresentato sullo schermo di un computer interagendo col mouse sono ben altra cosa che pensare a una variazione di cutoff e poche decine di millisecondi dopo essere già con la mano sopra il relativo pomello a girarlo come forsennati! Abbiamo provato a superare questo limite dei synth digitali utilizzando controller esterni, ma alla fine tra mappature estenuanti, problemi di integrazione e routing verso DAW, controller e synth, e infine mancanza di comandi davvero dedicati (secondo la gloriosa regola “one knob, one function”, ovvero una manopola per ciascuna funzione), l’immediatezza dei synth analogici è rimasta irraggiungibile. E che dire poi del suono? Il digitale ci ha provato in mille modi a emulare l’analogico e l’espressione “virtual analog” ci ha illuso per vent’anni. Fino ad arrivare all’amara verità: solo l’analogico suona come l’analogico.

Ecco allora che negli ultimi due/tre anni c’è stato un “allineamento di pianeti” virtuoso, ovvero il verificarsi contemporaneo di diverse situazioni abilitanti che alla fine hanno portato l’analogico a una rinascita piena, convinta, prepotente. Da un lato infatti le tecnologie basate sui componenti SMD hanno permesso di tornare a produrre circuiterie analogiche con bassi costi e ingombri contenuti. Da un altro c’è stato l’ormai pressoché definitivo affermarsi della produzione in Cina per moltissimi strumenti, o quantomeno per importanti sottoinsiemi quali schede, cabinet, alimentatori.

Da un altro lato ancora è intervenuto il fenomeno della prototipazione veloce, della produzione su piccolissima scala e in lotti contenuti grazie alla Rete che rende possibile anche a progettisti individuali farsi fare un cabinet di qua, un taglio laser di là, un circuito stampato dall’altra parte del mondo, e ricevere poi tutto tramite corriere per l’assemblaggio finale. Non a caso l’azienda di Dave Smith (la Dave Smith Instruments, appunto) impiega soltanto otto persone! Insomma, sia come sia, da qualche anno di synth analogici se ne vedono sempre di più e, nel 2015, c’è stata un’esplosione incontenibile di modelli interessantissimi come non si vedeva da più di trent’anni a questa parte.

La giapponese Korg, che era stato uno dei soggetti precursori di questa tendenza con le sue varie reissue del proprio MS-20, quest’anno ha concretizzato tale esperienza rimettendo in produzione lo storico ARP Odyssey. Di questa incredibile macchina potete leggere in altra parte della rivista, in un apposito test che la mette a nudo. Qui invece è opportuno ricordare che nel nuovo Odyssey confluiscono tutte le esperienze di industrializzazione, contenimento di costi e ingombri, utilizzo dei minitasti e produzione in Cina, che l’azienda aveva già sperimentato con l’MS-20 mini. Il risultato è un Odyssey accessibile come non mai, con l’incredibile valore aggiunto dei tre modelli di filtro e un prezzo che lo rende nettamente più conveniente della concorrenza diretta, pur a costo di qualche rinuncia in termini di costruzione ed ergonomia.

Se si parla di ARP diventa impossibile non citare la rivale Moog, e difatti lo storico marchio americano ha saputo anch’esso cavalcare con grande maestria la rinascita dell’analogico: solo negli ultimissimi anni, ha riproposto anzitutto i suoni di basso del mitico Taurus in uno strumento compattissimo, di costo davvero contenuto ma dal suono grandissimo come il Minitaur. Poi si è data da fare per sfornare un “classico moderno” posizionato nella fascia di medio prezzo, ovvero ben distante da quel Voyager che probabilmente rappresenta il monosynth definitivo della casa di Asheville: prima Moog ci ha provato con lo Slim Phatty, per poi mettere ottimamente a fuoco il bersaglio con il Sub Phatty, e infine centrarlo pienamente con il delizioso Sub37. È certamente questo il synth più contemporaneo e azzeccato di Moog oggi: bello, desiderabile, col giusto livello di flessibilità architetturale grazie ai due oscillatori e il filtro multimodo, e poi con tutte le manopole “al loro posto”. Se però per voi il budget non è un problema, come dimenticare che Moog ha anche rimesso in produzione i mitici modulari delle serie System 15, System 35 e System 55? Si tratta di strumenti di livello top dal costo di alcune decine di migliaia di euro prodotti in serie limitatissima, che in molti casi sono andati sold-out ancor prima di sbarcare sui diversi mercati nazionali.

Insomma, roba di nicchia. Eppure “roba” che la dice lunga sulle tendenze della sintesi odierna, che del grande analogico sembra mostrare una fame infinita. Infine, il “terzo incomodo”: si tratta del già citato Dave Smith, l’uomo che da più anni è impegnato in un coming-back dei gloriosi principi della sintesi sottrattiva di ispirazione Eighties. Curiosamente, Smith sembra essere andato al contrario rispetto al trend fin qui delineato per le altre case: la sua DSI prima ha esordito con strumenti piuttosto innovativi come quelli della serie Evolver; poi ha provato a rispolverare il nome Prophet con il P’08, che però atterrava ancora troppo lontano dal leggendario Prophet-5 del 1978 pur condividendone il nome; poi ha ripreso i concetti del Prophet-VS nel contemporaneo Prophet-12; infine è tornata quest’anno all’uso del marchio Sequential e col Prophet-6 appena sbarcato in Italia ha finalmente dato un degno erede al P-5. Va chiarito che il nuovo Prophet-6 è uno strumento di qualità assoluta, una macchina che pur costando più di 3000 euro non è assolutamente cara in quanto è in grado di donare un suono e un’esperienza d’uso da strumento davvero grande. Insomma, il P-6 dona emozioni che nessun virtuale vi potrà mai dare! Di Smith va poi ricordato anche il Pro-2 dell’anno scorso, un monofonico (in realtà anche parafonico a quattro voci) che si iscrive alla categoria degli strumenti solisti di qualità top e che anche in questo caso recupera il filtro Prophet: se siete sul mercato in cerca di un mono, è da provare assolutamente per il suo mix di usabilità, versatilità e potenzialità creative. In questo quadro si inseriscono naturalmente anche i marchi un po’ meno “storici” ma comunque di pedigree sempre nobile: è dunque necessario citare Arturia che, con la sua serie Brute, ha dato un energico scrollone al mercato della fascia bassa grazie a due strumentini dalla facile accessibilità economica, ma dal suono grande e selvaggio.

Qui abbiamo macchine fatte in Cina da un costruttore senza tradizione hardware, eppure Mini e Micro Brute hanno saputo esprimere originalità, potenza e flessibilità di grande rilievo. Stesso discorso vale anche per Novation: col suo BassStation II ha chiuso un cerchio che l’aveva vista partire negli anni ’90 dall’analogico per poi passare al virtuale e ai soft-synth. Oggi BS-II è di nuovo uno strumento autenticamente analogico tutto da smanettare, uno strumento ideale per chi vuol iniziare da una macchina “vera”, ma grazie al suono convincente anche per professionisti consumati. Stesso discorso per Waldorf col suo Pulse 2: dopo la prima edizione del suo monosynth analogico di una ventina d’anni fa, il costruttore tedesco passato per virtuali e soft-synth torna a una macchina real-analog piccola, compatta, ma che urla da paura e che in basso ha davvero una pacca da strumento grande. Impossibile poi non citare Korg con l’ennesima riedizione dell’MS-20, riproposto quest’anno in forma di modulo senza tastiera.

Di Korg però vale la pena anche si segnalare i piccoli Volca Keys e Volca Bass (con netta predilezione di quest’ultimo da parte di chi vi scrive): non si deve infatti incorrere nell’errore di considerare queste piccole ed economiche macchinette solo come delle groovebox, perché se attaccate a un controller MIDI esterno si tratta di synth autonomi e dal suono potente, assolutamente straordinario in ragione del ridottissimo prezzo di vendita richiesto.

Menzione obbligatoria infine per la tedesca MFB, produttore che in realtà negli anni ha sempre portati avanti la logica del synth analogico in piccolissima serie ma che adesso col Dominion 1 ha in catalogo una macchina cattivissima e di livello assoluto. A livello davvero top si situa invece l’offerta del nuovo player Modal Electronics: si tratta di un costruttore britannico che tra l’anno scorso e quello presente ha fatto debuttare tre macchine davvero importanti per suono e qualità. Si tratta dell’ibrido Modulus 002 con generazione digitale a wavetable e VCF/VCA analogici, del Modulus 001 che ne riproduce l’architettura in un formato più compatto e due sole voci di polifonia, e infine del modello top Modulus 008 che è interamente analogico è ha un suono davvero grande. Purtroppo lo è anche il prezzo, ma a un pubblico “drogato” di soft-synth che costano poche decine di euro o che addirittura qualcuno scarica craccati, è davvero importante ricordare che la qualità e i materiali si pagano. Chiudiamo questa breve carrellata con le gesta di un grande del mercato dei synth. Ci riferiamo a Roland, che coi suoi JD-Xi e JD-XA propone una formula pressoché inedita di strumenti con doppio layer di generazione: a uno “strato” sonoro digitale ad ampia polifonia, si sovrappone un secondo strato realmente analogico (una voce per il piccolo Xi, quattro per il grande XA). La cosa più interessante di queste due macchine è forse proprio la convivenza dei due mondi ai comandi di un’unica tastiera, e soprattutto il fatto che l’editing con comandi fisici di ispirazione analogica è disponibile anche per il layer digitale. Di Roland va inoltre citato anche il System-1 della serie AIRA: benché si tratti di una macchina virtual analog, riprende in pieno gli stilemi operativi di un polysynth classico. Inoltre, la sua versione rack appena uscita (System-1m) è direttamente integrabile tramite patch cord col mondo dei modulari in formato Eurorack. Già, i modulari: un mondo a parte, che certamente arricchisce questo già entusiasmante panorama della sintesi analogica contemporanea. E un mondo che Strumenti Musicali continuerà a esplorare con una serie di articoli tematici di Alessandro Magri e non solo. Per chiudere, una considerazione: la maggior parte degli strumenti fin qui citati (con le importanti eccezioni di DSI, Modal e Roland) sono monofonici. Questo non è casuale perché i polifonici sono complessi e costosi da costruire.  Giova infatti ricordare agli appassionati più giovani che un synth polifonico realmente analogico a otto voci (giusto per fare un esempio), impiega esattamente otto volte il numero di componenti dello stesso synth in versione monofonica, perché ogni canale di sintesi dev’essere replicato tante volte quante sono le voci di polifonia. Logico dunque che il mercato abbia iniziato la rimonta dell’analogico dai monofonici, meno costosi da produrre e meno impegnativi da vendere. Tuttavia è opinione nettissima di chi scrive che presto il fenomeno dei polifonici real-analog monterà come una nuova marea di importanti dimensioni: adesso che il mercato ha provato di nuovo l’ebbrezza del suono realmente analogico e dei synth “tutti pomelli”, è infatti assai probabile che cresca sempre di più la voglia di polifonia. Aspettiamoci dunque novità interessanti nel settore dei poly per i mesi a venire: i modelli top di Dave Smith e di Modal saranno certamente seguiti da macchine meno costose e più abbordabili.

[su_spoiler title=”Riccardo Gallio” style=”fancy” icon=”chevron-circle”][su_dropcap style=”flat” size=”3″]R[/su_dropcap]iccardo (Ricky per gli amici) si definisce un “semplice appassionato”, ma in realtà è un musicista attivo da moltissimi anni e dotato di una collezione invidiabile di synth e drum machine. Tra le sue macchine spiccano gemme come il Waldorf Q+, il DSI Prophet-12 e la “regina” Roland TR-808. Forte di queste esperienze, a Riccardo è stato affidato per il recente Torino Synth Meeting il primo prototipo del nuovo synth di Dave Smith, quel Prophet-6 per il quale è stato rispolverato il marchio Sequential. È stata questa l’occasione per discutere con Ricky – in qualità di dimostratore d’eccezione – le doti di questa macchina, per poi allargare il tiro al mercato dei synth odierni più in generale.

GallioStrumenti Musicali  Come vedi il mercato dei synth nel 2015? Cosa spicca e cosa manca ancora?
Riccardo Gallio  Chi mi conosce sa che non ho preferenze sulle tecnologie con cui sono costruiti i synth e mi concentro più sulle possibilità creative che sul timbro di base. Sono felice che le aziende ora guardino ai polifonici dopo anni di monofonici prodotti in tutte le salse perché questa categoria è quella che più mi stimola e interessa. Attualmente le macchine considerabili come “ammiraglie” sono poche (storco sempre il naso quando vedo “mini”, “micro”, “nano”, ecc… ma forse è un mio problema) e tra queste poche quelle che mi ispirano di più sono il DSI Prophet-12 ed il Solaris di John Bowen. I prodotti Modal, seppur bellissimi, a mio giudizio hanno caratteristiche tecniche non così avanzate da giustificare un tale investimento come quello richiesto dalla casa inglese anche se, come sempre, prima di esprimermi mi piacerebbe poter provare un esemplare in modo approfondito. Certo è che, stando ai costi del vintage, preferirei orientarmi su questi nuovi strumenti, sopratutto per l’affidabilità. Interessantissimo mi sembra il nuovo JD-XA della Roland che ha un prezzo molto competitivo e delle ottime caratteristiche. Bellissima l’idea di poter avere un analogico e un digitale sulla stessa macchina, anche se le voci analogiche sono solo quattro. Sentendo anche l’entusiasmo della gente che lo ha provato, al Torino Synth Meeting di quest’anno, sono certo che sarà uno dei synth più venduti nei prossimi mesi. Onestamente non so se limitare il numero di voci e/o fare tastiere di quattro ottave invece che cinque sia un segno dei tempi (trasportabilità, risparmio, utenza diversa rispetto al passato), oppure piuttosto un modo per buttare l’amo e vedere se questi strumenti possano interessare vaste platee come succedeva “negli anni del vintage” e lasciarsi così le porte aperte per futuri prodotti più evoluti. A mio parere però questo è solo l’inizio di una nuova ondata, e quindi ci sarà da divertirsi nei prossimi anni.

SM  Venendo specificamente al Prophet-6 di cui hai provato l’esemplare B00001, cosa puoi dirci di questa macchina così anticipata e così desiderata?
RG  Ho voluto lasciare per ultimo nella discussione il nuovo Sequential Prophet-6. Ho potuto provarlo per qualche giorno con calma a casa mia grazie alla cortesia del Sig. Manzo della LEMI di Torino che mi ha prestato un prototipo. La macchina mi è piaciuta un sacco. Un suono che mancava nel catalogo di Dave Smith. Ora tutti quelli che lamentavano che il timbro DSI è “troppo moderno” hanno finalmente l’alternativa. È uno strumento piuttosto semplice e classico per architettura che, rispetto al suo antenato a cui è ispirato, incorpora (sempre restando nello standard) tutto ciò che oggigiorno ritengo quasi obbligatorio in un synth moderno. Parlo di aftertouch, velocity, uscita stereo, USB, step sequencer, arpeggiatore e due effetti digitali che, sui preset che ho potuto programmare, hanno sicuramente fatto la loro parte. Il distorsore è sembrato alle mie orecchie più musicale rispetto a quello del Prophet 12. La tastiera – di sole quattro ottave – è molto piacevole al tocco anche se mi risulta un po’ “stretta”. Ma probabilmente il mercato va così e non escludo (o almeno sogno) di vedere prima o poi una “versione SL” che di ottave ne abbia cinque. Non so quanto questo synth lascerà il segno però, anche considerando il rapporto qualità/prezzo, attualmente non vedo nulla di simile in circolazione. Per chi non è interessato agli effetti speciali ma vuole un synth facile, classico e che suoni bene… molto bene, questo è il synth da provare!

[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Josef Klang” style=”fancy” icon=”chevron-circle”][su_dropcap style=”flat” size=”3″]J[/su_dropcap]osef Klang, al secolo Giuseppe Maremma, è “il re delle rosse” in Italia: la sua collezione di macchine Clavia serie Nord è infatti impareggiabile, ma in realtà Giuseppe è un fine intenditore di sintetizzatori in generale e sposa un approccio e un utilizzo “old school” con una competenza sintetistica aggiornatissima. Al recente Torino Synth Meeting, Josef dimostrava il rinato ARP Odyssey e l’MFB Dominion I. Ecco che cosa ci ha raccontato.

KlangSM  Josef, come vedi il mercato del synth nel 2015?
Josef Klang  Quest’anno ho notato un ulteriore ritorno all’analogico, già evidente nel 2014, grazie anche alla tecnologia che permette di ottenere risultati pregevoli a prezzi accessibili. Adesso le macchine suonano davvero bene, anche quelle di fascia medio-bassa. Tra le cose più interessanti, direi che il marchio Roland – prima con la serie AIRA e poi col JD-XA – abbia segnato l’avvenimento maggiormente degno di nota nonché un ingresso nel mondo dei modulari con strumenti di qualità (col System-1m, NdR). Poi c’è la rinascita del marchio Sequential con il Prophet-6, che ho pure provato all’anteprima europea a Torino e che suona davvero in maniera convincente. Tra le altre cose è anche un bell’oggetto… Ecco, forse il prezzo è l’unica nota dolente, complice il cambio sfavorevole Euro/Dollaro. Infine abbiamo l’eccellenza italiana incarnata da GRP, con il nuovo sequencer R24 che si dimostra macchina favolosa. Tra le tendenze, credo che l’invasione dei modulari stia rallentando un po’, magari a causa dell’inflazione di marchi e di prodotti (ma potrebbe essere una mia impressione personale). Anche al Torino Synth Meeting buona parte dei prodotti esposti erano modulari: a questo punto sarebbe auspicabile un incremento non già della varietà di moduli ma delle doti performanti e di qualità costruttiva degli stessi, con un occhio di riguardo ai prezzi per dar modo realmente a chiunque di potercisi avvicinare.

SM  Che impressioni hai tratto dalle macchine che hai dimostrato?
JK  Dominion 1 è IL salto di qualità di MFB, finora abituata a costruzioni cheap seppur ben suonanti. Qui invece non si e’ lasciato nulla al compromesso: qualità costruttiva al top, dotazione della macchina eccellente, meccanica della tastiera altrettanto eccellente e suono polivalente, né “troppo Moog” ne “troppo Oberheim”. Insomma, personale e variegato!. Anche il prezzo della macchina è decisamente concorrenziale, se pensiamo che il Moog Sub 37 adesso sfiora i 2000 Euro e il DSI Pro-2 li supera… In MFB a mio parere hanno fatto centro pieno, potrebbe diventare tranquillamente il synth di riferimento nella sua fascia di mercato. Riguardo all’Odyssey, direi che Korg si e’ impegnata molto nel curare la replica minuziosa sia dei pregi che dei difetti del vecchio ARP, restituendo ai giorni nostri uno strumento glorioso e costruito in maniera migliore di quanto il produttore giapponese abbia fatto con l’MS-20 mini. Suona molto astuto l’inserimento di un selettore per i tre filtri che hanno caratterizzato la storia della macchina, e anche quello di un Drive sul VCA. Certo la tastiera slim può lasciare perplesso qualcuno, ma la possibilità di poter avere il suono ARP senza spendere le cifre del vintage credo possa far soprassedere al fatto. In più, MIDI e USB a bordo lo rendono di facile inserimento nei set-up moderni. A margine ci tengo a dire che al Synth Meeting questi due sono stati tra gli strumenti più provati dal pubblico, anche se esposti da un privato.

[/su_spoiler]

 

[su_carousel source=”media: 2094,2095,2096,2097,2098,2099,2100,2101,2102,2103,2104,2105,2106″ limit=”24″ link=”lightbox” width=”760″ height=”160″ items=”5″ title=”no” pages=”yes”] [su_spoiler title=”Discografia” class=”my-custom-spoiler”]È giunto il momento per i “vecchi” synth di venire rispolverati o rivisitati. Sono stati molti, da Korg a Moog passando per Waldorf, a rilanciare sul mercato vecchie glorie con tasti e manopole. È evidente che tutte le virtualizzazioni degli ultimi (tanti) anni avevano stufato. Gli strumenti analogici che sono tornati in auge hanno in ogni caso un passato glorioso, fatto di apparizioni importanti e innumerevoli presenze da protagonisti.  L’MS-20 della Korg è stato sempre un synth molto amato, da Vince Clark che lo impiegò nel suo album Lucky Bastard a Mr. Oizo che nel 1999 lo rese protagonista del suo super-tormentone Flat Beat. Del resto l’MS-20 ha un ruolo da protagonista anche in tutto l’album Analog Worms Attack dello stesso produttore francese. Anche i Daft Punk hanno ampiamente utilizzato l’MS-20 per la colonna sonora di Tron: Legacy, il film Disney uscito nel 2010. Anche i Goldfrapp e i Röyksopp  amano molto questo monosynth semimodulare: nel caso dei britannici esso compare già nel loro primo album Felt Mountain, mentre per i norvegesi lo si ritrova soprattutto negli album Junior e Senior. Il Minitaur  targato Moog ripropone in maniera egregia i suoni del Taurus, synth utilizzato da molte band seventies come Emerson Lake & Palmer in Brain Salad Surgery, loro album del 1973. Nel decennio degli ottanta ricordiamo l’uso che ne hanno fatto gli U2 nel pezzo “Where The Streets Have No Name” contenuto in The Joshua Tree. Tom Furse della band The Horrors ha invece utilizzato il BassStation 2 durante una delle londinesi “Krautrock Karaoke Night”. Questo strumento compare però anche nell’ultimo album della band, Luminous. Passando dall’altra parte dell’oceano, come non considerare il recentissimo Prophet-6, erede del “mitico” Prophet 5 che venne utilizzato in numerosissimi album durante gli anni ’80, e che poi non venne per nulla dimenticato? Impossibile, e così nel periodo tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 i Radiohead lo utilizzarono molto nei loro due album maggiormente sperimentali: Kid A e Amnesiac. Ma tornando agli inizi della carriera di questo storico synth polifonico, nel 1981 è stato utilizzato nel disco Dance di Gary Numan. Parlando sempre degli anni ’80, come non pensare anche ai Japan e al loro carismatico leader David Sylvian? Il Prophet 5 è stato il suo sintetizzatore preferito e l’ha utilizzato nel suo album del 1984 Brilliant Trees, ma in realtà già tre anni prima la band lo utilizzò nell’album Tin Drum. Passion: Music for The Last Temptation of Christ di Peter Gabriel (1989) è uno degli album più famosi della world music, ed anch’esso al suo interno vede il Prophet-5 protagonista in molti pezzi. Trattando di synth vintage è impossibile non citare l’Arp Odissey, e anche di questo synth è uscita una nuova release che ripropone questo strumento tanto amato sin dalla sua nascita negli anni ’70. Proprio per iniziare dai seventies mettiamo sul giradischi un disco del 1976: Autobahn, dove i Kraftwerk hanno utilizzato la prima versione dell’Odyssey (quello bianco, per intenderci). Stesso strumento e stessa band anche l’anno seguente con l’album Trans Europe Express. Ancora prima invece, nel 1974, è perfettamente distinguibile il gioiello di casa Arp nel singolo “Chameleon” di Herbie Hancock, contenuto nell’album Head Hunters.

C’è poi Billy Currie degli Ultravox, colui il quale potrebbe essere definito “The King of Odyssey” perché dove c’è lui si sente sempre anche il suono di questo synth. Chi non ricorda l’assolo di Billy durante “Hymn”, “Vienna” o “Western Promise”? In realtà anche nel loro ultimo lavoro del 2009, Brilliant, troviamo quattro tracce dove l’Odyssey è presente, una su tutte il singolo “Brilliant”. Il Roland System-1 della serie AIRA è un sintetizzatore che emula, tra i tanti, i più o meno vecchi Roland Promars, SH-2 e SH-101. Quest’ultimo è stato utilizzato da innumerevoli gruppi di musica elettronica: i Prodigy per esempio lo hanno utilizzato nel loro album The Fat Of The Land che li portò al successo nel 1997. La seconda metà degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 fu un buon periodo per l’elettronica e molti album uscirono con pezzi nei quali veniva utilizzato il Roland SH-101: giusto per fare qualche esempio è impossibile non ricordare i Gorillaz ed il loro omonimo album oppure i Portishead con il loro esordio Dummy.

— Marina Coricciati

[/su_spoiler]

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here