Storie di note in dialetto. Intervista a Charlie Cinelli

Bassista, chitarrista e cantautore che fa del dialetto bresciano il suo punto di forza, Charlie Cinelli ha avuto nel tempo diverse vite musicali, che lo hanno portato a cimentarsi negli stili più disparati, in Italia e in Inghilterra. Ci racconta il suo percorso e l’ultimo album “Rio Mella”, fresco mix di dialetto, lingua inglese e italiana, pubblicato dalla storica Appaloosa Records.

Una vita avventurosa, dalla provincia di Brescia a Londra e ritorno, trascorsa su strumenti diversi come il basso, la chitarra e il sax, una carriera da turnista in Rai, Mediaset e con artisti noti come Zucchero e Mina, fino ai suoi progetti artistici che trovano nel dialetto bresciano la caratteristica principale. Questa è la storia di Charlie Cinelli, che ricostruiamo attraverso le sue parole, dagli ascolti formanti degli inizi fino all’uscita dell’ultimo disco “Rio Mella”, con un’attenzione particolare alla strumentazione che Charlie ha utilizzato nel corso della sua carriera e nei suoi progetti più recenti.

Sei nato nel 1958, quindi hai avuto la possibilità di vivere diverse epoche della musica italiana e non: quali sono le cose più significative che hai visto e imparato?
Sono nato pochi mesi prima che scomparisse Buddy Holly e avrei scoperto solo 40 anni dopo le canzoni che aveva scritto. Nel frattempo ho conosciuto i Pooh, Gianni Morandi prima e De André, De Gregori, Guccini dopo; il rock dei Led Zeppelin, la raffinatezza dei Genesis, CSN&Y, i Weather Report… insomma credo di aver vissuto le età importanti della musica e di essere stato sempre affascinato dall’aspetto compositivo della canzone in sé, dalla capacità di raccontare una storia in tre minuti.

Quanto hai “saccheggiato” da questa discografia?
Senz’altro parecchio! Penso sia impossibile non farlo, anche involontariamente, quando si ha un’idea o ci si mette a scrivere.

Sei bassista, chitarrista e cantante. Vuoi parlarci del tuo “periodo di apprendistato” e di come evidenzi la tua personalità, a seconda delle caratteristiche dello strumento?
Ho iniziato con la chitarra, imparando i primi accordi nel negozio di barbiere del paese, per poi impegnarmi di più in lezioni serali a scuola dal maestro Albino Nassini. Il basso è arrivato dopo, cioè quando, come accade in molti casi, qualcuno deve pur suonare questo strumento! Così mi sono pagato il primo Fender Jazz Bass lavorando in officina. Da lì in poi ho studiato un po’ di contrabbasso in conservatorio e nei seminari jazz che si tenevano al tempo, come quelli di Gaslini o di Donzelli. La mia personalità, nel caso del basso, esce fuori completamente nel ritmo, nel cercare sempre il groove giusto in accordo con la batteria, mentre considero la chitarra il sostegno giusto per cantare le mie canzoni, non penso affatto di essere un virtuoso.

Una delle tue prime esperienze lavorative è stata nel gruppo che accompagnava Iva Zanicchi: vuoi raccontarci questa fase e quella successiva di concerti in Europa?
Sì è vero! Grazie a un malinteso, ho suonato il sax con Iva Zanicchi insieme a un gruppo di Roma. Vi racconto com’è andata: durante il servizio militare di leva avevo conosciuto Carlo Civiletti, chitarrista e contrabbassista romano. Insieme ogni tanto “si jammava”, io suonavo il sax nella fanfara della caserma e a volte il basso con Andrea Sarno di Aversa alla batteria. Così ci si distraeva dalla vita militare. Una volta tornato a casa, sono stato invitato da Carlo ad unirmi alla band della Zanicchi e ho iniziato a studiare i pezzi con il basso… avrei scoperto solo poco prima dei concerti che invece l’aspettativa era che suonassi il sax! Ne comprai uno da Cherubini a Roma e naturalmente sbagliai strumento: il contralto Yamaha nuovo di zecca non corrispondeva, nelle posizioni, al tenore Orsi in prestito sul quale mi ero esercitato… fa niente, tutta esperienza. Mi sarebbe servita dopo, quando mi sono unito a un gruppo che lavorava all’estero, con il quale bisognava leggere ogni sera le parti che il pianista arrangiatore andava giornalmente rinnovando e cambiando. Senza contare che i generi c’erano veramente tutti: disco, swing, latin, canzone italiana. Un percorso analogo per un giovane musicista oggi sarebbe auspicabile, ma ho l’impressione che dovrebbe essere comunque all’estero.

Ci parli dei tuoi anni in Inghilterra?
È stato un periodo in cui mi sono veramente adattato a suonare di tutto. L’affitto ad Hammersmith London W6 costava parecchio, così ho fatto il chitarrista in un gruppo country, il bassista in un gruppo rock, il contrabbassista in divisa militare in una big band stile Glenn Miller e il cantante-chitarrista in pub e ristoranti.

In Italia hai collaborato con molti artisti noti e con televisioni nazionali. Come hai iniziato e che ricordi serbi di questi lavori?
Tornato in Italia, dopo un po’ di anni a “girovagare”, sono stato chiamato da Sandro Gibellini, che mi ha proposto di unirmi all’orchestra ritmica RAI come bassista. Lì ho conosciuto Alfredo Golino che, praticamente, mi ha guidato nella carriera di turnista. Grazie a lui ho lavorato in orchestra, in studio e in concerti con vari artisti e produttori. Un’esperienza in studio interessante è stata quella con Mina: avevamo dedicato un paio di giorni a preparare le basi con gli arrangiamenti per l’album “Mina Nº 0”. Il terzo giorno lei è arrivata in studio e, mentre noi stavamo impacchettando gli strumenti, ha praticamente registrato tutti i pezzi al primo “take”… un’artista eccezionale! Ho lavorato spesso anche con Lele Melotti e, in particolare, ricordo un giorno in studio con Zucchero: io mi ero portato il Fender Jazz, il 5 corde Ibanez Prestige e il fretless Godin. Dopo un po’ che armeggiavamo per trovare il suono giusto, Zucchero ha preso dalla parete un vecchio Gibson di Umbi Maggi, con corde d’epoca annesse, e mi ha fatto registrare la parte con quello… evidentemente affascinato dal suono vintage!

La tua produzione personale ha come punto chiave l’utilizzo del dialetto bresciano. Come sei arrivato (o, in qualche modo, “ritornato”) alle tue origini?
Quando vivevo all’estero mi capitava spesso di pensare nel mio dialetto, soprattutto in occasione di imprecazioni… che comunque non soffocavo visto che il bresciano è difficilmente comprensibile! Componevo di quando in quando delle melodie che registravo sul mio Tascam 4 piste a cassetta. Una volta mi è venuta l’idea di mettere su una di queste un testo nel mio dialetto, così per gioco, e mi sono accorto che è molto musicale, come tutti i dialetti italiani.

Parlaci della musica che hai visitato maggiormente nei tuoi progetti: il rock, sempre mischiato con il dialetto, con il trio Charlie & the Cats, e il folk nei tuoi lavori acustici.
Ho sviluppato il rock in “Dialect-English” con i Charlie & the Cats nel ’90, insieme ad Alan Farrington al basso e a Cesare Valbusa alla batteria. Ho comprato una chitarra Valley Arts e, con un Mesa Boogie prima e un Marshall dopo, mi sono messo sotto a suonare, cantare e sudare per anni. Il nostro sound è possente e molto articolato, si passa dal power rock al funk allo swing a seconda del tipo di brano e le nostre voci si fondono alla perfezione! Dal 1998 invece, ho ripreso la chitarra acustica per un mio progetto folk. Volevo raccontare delle storie con le canzoni che man mano avevo composto e avevo voglia di quel bel sound rilassante, un po’ alla Neil Young, aggiungendo la fisarmonica e il mandolino. La risposta di pubblico e critica è stata favorevole, così ho continuato a produrre album di quel tipo.

Quali sono gli strumenti favoriti che utilizzi a seconda del progetto?
All’inizio avevo una sei corde Takamine, poi ho preferito la J-200 Gibson, che mi supporta meglio soprattutto nei live come “one man band”. Si è rivelata molto buona e versatile anche in studio. L’unica chitarra classica che possiedo è una Alhambra, che ho trovato da un rigattiere un po’ di anni fa, l’ho fatta restaurare e adesso suona a meraviglia. A volte come elettrica ho utilizzato una Stratocaster degli anni Ottanta e, per dare un tocco di vintage, una Davoli Wandré Cobra, che mi ricorda tanto le colonne sonore dei film di Sergio Leone.

Quanto è complesso esportare la canzone in dialetto al di fuori dei confini della provincia?
È veramente una gara dura: di solito viene accolta con le pinze, figuriamoci se si tratta di bresciano… probabilmente è il dialetto o addirittura anche solo l’accento meno simpatico che esista, vedi l’impegno a dissimularlo dei nostri personaggi famosi (tipo la Gelmini o Francesco Renga, un po’ meno Fabio Volo che ci gioca sapientemente). Quello che però tanti dicono è: “Se molte persone ascoltano canzoni in inglese senza capirne il testo, non dovrebbe essere così anche per il dialetto?” Non lo so! Io ho provato ad adottare la proiezione delle traduzioni in italiano durante i concerti, questo anche per i bresciani che non capiscono il mio dialetto (io sono della Val Trompia)… pensa te!

Ci parli del tuo ultimo disco?
Il progetto è nato da un’intuizione di Andrea Parodi, songwriter e produttore artistico della Appaloosa Records, che mi ha guidato con un concetto molto semplice: il dialetto non è un handicap ma è proprio la forza della canzone, basta dargli la veste giusta con una sonorità accattivante e arrangiamenti rinnovati. Andrea mi ha messo in contatto con musicisti importanti come Joel Guzman (fisarmonica), Augie Meyers (organo), Andrew Hardin che suona una splendida acustica Collings, Alessandro Valle con la pedal steel e Carrie Rodriguez (violino). Abbiamo deciso di inserire canzoni in varie lingue proprio per interessare di più il pubblico che di solito scarterebbe il dialetto a priori. Ad esempio “Il Ponte” è la versione italiana di una poesia del bresciano Franco Molinari, che parla di una sua esperienza toccante vissuta durante la seconda guerra mondiale; “Sweet Pony” è la traduzione in inglese di un mio brano del 1998, “Viento De Amor” parla del ritorno dei miei vecchi zii dall’Argentina dopo 30 anni e il ritornello è in spagnolo, “Tresenda 43” è un brano di Andrea Parodi cantato per metà in dialetto e per metà in italiano insieme a Laura Fedele. Non poteva mancare un po’ di nostalgia con un tributo al grande De Gregori in un’insolita versione di “Pablo” e uno a Stefano Rosso per la sua indimenticabile “Via della Scala”.

Come sono stati registrati e mixati i vari strumenti?
Abbiamo inciso chitarre e voci nel mio studio con un banco Midas, un pre Focusrite e un microfono Neumann TLM 105, mentre la batteria nel sontuoso studio di Alfredo Golino, che ha suonato in modo magistrale tutti i brani in mezzo pomeriggio (un po’ come Mina!). Alcune voci le ho rifatte durante la fase di mix nell’Edac Studio a Fino Mornasco, insieme a Davide Lasala e Andrea Fognini. Il banco è lo storico EMT, che ha regalato un bel calore ai suoni un po’ crudi forniti da me. Il disco è stato masterizzato da Giovanni Versari. Siamo in un’atmosfera Tex-Mex, un suono di confine, come quello che il mio dialetto deve cercare di passare con la musica.

Ci parli della tua attuale sfera live?
Per me, “dal vivo” significa feste estive dove fare casino con i Cats o da solo, locali grandi e piccoli dove ci si adatta all’impianto che c’è, feste aziendali dove propongo quella parte di repertorio che meglio si confà all’occasione. Oppure il teatro, dove suonare l’altra parte di repertorio, quella che mi sta più a cuore: la canzone da ascoltare, da seguire e da cui farsi trasportare con una storia o una poesia; l’auditorium o la sala civica che possa ospitare concerti dove non ci sia bisogno di pestare sul pedale della cassa o di urlare lo slogan di turno… (ahimè, ne ho fatti alcuni e non me li tolgo più di dosso).

Tra gli altri tuoi lavori artistici, di quale vai più orgoglioso?
“Àngel 1862” è il mio preferito. Si tratta di un concerto dedicato all’opera di Angelo Canossi, poeta bresciano vissuto tra il 1862 e il 1943. Personaggio chiave del lavoro è stato Roberto Soggetti, fine musicista, pianista jazz, arrangiatore e mio amico di infanzia. Con lui ho realizzato questo progetto sostenuto dalla Provincia di Brescia, che ha preso forma nel 150mo anniversario della nascita del poeta, in un organico composto da quartetto d’archi, percussioni, flauto, clarinetto, corno e il sottoscritto alla voce. I concerti sono stati pochi ma molto belli. Una splendida esperienza!

 

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