Steven Wilson è tornato in Italia

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Steven Wilson è tornato in Italia e lo ha fatto con la consueta gentilezza e tecnica musicale che lo contraddistingue. Wilson è famoso nell’ambiente rock progressive per i suoi Porcupine Tree nati nella seconda metà degli anni Ottanta, ed è anche un’importantissima figura della musica internazionale dedicatasi ad un’infinità di progetti che esulano anche da tale stile: nel suo curriculum ci sono per esempio il side-project Bass Communion (dove l’ispirazione arrivava dalla ambient e dalla drone music, e da musicisti quali i Tangerine Dream e Klaus Schulze) e i remix in 5.1 di numerosi album storici del progressive britannico degli anni Settanta.

Attualmente Wilson, se proprio obbligato a dare un’etichetta al proprio stile, ama definirlo come “musica rock concettuale”, anche se a mio avviso scorre ancora molto prog nelle sue vene. L’approccio concettuale si nota invece molto nel live, dove il tipico show da rocker viene affiancato da uno storytelling musicale e multimediale.

Il lungo concerto di Steven Wilson e dei quattro musicisti che lo accompagnano in questo tour si svolge in due parti nettamente distinte, con la prima che copre il suo penultimo album Hand.Cannot.Erase. (uscito a gennaio 2015) di cui esegue la bellissima title track e altri nove pezzi tra i quali “3 Years Older” e “Happy Returns”. Dopo quasi un’ora e mezza di musica c’è poi un piccolo break, giusto quindici minuti per far riposare il pubblico, i musicisti della band e fare tutti una pausa mentale come se si stesse girando il vinile per passare a un’ipotetica Side B. Si riparte, e le prime tracce sono estratte dal nuovissimo album 4 ½, titolo non casuale per un EP concepito come un ideale ponte fra il precedente lavoro in studio e il prossimo lavoro non ancora iniziato. L’album comprende sei nuove tracce per un totale di 37 minuti di grande musica: quattro sono nate durante le session delle registrazioni di Hand.Cannot.Erase. e una durante quelle di The Raven thet Refused to Sing. La traccia finale è una versione di “Don’t Hate Me”, brano in origine risalente ai Porcupine Tree del 1988, ora basata su una registrazione vocale effettuata durante l’ultimo tour europeo con aggiunte successive da studio.

Ma torniamo al concerto: Steven, dopo questi ultimi pezzi estratti dal nuovo di casa Wilson, ci propone due tributi ad artisti da lui molto amati e recentemente scomparsi. A David Bowie, Wilson dedica il proprio brano “Lazarus”, omonimo dell’ultimo singolo del Duca Bianco ma scritto anni fa. In questa “Lazarus”, per ironia della sorte, il protagonista si chiama proprio David, e così il cerchio delle citazioni si chiude. Discorso meno complicato per Prince, al cui ricordo Wilson dedica una propria rivisitazione del pezzo “Sign o’ the Times”.

Dopo quasi tre ore di concerto arrivano gli ultimi due pezzi: “Sound of Muzak” dei Porcupine Tree, fantastica come sempre e che manda in visibilio il pubblico, e la recente ed epica “Raven” che porta a galla quel velo di tristezza che silenzioso ha avvolto tutto il concerto. Sì perché, oltre a una grande quantità di progressive (anche alla Genesis, nonostante il buon Wilson non voglia ammetterlo), c’è anche una buona dose di tristezza e malinconia che accompagna tutti i suoi pezzi. Piedi nudi per un maggior contatto con il palco e le pedaliere, in queste tre ore Steven fa godere delle sue capacità strumentali ma anche di quelle dei suoi notevoli musicisti, davvero dei draghi coi rispettivi strumenti.

Wilson è difatti accompagnato sul palco dalla fidata band che lo ha affiancato in studio: Dave Kilminster alle chitarre, Nick Begs al basso e al Chapman Stick, Adam Holzman alle tastiere e Craig Blundell alla batteria. Dei veri professionisti che trovano puntualmente spazio in assoli, interventi sincopati, obbligati e duetti che vedono di volta in volta emergere un drumming sempre potente, veloce e con forti tinte jazz-rock, linee di basso scolpite e molto lavorate che si alternano a potenti groove allo Stick, soli di Minimoog Voyager e piano elettrico da far accapponare la pelle, interventi di lead guitar che sembrano presi di peso dalle migliori esecuzioni di vari chitarristi progressive degli anni Settanta, Steve Hackett in primis.

Decisamente un bel concerto, ricco di tanta musica suonata, qualche intervento tecnologico e dei visual veramente efficaci e incisivi (specie nella seconda metà), a confezionare un prodotto forse non originalissimo e innovativo, ma di grande spessore umano e musicale.

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