[quote_box_center]Hanno attraversato un secolo, hanno accompagnato jazz, pop e world music. Sono di metallo, di nylon, di saggina, di plastica o di carbonio. Signore e signori: le spazzole![/quote_box_center]

— Andrea Beccaro —

[su_dropcap style=”flat” size=”5″]T[/su_dropcap]ra il 1895 e l’inizio degli anni ‘20 furono depositati diversi brevetti per schiacciamosche, tra i quali uno addirittura telescopico – tecnologia meccanica al servizio della lotta contro i muscoidi. Difficilmente gli inventori di tali accessori avrebbero mai immaginato che i frutti della loro creatività pratica avrebbero trovato un posto nella storia della musica.
Oggi, se pensiamo a uno schiacciamosche, ci viene in mente il solito aggeggio formato da un manico, con la spatola in plastica bucherellata dedicata al letale compito. Ma alla fine del diciannovesimo secolo la plastica stava appena appena nascendo, ed era ben lontana dall’essere di uso comune. Quindi lo schiacciamosche era composto da un manico e da un numero generoso di sottili fili metallici che andavano ad aprirsi a ventaglio (ricorda qualcosa?). Pare che tale modello risultasse vantaggioso dal punto di vista della scarsità dei rimasugli di insetto che rimanevano sulla superficie su cui gli ignari esserini concludevano la loro avventura terrena.
In teoria quanto di più distante dal jazz, fenomeno a quei tempi in rapida espansione, e dalla batteria. In realtà i batteristi stavano iniziando a combattere la sempiterna lotta del controllo del volume. Lotta resa ancora più difficile dal fatto che, agli inizi del secolo scorso, gli strumenti non si amplificavano, per il semplice fatto che i mezzi non esistevano ancora. Quindi i batteristi si trovavano a suonare insieme a strumenti acustici il cui livello di decibel era spesso di gran lunga inferiore a quello dei tamburi (pensate anche che 28” era una misura comune per la cassa). Una leggenda narra che sia stato Jelly Roll Morton a dare (per scherzo) al suo rumoroso batterista un paio di schiacciamosche: il batterista stette allo scherzo e li usò per suonare, scoprendone le quiete virtù. Per i primi anni le spazzole (anzi, gli schiacciamosche) furono usati solo come alternativa silenziosa alle bacchette. Ma col passare del tempo i batteristi scoprirono che, oltre al volume ridotto, gli schiacciamosche erano in grado di produrre altri “rumori”, e rimasero particolarmente affascinati dal suono legato, ottenuto dallo strisciare dei fili sulla pelle del rullante, con cui crearono una serie di pattern di accompagnamento/interplay che divennero poi standard nel linguaggio della batteria jazz.
Dal momento che gli schiacciamosche stavano diventando un accessorio comune, l’industria degli strumenti musicali si adeguò e iniziò a produrli, chiamandoli, più elegantemente, spazzole (ma i batteristi continuarono comunque per anni a chiamarle schiacciamosche). Erano talmente simili agli schiacciamosche che nel 1928 Ludwig venne trascinata in tribunale dai signori Allis e Wiens per aver copiato il loro schiacciamosche telescopico, depositato nel 1913 (Ludwig vinse comunque la causa).
Problemi di copyright a parte, le spazzole diventarono parte integrante dell’equipaggiamento del batterista, e le tecniche esecutive sempre più raffinate si evolvero di pari passo col jazz, raggiungendo livelli altissimi (vedi discografia consigliata). Si può dire che, di base, le spazzole rimasero praticamente invariate per circa sessant’anni. La differenza principale era tra i modelli dotati di manico telescopico, che permetteva di ritrarre e proteggere in esso i fili, e quelli con manico in legno, che lasciavano i fili perennemente aperti a ventaglio. Nella seconda metà degli anni ‘80, l’introduzione dei rods (che hanno rappresentato la prima mediazione tra i due estremi bacchette/spazzole) diede il via alla creazione di una quantità di battenti per batteria che, naturalmente, comprese anche molte varianti sul tema spazzole. Le blasticks furono tra i primi modelli a fare uso dei fili di plastica (con apertura a cono inverso, più che a ventaglio, fissati su un manico di legno) al posto di quelli in acciaio: i fili in plastica offrivano un volume maggiore, con attacco morbido e caldo, mentre il suono strisciato risultava più povero. Quindi i batteristi avevano a disposizione, in scala di attacco/volume crescente: spazzole, blasticks, rods, bacchette. Sulla base di queste quattro “famiglie” i marchi produttori, negli ultimi 15 anni, hanno letteralmente invaso il mercato con una moltitudine di variazioni sul tema, in grado di offrire una quantità di sfumature timbriche enormi, dando al batterista maggiori potenzialità espressive, ma anche rendendo sempre più difficile la scelta dell’accessorio “giusto”.
Gli schiacciamosche di un tempo oggi si trovano con fili (in metalli, plastiche, saggina… ) più fini, più spessi, più morbidi, più rigidi, più fitti, più radi, leggermente piegati verso il fondo, con delle microsfere in cima, con pochissimi fili spessi intrecciati tra loro… e chissà cos’altro ancora aspetta dietro l’angolo l’ignaro batterista, che vede crescere il contenuto del portabacchette in maniera inversamente proporzionale a quello del suo portafogli.

Il parere degli esperti

Abbiamo chiesto a due rinomati specialisti delle spazzole di raccontarci come è nata la loro passione per esse, qual è stato il loro approccio allo studio, la loro opinione su impugnature varie, sulla sabbiatura delle pelli, sull’uso (o no) della cordiera e di comunicarci qualsiasi altra cosa ritenessero utile per la comprensione di questi accessori comuni, ma ancora assai misteriosi. Poi bbiamo chiesto anche ad uno specialista, che sta “dall’altra parte del bancone”, di raccontarci il suo rapporto con le spazzole e quello dei batteristi che frequentano i paesi dei balocchi: i drum shop!

[su_spoiler title=”Il musicista — Stefano “Brushman” Bagnoli” style=”fancy” icon=”chevron-circle”][su_dropcap style=”flat” size=”3″]M[/su_dropcap]usicista/didatta che non necessita di alcuna presentazione e che fin dal soprannome svela la sua passione per le protagoniste del nostro speciale.

Ph Roberta Altea
Ph Roberta Altea

Il destino volle che a 12 anni mio papà mi regalò un rullante ed un paio di spazzole e con quelli cominciai ad accompagnare i dischi in casa. Abitavamo in un condominio e lo scrupolo di papà fu di non esagerare troppo con il volume, quindi trovò il regalo più consono alla situazione e io ne approfittai. In seguito mi regalò una Tama vera e propria sulla quale non lesinavo legnate… ma ho avuto i vicini più carini del mondo: non si sono mai lamentati, anzi, mi incitavano a studiare! Le spazzole tuttavia rimangono il mio primo amore. I primi dischi su cui iniziai a suonare da autodidatta furono le incisioni della band di mio papà Gigi e mio zio Carlo, la Milan College Jazz Society, una delle pioniere tra le jazz band italiane; sui loro dischi cominciai a capire cos’è lo swing e a conoscere molti standards tradizionali che successivamente approfondii attraverso le incisioni storiche di Louis Armstrong, Oscar Peterson, Clark Terry; Count Basie, Ella Fitzgerald e tutti i grandi “papà” della nostra musica. Parlando di batteristi il mio imprinting con le spazzole mi fu dato da Shelly Manne, sui suoi dischi in trio con Andrè Previn e Red Mitchell. Parlando di impugnature… il mio maestro Carlo Sola, alla fine degli anni ‘70, mi diede le prime vere lezioni tecniche sulla batteria, spazzole comprese. Con le bacchette imperava l’impugnatura traditional e sebbene in questi ultimi anni io abbia perso quasi completamente il suo utilizzo (sono più a mio agio con la matched grip… non so perché) con le spazzole uso esclusivamente la traditional. Trovo la traditional grip fisicamente perfetta e agevole per poter utilizzare i movimenti delle dita e del braccio in orizzontale. I suoni possibili con le spazzole sono decine e tutti da sperimentare attraverso didattica e studio approfonditi, senza escludere una buona percentuale di orecchio e istinto; è l’istinto che deve supportare la tecnica, le orecchie fanno il resto! Sulla pelle dobbiamo saper sfruttare pienamente i movimenti di dita, polsi, braccia e spalle, considerando il tutto un mezzo per poter proporre sonorità molteplici ed adeguate alla musica che stiamo affrontando. I respiri, gli strisciati, i soffi… ma anche volume e sostanza; le spazzole sono uno strumento ben definito, non un surrogato delle bacchette! Dal punto di vista tecnico, un buon sound necessita del supporto di pelli sabbiate; fino all’avvento delle Evans di ultima generazione la sabbiatura sulle pelli realizzava il sound migliore a partire da una certa usura in poi, ma ora questo problema non esiste più poiché la qualità attuale ha superato l’inconveniente. Naturalmente evito di usare la cordiera inserita dal momento che uccide gli armonici del tamburo; sono io che devo saper creare e gestire suoni corti o lunghi, leggeri o violenti, strisciati o attacchi utilizzando dita e braccia. Da un unico tamburo dobbiamo saper creare molti suoni pertanto la cordiera, dal mio punto di vista, è bandita. Come dicevo poc’anzi, le spazzole sono un vero e proprio strumento che io stesso continuo a scoprire grazie ad una didattica costante che mi investe sempre più concretamente attraverso i metodi che elaboro e le lezioni che mi vengono richieste – e non solo da jazzisti (e questa è un’unteriore soddisfazione)! Nel mondo batteristico persistono luoghi comuni stupidi come “la cassa piccola è jazz, quella grande è rock”, insomma, una serie di idiozie che non hanno alcun senso, compresa quella che relega le spazzole ad accessorio mummificato per il jazz tradizionale. Le spazzole sono uno strumento a sostegno di jazz, latin, funk, pop… possono affrontare un utilizzo stilistico enorme, l’importante è non limitarsi ad usarle solo per accompagnare le ballad o lo swing vintage, sta a noi sfruttarle come si deve e per questo esistono l’intuito, la tecnica, l’ascolto, l’iniziativa personale e la sperimentazione. Attualmente sto lavorando con Tommaso Vivaldi, ideatore del nuovo portale didattico Ideamus, portale nel quale ho a mia volta inserito un mio canale didattico, SBM – Stefano Bagnoli Music, che presenta e propone tutti i miei lavori didattici in dvd, videolezioni, metodi in pdf, oltre a forum, foto, video e audio; insomma, dopo tanti anni di carriera live (che, ovviamente, prosegue) mi sento pronto a promuovere un’attività didattica della quale già da qualche anno non posso fare a meno per sentirmi appagato. Il fascino del fare il musicista sta nel non sentirsi mai arrivati da nessuna parte, nell’essere in continua evoluzione… non conta l’età, contano lo spirito e la necessità di guardarsi intorno per scoprire qualcosa di nuovo da collaudare, sperimentare e sempicemente consolidare.[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Il musicista — Florian Alexandru-Zorn” style=”fancy” icon=”chevron-circle”][su_dropcap style=”flat” size=”3″]U[/su_dropcap]n giovane e visionario musicista/didatta tedesco che, grazie alla sua bravura e creatività, è riuscito nel giro di pochi anni a conquistarsi una solidissima fama intercontinentale, e che sta affascinando innumerevoli batteristi con il suo approccio innovativo all’uso e all’insegnamento/studio delle spazzole.

FlorianHo iniziato ad usare le spazzole dopo aver sentito Jeff Hamilton con il suo trio nell’album “From Studio 4, Cologne”. Volevo imparare ad eseguire certe cose che gli sentivo fare, così andai dal mio insegnante, che mi mostrò qualche cosa, ma fu anche alquanto misterioso, dicendomi che in fondo (le spazzole) erano una cosa molto personale e che ognuno aveva il suo approccio; quindi mi insegnò sul rullante il primo, classico pattern jazz, lo swing. Poi andai ad una jam session e, ovviamente, usai quel pattern, ma mi sentivo a disagio, limitato, non riuscivo ad esprimermi come volevo e mi dissi: “sarebbe stupendo poter usare il linguaggio che uso con le bacchette”. Così iniziò la mia ricerca/evoluzione. Penso di possedere praticamente tutti i libri che riguardano le spazzole, quello di Philly Joe Jones, quello di Ed Thigpen… dai classici ai più recenti, ma una cosa per me fondamentale è stata che, all’inizio dei miei studi, YouTube stava diventando popolare, e mi ha permesso di vedere i maestri, di poterli studiare “da vicino”, che è ben diverso dal poterli solo ascoltare! Così ho studiato i movimenti/diagrammi di Philly Joe Jones, Elvin Jones, Jeff Hamilton… poi però ho pensato che quelli erano “solo” diagrammi e mi sono chiesto come sarebbe stato possibile approcciare le spazzole partendo dalle divisioni, ad esempio: come posso suonare solo quarti? Con un movimento a cerchi interi? Mezzi cerchi? Lineare? La risposta fu: tutti e tre! Quindi ho iniziato a studiare diversi libri (letture etc, che prima eseguivo con le bacchette) con le spazzole, come il Wilcoxon, cercando di eseguire i rudimenti/soli con le spazzole, non colpendo la pelle, ma solo con movimenti strisciati. Riguardo all’impugnatura… secondo me non è necessario cambiarla, quindi uso la stessa impugnatura per bacchette e spazzole. Io uso la matched grip, credo che il suono sia più coerente, la traditional differenzia maggiormente il suono tra le due mani… alla fine è una scelta dettata dal suono che si vuole ottenere; per un suono più “tradizionale” l’impostazione traditional va benissimo, per un suono più “moderno” ritengo che la matched mi offra maggiori possibilità. La sabbiatura della pelle non è un fattore molto importante per me: suona bene nuova, leggermente usata e anche consumata. Ho sviluppato un modello signature di spazzole per Vic Firth – saranno disponibili a breve – che aiutano a mantenere il suono consistente con pelli in condizioni diverse. Io uso la cordiera inserita o disinserita a seconda di quello che sto suonando: per jazz tradizionale e latin la cordiera è disinserita, per stili più contemporanei (hip hop, drum’n’bass etc) tengo la cordiera inserita. Sono assolutamente convinto che le spazzole non siano solo una cosa del passato che riguarda esclusivamente il jazz, come purtroppo vengono spesso recepite dai batteristi; le spazzole sono per me un suono, un’opportunità di ampliare la gamma espressiva/musicale del batterista, indipendentemente da generi o stili. Quindi il mio consiglio generale è quello di mantenere sempre una mentalità aperta, ascoltare di tutto, non solo batteristi, ascoltare come un pianista o un saxofonista improvvisa su una forma, il suo fraseggio; siamo tutti musicisti, e come batteristi vogliamo evitare di diventare protagonisti della vecchia barzelletta che dice “ok, i musicisti sul palco… e anche il batterista”. É importante che i batteristi abbiano una profonda comprensione della musica e curiosità e apertura mentale sono requisiti indispensabili.[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Il rivenditore — Fabrizio Di Tano” style=”fancy” icon=”chevron-circle”][su_dropcap style=”flat” size=”3″]I[/su_dropcap]l “commesso n°1” (per sua definizione) del rinomato drum shop Percussion Village di Milano.

FabrizioOggi la cultura delle spazzole mi sembra un po’ “insabbiata”; direi che circa l’ottanta per cento di chi entra per comprarle non ha una vera “idea” delle spazzole, ma viene a prenderle per sostituire le bacchette per quelle classiche situazioni dove il gestore del locale richiede una band di sottofondo; al di là della tristezza della cosa, la mancanza di cultura fa sì che poi manchino le capacità di scegliere le spazzole giuste; ovviamente io sono qui per aiutare e spiegare le varie differenze, ma la confusione è veramente tanta. Le spazzole si sono decisamente evolute, nei materiali e nella forma: rods in nylon più o meno grandi, manico in legno, manico in plastica, diverse flessibilità, più corte, più lunghe… come Percussion Village facciamo fare a un noto produttore americano dei modelli di nostra ideazione; lui si presta alle nostre “paturnie” e alla fine ci ha costruito tre tipi di spazzole (soft, medium e heavy) principalmente tradizionali con i fili in acciaio di tre densità diverse; due tipi di spazzole in nylon col manico in legno, una bianca più lunga con maggiore inerzia e una blu con fili più corti, modello che è piaciuto molto sia ai batteristi sia a coloro che usano le spazzole sul cajon.
L’evoluzione del mezzo ha fatto sì che le spazzole trovino applicazioni diverse e stare dietro alle esigenze di mercato non è sempre semplicissimo. Quindi se la prima necessità dell’acquirente medio è quella di ridurre il volume, si tratta comunque di un’esigenza che può poi portarlo a scoprire un universo intero. Da lì può partire la ricerca di ognuno, tenendo anche presente che le spazzole danno la possibilità di studiare in modo quasi silenzioso, e quindi sono praticabili praticamente ovunque e su diverse superfici, anche un giornale, una scatola di cartone. Mi ricordo che Steve Gadd, in uno dei suoi primi video, dimostrava un groove con le spazzole sulla classica “pizza” di cartone che conteneva il nastro per registrare. Gadd, tra l’altro, è stato un musicista che ha ampiamente provato che le spazzole non sono un accessorio esclusivamente jazz, usandolo più volte nelle sue registrazioni pop, con Paul Simon e molti altri, donando al groove una “pasta” unica e perfetta per la situazione. Io personalmente rimasi “flashato” la prima volta che vidi una videocassetta di Clayton Cameron, dove lui, vestito come Mazinga, eseguiva su una base molto elettronica un groove violentissimo usando le spazzole! Immediatamente mi dissi “è una cosa stupenda, si riescono a fare quelle cose con le spazzole?”; da lì, per quanto mi riguarda come musicista, ho iniziato a cercare di capire un po’ meglio che cosa fossero questi attrezzi che fanno cambiare completamente il modo di suonare. Il bello delle spazzole è che sono più musicali delle bacchette, perchè ci permettono di suonare non solo con colpi staccati ma di controllarne anche la durata. Pensiamo anche a quanti “disegni” diversi abbiamo a nostra disposizione, ognuno in grado di darci sfumature diverse da un solo tamburo. Purtroppo le spazzole sono ancora viste molto spesso come qualcosa di non necessario – in fondo, la maggioranza dei batteristi non inizia a suonare lo strumento perchè ha sentito Ed Thigpen… – ma chi generalmente prosegue negli studi deve rendersi conto della loro importanza e del loro fascino.
É anche vero che non credo che si possa iniziare da zero con le spazzole, in quanto richiedono già un certo controllo e senso del timing. Io quando ne rimasi affascinato iniziai anche a sperimentare con materiali diversi, “rubando” una scopa di saggina a mia zia e usandola per costruirmi delle spazzole alternative (oggi le spazzole in saggina sono regolarmente commercializzate). Per non sprecare niente, col manico feci altre cose: claves, battenti… mia zia non fu molto contenta, ma ero in un periodo di ricerca sonora, e la scopa era quel che avevo sotto mano in quel momento. Una volta mi è anche successo di non avere delle spazzole a delle prove dove mi sarebbero servite, ma guardandomi intorno ho trovato la parte finale di uno spazzolone… non avete idea di come suoni bene strisciato su una pelle sabbiata. Quindi suonavo questo groove con una bacchetta in una mano e la testa dello spazzolone nell’altra; i miei compari di band mi presero un po’ in giro ma dovettero ammettere che funzionava benissimo! La batteria è anche questo, uno strumento che ci permette di utilizzare un attrezzo comune che, normalmente, non ha niente a che fare con la musica e di farlo vivere ad un altro livello.[/su_spoiler] [su_box title=”I suoni delle spazzole” box_color=”#00c0ee” radius=”1″]

Le spazzole sono in grado di generare una moltitudine di suoni, impossibili da elencare ed esemplificare in modo approfondito; vediamone alcuni tra i più comuni.

1_spazzole1 Colpo staccato aperto: è il modo di colpire più simile a quello usato con le bacchette, dove la parte terminale colpisce perpendicolarmente la pelle e si stacca immediatamente da essa, lasciando la risonanza del tamburo libera di svilupparsi.

 

2 Colpo staccato stoppato: si esegue come il colpo precedente, solo che al momento dell’impatto si esercita pressione sulla spazzola fermandola sulla pelle, producendo così un suono secco e privo di armoniche.

 

3 e 4 Suono strisciato: si esegue con movimento orizzontale, strisciando la parte terminale della spazzola sulla pelle; ci sono vari “disegni” possibili, qui vediamo illustrati quello circolare (in senso orario o antiorario) e lineare (da un lato all’altro della pelle).

Trillo: si esegue strisciando linearmente e ripetutamente da una parte all’altra la spazzola su una porzione ridotta della pelle; reiterato con una suddivisione regolare (anche a tempi lenti) viene usato come base per diversi groove (ad esempio, in sostituzione di un hihat in sedicesimi).

 

Rullo rotolato: si ottiene poggiando la spazzola sul rullante e facendola rotolare su sé stessa col palmo della mano.

 

 

Rimbalzi sul bordo: colpendo il bordo con il manico e tenendolo appoggiato e parallelo alla pelle i fili produrranno una serie di colpi di rimbalzo controllabili dall’esecutore.

 

Colpo staccato/strisciato: ruotando l’avambraccio nelle due direzioni con velocità regolare si otterranno una serie di colpi con un suono che sta tra lo staccato e lo strisciato; si usa spesso come scansione di base per un groove.

 

[/su_box] [su_carousel source=”media: 1534,1533,1532,1531,1530,1529,1528,1527,1526,1525,1524,1523″ limit=”24″ link=”lightbox” width=”760″ height=”160″ items=”5″ title=”no” pages=”yes”] [su_spoiler title=”Studiare le spazzole: libri, dvd e supporti didattici” class=”my-custom-spoiler”]

La letteratura per batteria vanta un’enorme quantità di titoli, su supporto cartaceo e digitale, ma la porzione di tale opera riguardante le spazzole è abbastanza ristretta.
Partiamo dai libri: la letteratura classica è rappresentata da Brush Artistry, di Philly Joe Jones, e da The Sound of Brushes, di Ed Thigpen. Troviamo anche alcuni capitoli dedicati alle spazzole in libri che trattano di batteria jazz, come The Art of Bop Drumming, di John Riley, e Contemporary Jazz Styles for the Drums, di Peter Retzlaff e Ian Froman. Di più recente pubblicazione sono Mastering the Art of Brushes, di Jon Hazilla, Brushwork: a new language for mastering the brushes, di Clayton Cameron, e The Complete Guide to Playing Brushes, di Florian Alexandru Zorn.
Sul fronte dvd troviamo The Essence of Brushes, di Ed Thigpen (con Ron Carter e Tony Purrone), il bellissimo doppio dvd curato da Steve Smith e Adam Nussbaum titolato The Art of Playing with Brushes, che mette a confronto gli stili di cinque mostri sacri come Joe Morello, Charlie Persip, Eddie Locke, Billy Hart e Ben Riley; di splendida realizzazione sono anche i dvd di Florian Alexandru Zorn, The Brush Secret e The Brush Revolution, dove il suo approccio innovativo è ottimamente esposto. Grande qualità didattica anche nel videocorso di Stefano “Brushman” Bagnoli, La Storia della Batteria Jazz secondo Stefano Bagnoli, con un intero paragrafo dedicato alle spazzole. Molto interessante – e atipico – è anche il Russ Miller Signature Brush Map Set, un kit di 8 “pelli” (da appoggiare a un pad o un rullante) da 13” su cui sono stampati diagrammi da seguire con le spazzole per varie tipologie di accompagnamento. Infine YouTube è sempre un’ulteriore risorsa per lo studente: anche se non è sempre facile districarsi nella giungla delle offerte – spesso didattiche solo tra virgolette – è innegabile che avere a propria disposizione i video dei grandi personaggi del passato e di quelli odierni rappresenti un’opportunità di crescita/scoperta/approfondimento di altissimo valore.

— Marina Coricciati

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