Di nome e di fatto

[quote_box_center]Sentendo parlare Serena Finatti la prima cosa a cui si pensa è la famosa locuzione latina nomen omen. Serena è tale di nome e di fatto e la positività che trasmette si tramuta in sicurezza, una dote fondamentale quando si calca un palcoscenico, soprattutto se si è abituati a farlo in più di una veste. Serena ha cominciato a cantare a quindici anni, entrando a far parte di una compagnia teatrale che realizzava musical, attività che l’ha portata a dimostrare versatilità, qualità inconfutabile anche nella composizione della sua musica, frutto di diverse contaminazioni.[/quote_box_center]

— Francesca Gaudenzi

PH Devid Strussiat
[su_dropcap style=”flat” size=”4″]I[/su_dropcap] suoi brani spaziano dal jazz alla classica, dai canti indiani alla musica etnica, evidenziando oltre che una notevole esperienza, una profonda conoscenza della cultura musicale mondiale: “La mia non è stata una scelta, ma una naturale conseguenza. Questo mix di contaminazioni deriva infatti dal mio vissuto. Da bambina ho abitato per alcuni anni nella Russia asiatica, a Chirchiq, Uzbekistan. Quella era una zona che offriva sia gli spiazzanti tempi dispari della musica balcanica, che il particolare andamento melodico, tipico della musica indiana. Per quanto riguarda il jazz, a quindici anni ho avuto la fortuna di incontrare Mauro Costantini, un formidabile pianista jazz che mi chiese di cantare qualcosa per lui. Intonai Summertime di Gershwin e da allora Mauro divenne il mio maestro di musica, ma le contaminazioni derivano anche dai miei gusti personali. Ho sempre ascoltato di tutto, dalla musica africana a quella irlandese, dal prog al folk e non ho mai avuto un solo idolo ispiratore. Sono tanti gli artisti che amo e sono tutti diversi tra loro.”
Contaminazioni a parte, Serena ha trovato una valida alleata nella loop machine che usa da anni: “Per me rappresenta un prolungamento delle mie fisiologiche possibilità e in quest’ultimo lavoro la utilizzo molto. È l’elemento armonico e ritmico di base di due brani, Homeless e Serena più che mai. Proprio nel secondo oltre a sovrapporre più linee vocali formando la base su cui si sviluppa il tema, intreccio due voci creando un momento di tensione armonica che poi si risolve aprendosi nella parte che segue. La uso in Ballerina azzurra, ne La camera dei Strafanici e in Sorriso, nella cui parte centrale costruisco un bridge a più voci come lancio finale. Insomma, per quasi tutti i miei brani gioco con la tecnologia, fermo restando che per me la canzone deve funzionare anche nuda, semplice. Composta solo di melodia e accordi.”

[pull_quote_right]Quando canto ciò che scrivo metto in gioco me stessa, i miei sentimenti. A teatro invece è diverso, vesto i panni di un personaggio ben preciso, che parla e si muove in un certo modo, con una storia da raccontare.[/pull_quote_right]

L’amore per il gioco e la sperimentazione non riguarda solo la canzone. Serena passa con facilità dalla canzone d’autore al teatro, combinando tra loro queste forme di espressione artistica: “Amo avere impegni e ruoli sempre diversi, ma essere una cantautrice è senza dubbio il ruolo che sento più mio e forse è anche il lato più delicato e fragile del mio lavoro. Quando canto ciò che scrivo metto in gioco me stessa, i miei sentimenti. A teatro invece è diverso, vesto i panni di un personaggio ben preciso, che parla e si muove in un certo modo, con una storia da raccontare.” Serena più che mai è solo l’ultimo lavoro di questa poliedrica artista. Il suo percorso musicale comprende cinque album.
Il bisogno di migliorarsi, di raccontarsi e di raccontare, l’ha portata a osservare con attenzione porzioni sempre più grandi del mondo e della realtà, facendo sì che i luoghi, gli eventi e le persone incontrate durante il cammino divenissero la sua fonte di ispirazione. Una serenità conquistata pezzo dopo pezzo, anche grazie alla collaborazione di molti professionisti come Andrea Varnier, che l’ha accompagnata in questo viaggio: “Quando ho iniziato a cantare nel mio primo gruppo ero l’unica ragazza e, nonostante fossi io a creare testi e melodie, mi capitava di sentirmi poco considerata, anche perché gli altri avevano più esperienza di me e usavano un gergo tecnico che per me era ancora sconosciuto, ma crescendo le cose sono cambiate. Ho imparato, ho studiato, ho cominciato a parlare la lingua dei musicisti e ho capito che interpretare male il comportamento altrui rischia di essere solo un inutile spreco di energie. Poi è arrivato Andrea Varnier, un formidabile chitarrista che ricambia la mia stima.” Alla realizzazione di questo lavoro, hanno partecipato Mauro Costantini come arrangiatore, insieme ad Andrea Varnier, il Quartetto Pezzé, il contrabbassista Simone Serafini, il percussionista Ermes Ghirardini e il cantautore canadese Matt Epp, che ha duettato con Serena nel brano Homeless, mentre da Incantata dal cielo, è stato tratto il videoclip musicale per la regia di Chiara Cardinali.

Serena più che mai è frutto di un anno e mezzo di scrittura, revisione e arrangiamento: dieci brani di cui nove composti dalla stessa Serena e uno che porta la firma di Ares Movio, sfortunato cantautore friulano prematuramente scomparso. “I miei progetti andranno avanti, sia in ambito musicale che teatrale. Quello che vorrei è tornare a cantare in Germania, nei paesi dell’est e in posti sempre nuovi e usare il maggior numero di canali di diffusione per entrare in contatto con le persone. In poche parole, l’intento è quello di vivere la musica serenamente. Raggiungere la serenità, soprattutto nel proprio lavoro, è difficile e una volta trovata, bisogna stare attenti a non darla per scontata, da questo deriva il titolo del mio album: è un promemoria, un augurio che faccio a me stessa e a tutte le persone.”