Nel 1978 Dave Smith tracciò l’identikit del sintetizzatore polifonico moderno, con il suo storico Prophet-5, uno dei grandi miti del nostro mondo. 37 anni dopo arriva il Prophet-6 e, come la contiguità di nome lascia ben comprendere, il nuovo nato è l’erede diretto e naturale di quel mito

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Questa contiguità emerge ulteriormente rafforzata se guardiamo al marchio del nuovo prodotto: il Prophet-5 portava il brand Sequential Circuits Inc (SCI in sigla), ovvero il nome dell’azienda che Dave Smith aveva fondato pochi anni prima e che avrebbe condotto fino alla brusca chiusura del 1987. Dopo di allora (e dopo una parentesi software con Seer Systems, durata diversi anni), Smith proseguì l’attività di synth-maker sotto il proprio nome.

Dave Smith Instruments (DSI) iniziò la propria attività nel 2002 e con tale denominazione rilasciò numerose macchine che si rifacevano direttamente alle varie esperienze del suo fondatore, ma senza mai realizzare cloni diretti dei synth Sequential. Ciò dipese soprattutto da una scelta di Smith, che una volta dichiarò direttamente a chi vi scrive che non era interessato a rifare le macchine del passato, ma piuttosto a guardare avanti. Ma in verità il mancato uso del vecchio brand dipese anche da una amara verità giuridico-commerciale: Smith perse i diritti sul nome Sequential nel 1987 allorché SCI venne chiusa e i suoi asset trasferiti a Yamaha. È stato solo a inizio 2015 che la casa giapponese ha deciso di restituire a Smith la proprietà intellettuale dello storico marchio Sequential e della relativa grafica “progressive”: la restituzione pare sia stata propiziata da Ikutaro Kakehashi, fondatore di Roland nonché amico di vecchia data di Dave. Non va dimenticato infatti che si deve a questi due signori la nascita del protocollo MIDI, definito da loro nel lontanissimo 1983 e arrivato incredibilmente inalterato nella sua versione 1.0 fino ai giorni nostri! Bene, messe le cose nella giusta prospettiva cronologica, è finalmente il momento di parlare dello strumento. Tanto vale dirlo subito: nel Prophet-6 Dave Smith spende il suo marchio storico, il suo nome e le sue conoscenze migliori perché la nuova macchina vuol essere un riferimento, oggigiorno, tanto quanto il Prophet-5 lo è stato ai suoi tempi. In controtendenza rispetto a un mercato che vuole synth sempre più piccoli, economici, virtuali, portatili e poco impegnativi, il nuovo Prophet rilancia il modello costruttivo, operativo, sonoro e qualitativo delle grandi macchine del passato. Ecco dunque che ci troviamo al cospetto di una macchina costruita splendidamente, senza alcun risparmio, bella, solida, importante. I fianchetti in legno, l’estetica complessiva e l’assenza di un display alfanumerico sono tutti ingredienti fortemente pensati e voluti per dare al nuovo Prophet un allure senza tempo, un aspetto di macchina vintage eppure contemporanea, il feeling di un grande classico.

Nessuna delle operazioni di cost-cutting attuate in passato (anche da Smith) trova cittadinanza nel Prophet-6: il legno di noce dei fianchi è lavorato splendidamente, il pannello frontale è serigrafato direttamente e non dotato di un overlay adesivo stampato, come invece nei precedenti synth DSI, l’alimentatore è interno, i componenti a vista sono tutti di prima qualità. Un momento… Un “taglio” veramente ci sarebbe: la tastiera di questa splendida macchina è di quattro ottave, e non di cinque come abitualmente si vede sui polysynth di tale fascia. È certamente questa la scelta più controversa, e forse l’unica davvero discutibile, che Smith ha attuato sul nuovo nato: si è evidentemente cercata una configurazione meno costosa da fabbricare e da spedire, oltre che meno ingombrante nelle sempre più striminzite abitazioni e sale prove odierne. Dave, appositamente interpellato in merito, ha detto che “va bene così” e che quattro ottave bastano per la stragrande maggioranza di esecuzioni, mentre a noi rimane un po’ di amaro in bocca per una scelta che non condividiamo fino in fondo. Per il resto è tutto eccellente, per cui non rimane che descriverlo in dettaglio. Il Prophet-6 è un sintetizzatore programmabile polifonico a sei voci costruito interamente in tecnologia real-analog, senza quell’ibridazione tra circuiti audio analogici e circuiti di controllo digitali (ADSR, LFO, ecc…) che aveva caratterizzato le precedenti macchine DSI. Gli oscillatori sono quindi due VCO di nuovo disegno realizzati interamente a componenti discreti, dotati di forma d’onda variabile con continuità tra triangolare, dente di sega e quadra a simmetria variabile. Una funzione PW è disponibile su ciascuno dei due, mentre l’hard sync è innescabile per VCO 1 su VCO 2. La macchina dispone anche di un sub-oscillatore, impostato in maniera fissa su una waveform triangolare e accordato un’ottava sotto VCO 1. L’accordatura di VCO 2 può invece essere variata con i tradizionali comandi di Frequency (con range di nove ottave e step a semitoni visualizzati sul semplice display di bordo) e Fine (+/-50 cents). Il secondo oscillatore può essere messo anche in modalità Low Frequency, per lavorare in banda infrasonica ed essere usato come sorgente di modulazione addizionale, con facoltà di sganciarsi dal tracking di tastiera. Un parametro Slop consente di rendere gradualmente meno precisa l’intonazione dei VCO: si tratta di un “trucchetto” cui ci hanno abituato i synth digitali per simulare la sempre favoleggiata instabilità dell’analogico, ma che non ci aspetteremmo di trovare su una macchina real-analog. Senonché il comando Slop ha piena cittadinanza anche su un analogico moderno, perché la tecnologia attuale consente di realizzare oscillatori controllati in tensione talmente stabili che devi scordarli a forza, se vuoi dargli quel tocco di aleatorietà tipica del vintage. Tornando alla nostra disamina vediamo che i due oscillatori, il sub-oscillatore e un generatore di rumore bianco confluiscono in un semplice mixer dotato di quattro manopole di livello. Da qui il segnale passa in due filtri, anch’essi analogici e implementati a componenti discreti. Il filtro High-Pass ha pendenza di 12 dB/Oct ed è risonante, cosa non molto frequente in questa tipologia circuitale. Una semplice manopola Env Amount permette di dosare, sia in positivo che in negativo, la modulazione dell’inviluppo dedicato ai filtri. Il tasto Velocity abilita la modulazione della frequenza di taglio dell’HPF da parte della dinamica di tastiera, mentre il tasto Keyboard la modula in due step (Half e Full) in funzione del tracking di nota suonata. Il filtro Low-Pass è ispirato al VCF del Prophet-5 originale e dispone di un set di comandi assolutamente analoghi. Naturalmente si tratta di un circuito con pendenza 24 dB/Oct, senza possibilità di scegliere altre configurazioni o pendenze come invece capita di riscontrare spesso nelle macchine virtual analog: in ambito virtuale implementare più curve di filtraggio è questione relativamente semplice e legata alla disponibilità di tempo e di conoscenze per programmare il relativo codice. Con una macchina realmente analogica le cose sono “un tantino” più complesse in quanto a ogni variazione circuitale debbono corrispondere variazioni in termini di componenti elettronici reali, e quindi è comprensibile che il costruttore abbia scelto una tipologia di filtraggio fissa, per non far schizzare in alto i costi del P-6. Veniamo dunque ai due inviluppi: anche qui si è optato per un’impostazione classicissima, con i tradizionali segmenti di Attack, Decay, Sustain e Release senza altri orpelli, tempi o livelli intermedi. Il primo ADSR è dedicato al filtro, mentre il secondo al controllo del volume gestito tramite un tradizionale VCA. In tale inviluppo troviamo una manopola Env Amount e un tastino Velocity, che permette di dosare l’intervento della dinamica di tastiera sul livello. Va notato come Dave Smith riprenda più volte, nel manuale, il tema della possibilità di saturare i diversi stadi di guadagno (mixer, VCA), pur senza scendere nel dettaglio di quali siano i livelli a cui tali stadi cominciano a distorcere. Rimane dunque al gusto e all’orecchio del musicista dosare tali livelli fino a rendere il suono sempre più “imballato”. Non si sfocerà mai in una distorsione piena in quanto la saturazione prevista in queste parti del circuito è sempre moderata, ma più avanti vedremo come il buon Dave abbia pensato anche a chi vuole le distorsioni belle forti. A questo pensa infatti il semplice potenziometro Saturation, che dosa il grado di saturazione di un apposito circuito analogico posto a valle. Prima di arrivare alle uscite, il segnale del Prophet-6 passa anche in alcuni circuiti di effetto. In particolare, vi sono due effector digitali operanti a 24 bit/48 kHz di sampling rate che si occupano di generare effetti di ambienza e modulazione. Se state già gridando allo scandalo perché il pensiero di circuiti digitali in serie al segnale analogico vi sembra rendere “impura” tutta l’operazione Prophet-6, desideriamo tranquillizzarvi: il segnale dry della catena analogica giunge intonso alle uscite e non attraversa alcuno stadio digitale.

Gli effector vengono invece aggiunti “in mandata”, e poi il loro segnale dopo la conversione D/A viene sommato in uscita al segnale analogico dry. Effect A può contare a scelta tra algoritmi di BBD emulato (da Bucket Brigade Delay, ovvero le prime linee di ritardo su chip, realizzate in tecnica analogica), Digital Delay, Chorus, Phase Shifter 1 e Phase Shifter 2 (entrambi a sei stadi, ma con gradi di risonanza diversi). Effect B ha gli stessi effetti, con in più algoritmi di riverbero di tipo Hall, Room, Plate e Spring. La gestione degli effetti è affare molto semplice, in linea con tutto il resto della macchina: un tasto On/Off li inserisce o li esclude, un altro tasto Effect A/B sceglie su quale dei due processori intervenire, dopodiché tutto l’editing è questione di quattro sole manopole e quattro display locali per i loro valori. Type seleziona il tipo di effetto, Mix il rapporto tra segnale dry e segnale wet, mentre le manopole 1 e 2 intervengono su parametri diversi a seconda dell’algoritmo. Tipicamente la prima agisce sui tempi e la seconda su durata dei delay, intensità delle modulazioni di chorus e phaser, livello delle early reflection dei riverberi. Un pulsante Clock Sync permette di agganciare la velocità dei delay al clock generale della macchina, mentre con gli altri algoritmi non ha effetto. Eccoci quasi arrivati alla fine della catena di sintesi, con i comandi ubicati nella sezione Misc Parameters: un pot denominato Pan Spread permette di distribuire le diverse voci di polifonia su un arco stereo via via sempre più ampio, mentre il pot Program Volume dosa il livello specifico di ciascuna patch. Un ultimo potenziometro Master Volume si occuperà poi di gestire il livello globale di uscita dello strumento. Nella sezione Misc Parameters troviamo anche altri due pulsanti: Key Mode è un’arma potentissima nel sagomare la modalità esecutiva del P-6 in quanto permette di settarlo nelle diverse modalità Low/Low Retrigger/High/Last Note Priority; Pitch Wheel Range invece imposta l’escursione della ruota di controllo dell’intonazione. Restiamo ora sugli altri comandi, che intervengono sull’intonazione e la performance, anche se la loro presenza non è concentrata in un’unica area di pannello: due tastini Transpose Up/Down posizionati in prossimità della tastiera permettono di trasporla su un range di +/- due ottave e ovviare così alle quattro ottave della meccanica; Hold mantiene indefinitamente premute le note eseguite, e lo impiegheremo soprattutto insieme all’arpeggiatore per attivare la funzione che nelle macchine di un tempo si chiamava Arpeggiator Latch; Glide è un portamento per il quale si può determinare stato On/Off, velocità e quattro diverse modalità di intervento (Fixed Rate, Fixed Rate Legato, Fixed Time, Fixed Time Legato); Unison è la tradizionale funzione che permette di mettere in stack tutte le note della macchina su un solo tasto. Qui tuttavia è implementata in maniera assai più ricca e flessibile perché si possono selezionare Unison a una voce (corrispondente alla modalità Mono), due, tre, quattro, cinque, sei voci, o infine Chord. Oltre quindi a graduare il numero di voci da mettere in stack, a seconda della densità del timbro che si vuole ottenere, vi è la preziosa funzione Chord Memory (altro richiamo al passato!) che permette di impostare un accordo sulla tastiera e poi suonarlo con una sola nota. Chiudiamo l’analisi del generatore sonoro del Prophet-6 con il comparto modulazioni: oltre ai due citati ADSR la nuova macchina Sequential dispone di un LFO, dell’Aftertouch e di una sezione Poly Mod, vero e proprio marchio di fabbrica di Smith già presente sul P-5 (anche se in realtà pare che l’abbia concepita John Bowen, allora Product Specialist di SCI). L’LFO dispone di quattro forme d’onda cicliche più una random, velocità agganciabile al clock o impostabile autonomamente, potenziometro Initial Amount per definire la profondità di modulazione statica dell’LFO e poi cinque switch per indirizzare tale modulazione ai diversi circuiti della macchina. Con questi tastini si possono infatti attivare/disattivare individualmente le modulazioni di LFO verso VCO 1, VCO 2, PW dei due oscillatori (in modo da ottenere la PWM), Amp, HPF ed LPF. Non va dimenticato che la profondità di modulazione, oltre che dal pot Initial Amount, dipenderà anche dalla posizione della Modulation Wheel. L’Aftertouch dispone di un comando Amount con escursione positiva o negativa, quattro curve di risposta e sei destinazioni: Freq 1, Freq 2, LFO Amount, Amp, HPF, LPF. La sezione Poly Mod costituisce una sorta di matrice di modulazione ante-litteram. Dispone delle due sorgenti Filter Envelope e Osc 2, entrambe dosabili su profondità positive o negative. Cinque invece sono le destinazioni attivabili, anche in questo caso in modo on/off individuale: Freq 1, Shape 1, PW 1, HPF, LPF. Con questa semplice configurazione si possono ottenere una miriade di effetti sonori diversi, dalla FM di VCO 2 su VCO 1, alla modulazione del timbro degli oscillatori in sync da parte dell’ADSR del filtro, fino a leggere instabilità o effetti più sottili per regolazioni meno apparenti ed estreme. Veniamo ora all’arpeggiatore, dimenticato dai costruttori per due decenni e da qualche anno risorto a nuova vita nella ventata di spirito vintage che ripercorre il mondo della sintesi. Qui abbiamo una configurazione estremamente basica del modulo, con regolazione del numero di ottave (1/2/3) e del pattern di scansione dell’accordo (Up, Down, Up/Down, Random, Assign). In modalità Assign le note vengono scansionate nell’ordine in cui sono state premute. Il clock dell’arpeggiatore è quello comune a tutta la macchina e permette di regolarne la velocità (anche in modalità Tap Tempo o MIDI Sync) e poi impostare la divisione di nota tra valori che vanno dalla minima alla biscroma, terzinati e puntati inclusi. In alternativa all’arpeggiatore si può ingaggiare un modulo sequencer a step che dispone di una singola sequenza lunga fino a 64 passi, ciascuno dei quali può contenere fino a sei note. L’input è in tempo differito e per ciascuno step bisogna impostare sulla tastiera la nota/le note desiderate, la loro durata, l’eventuale legatura con lo step successivo o la pausa.

Diamo ora un’occhiata alle funzioni di gestione del Prophet-6: la macchina dispone di 500 locazioni di memoria scritte in fabbrica e non cancellabili, più altre 500 a disposizione dell’utente. Le patch sono organizzate in banchi da 100, e poi in decine, in modo che il tutto sia gestibile con una sola fila di pulsanti numerici da 0 a 9. Un display da tre cifre di led sette segmenti gestisce il tutto. È dunque arrivato il momento di fare una considerazione, che era latente in tutte le righe soprastanti: il Prophet-6 è una macchina dichiaratamente old-school, una macchina ove si è scelto di implementare un set di funzioni molto basico, con il ben preciso scopo di mantenere immediato l’utilizzo del synth e non dover affogare in decine di menu. In questo senso va la scelta dei display a tre cifre ove i dati devono venir rappresentati con qualche acrobazia, ma altrettanta immediatezza, e non invece dello schermo alfanumerico che orna le altre macchine DSI e che fornirebbe sì più opzioni di controllo, ma al prezzo di una minor velocità operativa. Le funzioni di gestione del P-6 vengono dunque svolte assegnando una seconda funzione fissa ai 10 tasti numerici, anzi due righe di seconde funzioni per la precisione. Tramite loro si gestiscono la trasposizione globale della macchina, l’accordatura, i diversi setting MIDI, ecc… È una scelta, lo ripetiamo, una fortissima scelta di valore che può avvicinare o allontanare l’utente al Prophet-6, ma che non indica certo incapacità progettuale visto che altre macchine DSI sono ricche di display, di opzioni, di matrici di modulazione e così via. Semplicemente qui siamo al synth duro e puro, al passato che ritorna dopo l’ubriacatura di funzioni e menu di dubbia utilità che abbiamo subito negli anni Novanta e Duemila. Chiudiamo la nostra disamina con una velocissima occhiata al pannello posteriore: qui troviamo la tripletta MIDI sui tradizionali connettori DIN, una porta USB 2.0 con funzioni MIDI, le uscite audio stereo su jack sbilanciati, la presa cuffia e le porte per ben quattro pedali. Il Prophet-6 infatti ammette controlli per Start/Stop del sequencer/arpeggiatore, sustain, volume e cutoff del filtro LPF.

Il test

La prima osservazione su questa macchina non può che essere sul suo valore costruttivo, fisico, estetico: tutto è perfettamente al proprio posto, tutto appare solido e rassicurante, ben fatto e duraturo. Dopo tante macchinette sempre più piccole e tirate al risparmio è davvero una gioia mettere le mani su un prodotto fatto bene come il Prophet-6. Ciò che un tempo era lo standard oggi appare un lusso, ma è un lusso che – credeteci! – appagherà qualsiasi sintetista e non solo gli amanti del vintage. La catena di sintesi, nel suo voler restare fedele al P-5, impone più di qualche rinuncia: si sente la mancanza di un secondo LFO, del delay sull’LFO presente, del tracking di tastiera variabile sui filtri… Eppure no, in fondo di reali rinunce non ce ne sono: i synth con mille percorsi di modulazione ma che poi “non suonano” vengono lasciati mestamente al palo dal Prophet-6 appena si mettono le mani sulla tastiera, tra l’altro bella e perfettamente bilanciata, con un feeling molto omogeneo. Il suono è grande, avvolgente, tridimensionale, tremendamente organico e vivo. Qui l’analogico dimostra di avere ancora una marcia in più su tutte le virtualizzazioni di questo mondo, almeno se è questo tipo di timbriche che si ricercano. La sonorità del P-6 è ampia, variegata ed estremamente ricca: lo strumento dimostra di avere un forte gradimento per i suoni di basso, con un’incisività e una compattezza in gamma più profonda davvero invidiabili. In gamma medio-alta invece si avverte talvolta una punta di durezza, che non è difetto ma una scelta di carattere e personalità. Il Prophet-6 è infatti una macchina “tutto avanti”, decisa senza tuttavia mai riuscire violenta. In determinati casi, come per esempio sui pad, chi scrive vorrebbe una punta di morbidezza in più, ma è chiaro che nella vita non si può avere tutto. Preziosissima è la presenza dell’HPF, che può rivelarsi utile a settaggi moderati e senza risonanza per “disingolfare” un mix in presenza di suoni di pad e altri tappeti. Non genera nessun rimpianto la sparizione degli switch presenti sul P-5 per sommare le waveform quadra e sawtooth dei VCO: chi si intende di elettroacustica e di sintesi ha già capito che le posizioni intermedie del comando Shape del P-6 permettono di ottenere le stesse forme d’onda composite. Magari rispetto alle waveform sommate del Prophet-5 (che sommavano anche i relativi volumi di uscita) qui bisognerà recuperare qualcosa coi controlli di livello, ma la cosa non costituisce alcun problema. Il test sarebbe concluso, senonché… Senonché non possiamo eludere la domanda che tutti si sono fatti sin dalla prima apparizione di questa splendida macchina: il Prophet-6 suona come il Prophet-5? Bene la risposta è no, non suona uguale, ma ne trae fortissima ispirazione e lo ammoderna. Insomma, tra i polifonici il P-6 sta al P-5 esattamente come tra i monofonici il Moog Voyager sta al Minimoog. Il vecchio strumento non viene replicato tout-court, ma viene invece aggiornato, ammodernato e dotato di una personalità autonoma. Quel che è certo è che, qui, c’è grande abbondanza di suoni di polysynth analogico di grande qualità in tutte le loro sottocategorie più tipiche. Suoni che possono trovare spazio in tantissimi generi odierni e che possono rendere felici legioni di tastieristi ispirati da numerosissimi generi: il Prophet-6 è davvero una macchina trasversale e ci sentiamo di raccomandarla a chiunque cerchi il suono del poly-analog!

Conclusioni

Il Prophet-6 è una macchina di livello top che oggi non ha sostanzialmente rivali sul mercato: interamente analogica nella generazione, costruita perfettamente, dotata di un pannello comandi invidiabile e davvero immediato. Ma è soprattutto una macchina caratterizzata da un feeling visivo, tattile e sonoro che rimanda direttamente ai grandi campioni della sintesi del passato. Il Prophet-6 prende il mito del Prophet-5, lo attualizza senza né clonarlo né allontanarsene, e alla fine restituisce al sintetista il piacere unico di uno strumento tutto da suonare, di valore davvero elevato. Potrà non piacere a tutti, come è giusto che sia e come sta anche nei presupposti di un progetto assai fortemente caratterizzato nella sua impostazione vintage: chi cerca un synth più moderno e con timbriche più cangianti troverà sul mercato altri validissimi prodotti, a cominciare dal notevolissimo Prophet-12 che con la macchina in prova condivide quasi esclusivamente paternità e parte del nome. Ma se è il polysynth classico quello che cercate, quello dal timbro pieno, potente e autenticamente analogico, beh considerare con estrema attenzione il Prophet-6 è davvero obbligatorio. E non fatevi “innervosire” dal prezzo: certo oggi, in un mercato drogato da plug-in e macchinette hardware con mille limiti, spendere sui tremila euro per un synth è cosa poco usuale. Ma per come è fatto e per come suona, i suoi 2.893 euro di price-tag il Prophet-6 li vale tutti, tutti fino all’ultimo centesimo. E se lo comprate vi durerà per la vita.

L.E.M.I. di Felice Manzo

Tel. 011.231092
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2.893,00 euro  Iva compresa

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Strumenti Musicali n. 1 — Gennaio 2016

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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