Scegliere i monitor per l’home studio

I monitor giocano un ruolo importantissimo nello studio personale. Eppure, recentemente, si sta dedicando troppo poca attenzione a essi, ripiegando spesso su sistemi di scarse prestazioni e basso costo. Vediamo di sfatare miti e conoscenze sbagliate, e partire invece col piede giusto.

I monitor sono un componente-chiave dello studio: tutto ciò che amplificate, suonate, processate, mixate, masterizzate passa attraverso di loro. Insomma, senza monitor (o con monitor infedeli, il ché è lo stesso) si lavora alla cieca. Eppure, nonostante questa elementare considerazione sono sempre di più gli utenti che stanno trascurando il monitoraggio, sia in termini di budget allocato a questo importante aspetto, sia in termini di cura nell’installazione e nella calibrazione dei diffusori stessi. Questo accade probabilmente perché i soldi non bastano mai, e un nuovo synth o processore creativo sono assai più “sexy” di uno scatolotto con due altoparlanti dentro. Si decide dunque di destinare gran parte del proprio budget agli strumenti e al computer, relegando ai monitor solo una fetta residuale delle proprie capacità di spesa.

Recentemente nel mondo audio si sono diffusi dei miti pauperisti, probabilmente grazie anche a Internet e a certa mentalità complottista che vede dappertutto fregature da cui difendersi: uno di questi miti è che esisterebbero diffusori multimediali da poche decine di euro che possono essere usati profittevolmente al posto di un monitor professionale. Purtroppo non è così: come io dico spesso non è possibile fare le nozze coi fichi secchi, e un diffusore buono costa. Costa in termini di componenti meccanici, di qualità e lavorazione del cabinet, di dimensionamento degli amplificatori e soprattutto del critico stadio di alimentazione. E allora è tecnicamente impossibile che qualcuno fabbrichi e venda un monitor attendibile a 59 euro la coppia, visto che è già difficile farlo a 590. E questo ci porta all’altra questione: un monitor è quasi “per sempre”, nel senso che è un componente che se trattato bene non deperisce e non conosce quella furiosa obsolescenza che rende invece totalmente inusabile un PC in cinque anni. E allora, stante che il monitor che scegliamo ci accompagnerà per molto tempo e sarà uno dei nostri strumenti di lavoro più critici, vale la pena di sceglierlo bene e non risparmiare su di esso.

Il monitor migliore non è quello che ci fornisce il suono più appagante (non è un diffusore da salotto), ma piuttosto quello che ci fa sentire tutto ciò che stiamo facendo, senza esaltare o nascondere nulla. Devono essere garantiti una risposta in frequenza lineare e possibilmente ben estesa anche sul lato basse, un elevato livello di dettaglio e velocità, una almeno discreta rappresentazione della scena sonora in termini di larghezza, altezza e profondità. Se queste caratteristiche non sono riscontrate in un monitor, diventa semplicemente impossibile usarlo per lavorare con sufficiente chiarezza e attendibilità.

Recentemente si è diffusa la convinzione che in assenza di “trattamento acustico” (l’abbiamo messo tra virgolette perché nessuno specifica mai cosa intenda davvero con questa espressione) non vale la pena di spendere per dei buoni monitor, e anzi sarebbe più conveniente orientarsi su modelli poco estesi in basso per non “provocare” l’ambiente. Crediamo che sia una visione limitativa, o forse magari un alibi per spendere poco e tenersi così i quattrini per il prossimo synth.

La verità è che ciò che un monitor “non dice” non si sentirà mai, mentre invece un monitor che sappia scendere abbastanza in basso può essere comunque messo nelle condizioni di esprimere decentemente le sue potenzialità: l’importante è usare un po’ di cura nell’installazione, disponendo magari con attenzione alcuni elementi di arredo in ambiente (scaffali e mensole a “tagliare” gli angoli, tendaggi a smorzare le prime riflessioni), gestendo con sapienza i controlli di bordo, o infine disponendo qualche economico pannello di trattamento. Insomma, il nostro consiglio è quello di orientarsi su sistemi fedeli, rigorosi e non troppo limitati in basso, e poi posizionarli con cura. Siamo sicuri che sapranno essere vostri compagni fedeli per molti anni.

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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