Dicesi “ibrida” quella nuova generazione di automobili in cui un tradizionale motore a scoppio è abbinato a un motore elettrico per avere i vantaggi di entrambi. E “ibrido” è anche il nuovo JD-XA che, con i suoi motori analogico e digitale, vuole coniugare il meglio di questi due mondi sonori.

Oggi che l’analogico è prepotentemente tornato di moda va dato atto a Roland di aver intrapreso una strada coraggiosa e visionaria: piuttosto che “rifare” un tradizionale synth analogico, piuttosto che scimmiottarlo per il tramite del digitale, la casa di Osaka ha voluto creare una macchina unica che mette insieme due timbriche, due personalità diverse ma tra loro complementari. Il Roland JD-XA è quindi un synth ove quattro voci a pura generazione real analog vengono affiancate da 64 voci digitali realizzate in tecnica SuperNATURAL e compatibili con l’architettura del modulo INTEGRA-7. Se già questo vi sembra interessante, il meglio deve ancora arrivare e riguarda il modo in cui tale corredo tecnico può venir messo a disposizione del suono di una patch. Le quattro voci analogiche infatti possono essere suonate in polifonia, oppure come quattro synth monofonici indipendenti, ognuno con le proprie programmazioni e poi messi in stack timbrico. Stesso discorso per le voci digitali: le 64 voci possono essere impiegate in una, due, tre o quattro parti timbricamente indipendenti, che si possono sovrapporre e combinare con quelle analogiche. Capirete bene che in questo modo si può spaziare da suoni semplici e puliti impiegando una sola parte, fino a suoni molto complessi, stratificati, evolutivi che usano più timbriche elementari sommate tra loro. Il tutto viene messo al servizio di un pannello ricco di comandi fisici che consentono un editing immediato e intuitivo, pur nella complessità dell’architettura offerta. Dei pulsanti retroilluminati consentono di accendere/spegnere ciascuna parte, in modo da poterle ascoltare una per una per analizzarne le caratteristiche oppure metterle tutte in play per sentire l’effetto timbrico complessivo. E anche l’editing segue queste logiche, visto che i comandi di pannello possono essere indirizzati verso una singola parte o a modificarle tutte insieme quando per esempio si vuol variare la release di un’intera patch. Fisicamente la macchina possiede tastiera quattro ottave, classico “timone” Roland per bending e modulazioni, ma stavolta con l’interessante raddoppio dato da due wheel tradizionali, nonché un ricco reparto connessioni. Sul retro infatti troviamo un’uscita stereo master, un’uscita Analog Dry in cui la sezione analogica viene fatta passare prima di confluire nei classici multieffetto digitali di Roland, un’uscita per il click dell’arpeggiatore/sequencer, una porta per l’ingresso microfonico che può alimentare il vocoder di bordo, prese per pedali di espressione, MIDI su pentapolare e USB, porta USB per un memory-stick, che raddoppia la capacità di memorizzazione interna di 256 patch, e soprattutto due magiche coppie di uscite CV/Gate con cui pilotare anche synth analogici esterni! La sezione Analog ha due VCO con forme d’onda sawtooth, quadra, Pulse/PWM, triangolare e sinusoidale, con possibilità di Osc Sync, Cross Modulation e Ring Modulation tra i due VCO. Il mixer in cui confluiscono i due VCO ammette un terzo canale Aux: questo può essere alimentato con rumore bianco o rosa, l’output della parte digitale o l’ingresso microfonico. Da qui si va nel filtro multimodo, che ha configurazioni LPF1, LPF2, LPF3, e poi ancora HPF e BPF. Gode di un ADSR dedicato e di un comando Drive per imballare il suono. Vi è poi un semplice HPF non risonante. Un altro ADSR controlla il volume del VCA e, da qui, il segnale può uscire direttamente verso la porta Analog Dry oppure confluire nel multieffetto digitale interno, sul quale ci soffermeremo in seguito. Le modulazioni della parte analogica contano anche su un Pitch Env, due LFO e un Mod LFO. La parte digitale ha struttura affatto diversa: le citate quattro parti indipendenti possono contare ciascuna su tre parziali, ovvero catene oscillatore/filtro/amplificatore indipendenti. Le waveform a disposizione degli oscillatori sono molto numerose e spaziano da diverse varianti di sawtooth, quadre e triangolari, a forme d’onda desunte da strumenti reali. Anche qui abbiamo un Pitch Env e la possibilità di fare Ring Modulation tra Partial2 e Partial1. I filtri sono multimodo e ammettono anch’essi numerose modalità timbriche, cosicché le parti digitali possono assumere personalità molto diverse e ricordare vari synth del passato. ADSR autonomo e HPF statico completano la sezione. L’amp di uscita gode anch’esso di un suo ADSR, mentre un LFO per ciascuna sezione si occupa delle modulazioni cicliche. La sezione effetti è completa e complessa e conta su un modulo MFX (67 algoritmi disponibili), nell’accedere al quale ciascuna parte ha controllo autonomo, un Part EQ e una successiva catena TFX1 + TFX2 (29 algoritmi), Delay, Reverb, Master EQ che è comune a tutta la patch. È presente anche un Mic Input Reverb che, come dice il suo nome, serve a dare ambienza al solo ingresso microfonico. Tale input può confluire nell’ingresso Aux del mixer, come detto sopra, alimentare un vocoder interno, o andare al bus Mic Modulation. Le uscite audio dell’intera macchina sono sia su porta analogica sia su bus USB. Diamo ora un’occhiata veloce al sequencer/arpeggiatore: la macchina dispone di 16 tracce (otto per le voci interne e altrettante per pilotare macchine esterne) con cui costruire pattern tramite registrazione in real-time o a step, o ancora con import di file SMF, cosa comoda nel caso si voglia fare un loro editing su DAW. I pattern vengono memorizzati insieme alle rispettive patch timbriche al cui interno sono stati creati: questo è un po’ limitante. In alternativa al sequencer si dispone di un arpeggiatore con 64 pattern.

Il test

Il Roland JD-XA è uno strumento che si presenta benissimo, con un’estetica invidiabile e con una costruzione che, pur leggera alla bilancia (il synth pesa solo 6,5 kg), al tatto è piuttosto qualitativa e appagante. Bello il feeling gommato dei cursori e dei principali selettori rotativi, discreto quello delle manopole e dei pulsanti. La tastiera è sicuramente buona, magari non di livello top, ma omogenea, di giusta resistenza per una synth-action e ben bilanciata in tutta la sua corsa. Resta sempre il limite delle quattro ottave, ma stante la ricchezza sonora e l’impostazione timbrica molto “piena” della macchina è improbabile che col JD-XA ci si lanci in esecuzioni pianistiche o in accordi su più ottave che impasterebbero tutto lo spettro sonoro. Sul fronte dell’ergonomia, chi scrive trova criticabile la presenza delle due wheel messe sopra al classico “timone” Roland per bending e modulazione: probabilmente era meglio scegliere le une o l’altro, ma non entrambi. Anche la corsa delle wheel è un po’ corta e non contribuisce alla loro massima usabilità. Per quanto riguarda l’estetica di pannello nera e rossa, che più di qualcuno in Internet ha criticato per la scarsa leggibilità, vi è effettivamente da dire che richiede una vista da ventenne e buone condizioni di luce, ma d’altro canto la macchina è così bella e affascinante da motivare in pieno questa scelta! Se però, nonostante tutto, trovaste il pannello del JD-XA poco leggibile, sappiate che su Internet potete ordinare da SynthGraphics.com un overlay di alta qualità con scritte bianche su fondo nero. Ancora un piccolo appunto sull’usabilità: nonostante i numerosi controlli di pannello, molte funzioni della sezione digitale e degli effetti sono raggiungibili solo da menu. Qui una manopola di data entry avrebbe agevolato le operazioni e l’immediatezza d’uso. Veniamo ora al suono e mettiamo subito le cose in chiaro: JD-XA è una macchina complessa, la cui forza timbrica è effettivamente da ricercarsi nella combinazione dei due motori analogico e digitale. Usarlo solo per il motore analog è uno spreco e ci si perde tre quarti delle potenzialità della macchina. Il timbro della parte analogica infatti è pulito e scintillante, certo reminiscente dei grandi Jupiter-8 e Jupiter-6 degli anni Ottanta, ma non particolarmente grasso. A tratti non pare nemmeno sfacciatamente analogico: questo non dev’essere considerato un difetto, ma semplicemente una caratteristica di personalità specifica. Belle le opzioni dei tre diversi filtri LPF, col primo più asettico, il secondo giustamente succoso e il terzo spinto e imballato. Talvolta la macchina può apparire “timida”, ma una leggera spinta col comando Drive del filtro rende subito il Roland JD-XA estroverso e aggressivo. Siamo in ogni caso in territori timbrici giapponesi, lontani dalle grassezze della scuola dei poly-analog americani. La combinazione del motore analogico con alcuni effetti digitali (chorus, flanger, soprattutto) può rivelarsi vincente e niente affatto blasfema. In ogni caso la pasta sonora è aperta, bilanciata, pulita. Non c’è spinta estrema sui bassi, ma non è questo lo strumento da cui aspettarsela. Il bello arriva, lo ripetiamo, quando si chiama in causa la sezione digitale: essa, anche usata da sola, suona benissimo, con i filtri assolutamente convincenti e liquidi, sonori e dotati di numerosissime possibilità timbriche. Le waveform degli oscillatori sono anch’esse in molti casi di ispirazione analogica e poter scegliere tra tante diverse sawtooth, quadre e altri classici è garanzia di potenza e versatilità timbriche con ben pochi paragoni sul mercato odierno. Non pensate al JD-XA come una macchina con cui fare piani elettrici, chitarre e flauti andini, anche se condivide l’architettura con macchine ROMpler di casa Roland: questo è un synth, un synth puro, e la sezione digitale serve per ampliare al meglio le possibilità di sintesi e non per emulare sezioni d’archi o flicorni francesi. Mixando sezione analogica e sezione digitale si possono ottenere timbriche atmosferiche, metalli che evolvono, profondità e movimento sconosciuti a un analogico puro. Insomma, il Roland JD-XA è uno strumento con una personalità propria e senza riscontri sul mercato, che merita tanto studio ed esplorazione per ritrovare il piacere di creare suoni unici e inediti. Se volete solo strings&brass analogici qui siete un po’ fuori strada, questa è una macchina davvero innovativa e contemporanea. Unico avviso: se andate a provarla non fate troppo affidamento ai preset. Sono quasi tutti annegati nel riverbero e nell’effettistica più ovvia, spesso con troppi ingredienti nello stesso suono. JD-XA sa fare molto meglio e, nelle vostre mani, può diventare strumento di grande creatività!

Conclusioni

Non vogliamo dire che la parte analogica del Roland JD-XA sia uno specchietto per le allodole, perché non lo è assolutamente, ma certo a prendere in considerazione questo nuovo strumento Roland solo per essa si farebbe un grande errore. Il bello del JD-XA è la somma delle parti, la ricchezza delle possibilità di programmazione, la fusione di una parte real analog che dà un colore, oggi ricercatissimo, con una parte digitale che offre una base solidissima e versatilissima su cui lavorare. A questo aggiungete il pannello, bello e ricco di possibilità, la completa effettistica, l’arpeggiatore, il sequencer, il supporto per un mic esterno e per segnali di controllo in standard CV/Gate e otterrete una macchina di grande rilievo, un vero e proprio synth del XXI secolo. Innovativo eppure con i piedi ben piantati nella tradizione (analogica e digitale) di Roland, il JD-XA è uno strumento che raccomandiamo caldamente a chi ama la sintesi davvero. Il prezzo, a paragone del ricco corredo di feature offerte, è assolutamente adeguato.

RASSEGNA PANORAMICA
Rapporto qualità/prezzo
Realizzazione
Suono
Facilità d'uso
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Articolo precedentesE X1A di sE Electronics
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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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