— Giulio Curiel

[quote_box_center]Dopo il primo stupore iniziale, il sintetizzatore virtual analog della famiglia AIRA si conferma una macchina di grande interesse, suono credibile e buona espandibilità grazie all’architettura Plug-Out. Alcune limitazioni discendono dal prezzo contenuto, altre appaiono inspiegabili, ma nell’uso concreto la macchina colpisce positivamente.[/quote_box_center] [su_slider source=”media: 609,610,612,613,611,614,615,616″ link=”lightbox”] [su_dropcap size=”5″]S[/su_dropcap]ystem-1 è il sintetizzatore VA che va a inserirsi in quella famiglia AIRA ove la parte del leone è stata giocata all’inizio da TR-8 e TB-3. Questo era inevitabile visto che a queste due macchine Roland aveva affidato il pesantissimo compito di emulare degli autentici mostri sacri del proprio passato quali le drum machine TR-808/909 e il bassline TB-303. L’attenzione di tutti si è dunque concentrata nel verificare quanto le nuove TR-8 e TB-3 fossero fedeli a tali mitici modelli, e bisogna dire che spesso ha prevalso la critica superficiale “tanto sono digitali” (anche da chi non le aveva nemmeno ascoltate), quasi che la scelta di usare una circuitazione numerica fosse a priori una condanna inappellabile. Così ovviamente non è, visto che in Roland non sono proprio degli sprovveduti: l’azienda nipponica ha dunque valutato che la tecnologia ACB (Analog Circuit Behaviour, ovvero un’accurata modellazione digitale degli originali circuiti analogici) fosse davvero all’altezza di emulare credibilmente le macchine del passato. Nel nostro test della TR-8 abbiamo puntualmente verificato come la scelta di Roland sia stata azzeccata, e come lo strumento “suoni” davvero, presente, incisivo, liquido, naturale, e insomma senza le tipiche debolezze delle virtualizzazioni meno riuscite. La tecnologia ACB è stata impiegata anche nel System-1 in prova su queste pagine ma, a parte l’uso del nome che evoca una generica parentela coi mitici System-100 e System-700, qui l’hardware non emula nulla di preciso e quindi lo strumento è stato accolto con meno pregiudizi dagli integralisti del vintage. System-1 è dunque un prodotto originale, un synth VA con una sua personalità propria, con delle idee molto forti e molto definite alle fondamenta del progetto. Roland non ha comunque rinunciato completamente alle emulazioni neanche in questo caso: System-1 infatti può funzionare, oltre che col motore di sintesi interno, anche con altri algoritmi che gli vengono “sparati” da un computer. Questo è stato un passaggio difficile da recepire da parte del mercato, almeno all’inizio: Roland ha infatti sviluppato dei normali plug-in VST che possono girare autonomamente in un computer, anche senza avere un System-1 sottomano. Questi plug-in però possono anche “uscire” dal computer ed entrare nel nostro synth. Diventano dunque dei “plug-out”, come con una certa verve ironica li ha definiti Roland, e a questo punto suonano dentro System-1, con la sua CPU e non più con quella del PC. In definitiva questo sintetizzatore Roland ha sempre due facce a disposizione, evocabili col tasto Model: mettendolo in posizione “System-1” suona l’algoritmo interno, mentre in posizione “Plug-Out” suona il software che gli abbiamo caricato. Questa scelta presenta delle difficoltà implementative, soprattutto perché i comandi fisici di System-1 debbono essere rimappati ai controlli del nuovo algoritmo-ospite. Roland ha allora scelto di illuminare di un verde brillante i controlli, e di lasciare accesi solo quelli relativi all’algoritmo in quel momento in esecuzione. Accade così che, quando si carica il plug-out che emula il Roland SH-101 (strumento mono-oscillatore), i controlli di Osc 2 si spengono, la doppia pendenza del filtro si disabilita e così via. A essere sinceri è un po’ un equilibrismo, che nasce anche dalla scelta ferrea di Roland di non dotare nessuna macchina AIRA di display alfanumerico LCD. Visto che siamo in argomento, questa scelta limita parecchio alcune operazioni sulla macchina (dagli update di sistema ai salvataggi dei programmi su computer, dalla regolazione del canale MIDI alla mancata possibilità di impostazioni fini per gli effetti), ma evidentemente è stata tenacemente perseguita da Roland per allontanarsi il più possibile dalle macchine “tutte menu” che tanto hanno frustrato la voglia di suonare nei decenni ’90 e 2000. L’assenza di un display ha implicato anche pesanti limiti al sistema di memorizzazione, incredibilmente confinato a otto patch per il motore interno e altre otto per il motore Plug-Out. È un numero che personalmente ci lascia basiti, ma è evidente che nasce da una scelta stilistica della macchina. System-1 in compenso ripaga con numerose caratteristiche positive: è uno strumento leggero e facilmente trasportabile, con una tradizionale catena di sintesi in sottrattiva a due oscillatori ben pensata e organizzata. I due VCO hanno waveform triangolare, sawtooth e quadra con simmetria variabile per tutte, più una seconda versione di ciascuna che ne simula la scordatura in maniera simile alla storica SuperSaw del JP-8000. La forma d’onda è modificabile staticamente, oppure modulabile dagli inviluppi e dall’LFO, in modo da avere suoni molto cangianti. Vi sono poi RingMod, CrossMod e Sync tra gli oscillatori, più un SubOsc (impostabile una o due ottave sotto), un generatore di rumore bianco o rosa e un Pitch Envelope a profilo AD. Il bouquet timbrico di partenza è quindi molto ricco e le quattro sorgenti, dopo essere state mixate, possono beneficiare di un filtro passa-basso a due pendenze (12 o 24 dB/Oct) che aumenta ancora la versatilità. Un HPF non risonante è un classico Roland e serve per “ripulire” i suoni più ingolfati. Filtro e amplificatore hanno un ADSR ciascuno, mentre poi in uscita abbiamo un controllo Tone che, nella sua semplicità, incide eufonicamente sul suono schiarendolo o scurendolo. Prima di uscire, il segnale attraversa un Crusher (saturatore digitale), un riverbero e un delay. In ossequio alla struttura molto “basic” della macchina, voluta da Roland per renderla semplice e incisiva nella programmazione, gli effetti non hanno scelta di algoritmi, né possibilità di intervento sui loro parametri, se si eccettua l’indispensabile regolazione Time sul delay. Alle modulazioni provvede un versatile LFO, indirizzabile con pot separati a oscillatori, filtro e amplificatore. Vi è il portamento, e la possibilità di farlo operare in modalità Legato. La polifonia standard è di quattro voci (pochine ma spesso sufficienti). System-1 può operare anche in Mono o in Unison, con tutte e quattro le voci su una stessa nota per suoni più grossi. L’arpeggiatore di bordo è tradizionale nei suoi modi Up, Down, U/D su una o due ottave, ma manca di modalità random o possibilità di estenderlo su più ottave. L’arpeggio può essere controllato dall’originale manopola Scatter che Roland ha voluto per caratterizzare la serie AIRA. Qui essa gestisce il pitch bend se l’arpeggiatore è disattivato, mentre quando questo è ingaggiato ne attua una forma di stuttering. La modulazione non gode di una wheel tradizionale ma solo di un pulsante Mod a bordo-tastiera che la attiva. Sono tutte scelte, insieme alla meccanica a due ottave di passo standard ma di profilo ribassato, che hanno fatto e faranno ancora discutere. Esse nascono in parte da una spasmodica volontà di contenimento dei costi e degli ingombri per portare System-1 a un pubblico ampio, e in parte da una volontà di differenziare il prodotto dalla concorrenza. Quest’ultimo aspetto forse poteva essere calcato un po’ meno, almeno a nostro parere. Quando si vuole passare alla modalità Plug-Out si “spedisce” su System-1 il plug-in in esecuzione su una DAW. A quel punto il nuovo algoritmo è memorizzato dentro la macchina e il collegamento col PC non è più necessario: si può uscire dallo studio e portare System-1 su un palco, ove di fatto si disporranno di due synth diversi richiamabili in alternativa allo stesso modo con cui si richiamano diversi preset. Per il momento Roland fornisce le emulazioni di due sue macchine storiche del passato: il citato SH-101 (compreso nel prezzo dell’hardware) e l’SH-2 che si può acquistare dal sito Roland a 75 Euro. È ipotizzabile che la casa svilupperà ulteriori Plug-Out e quindi estenderà ulteriormente longevità e desiderabilità del System-1, ma alla data non ci sono certezze in tal senso.

Il test

Accendiamo la macchina e restiamo piacevolmente colpiti dalla sua vivacità cromatica e luminosa. Veniamo subito alla domanda di tutti: come va la tastiera? Va, è la risposta: il suo limite a nostro parere sono le due ottave (davvero poche), mentre i tasti a profilo piatto richiedono un po’ di adattamento ma si dimostrano comunque molto suonabili. Manca la velocity, è vero, ma anche questa è una scelta stilistica per restare il più possibile vicini al modello del synth vintage. A chi scrive la cosa non dispiace affatto… Il suono è bello, incisivo, definito: System-1 può sembrare limitato sulla carta, ma in realtà la sua architettura permette l’ottenimento di timbriche anche complesse con velocità e facilità. La macchina va comunque conosciuta per sfruttarne a fondo le caratteristiche e per scoprire che tanto semplice e scontata come può apparire di primo acchitto in realtà non è. In sostanza, System-1 è un bel pianeta da esplorare, una bella palestra da frequentare giornalmente, e sa ripagare con un suono diretto e molto elettronico che non suona mai freddo o sgranato, ma al contrario liquido e naturale. Validissime le scelte fatte sugli Osc, belli i due modelli di filtro (col 12 dB/Oct che avrebbe potuto essere anche un po’ più sguaiato e cattivo, ma non sarebbe stato Roland), una mano santa la manopola Tone che con un tocco apre o chiude la timbrica come farebbe il più intelligente e miracoloso degli EQ da banco. Gli effetti possono aiutare, specie dal vivo, e si amalgamano molto bene con la timbrica di base. Certo, quando poi si vuole più finezza di controllo è necessario andare su effector esterni dedicati. I territori sonori propri della macchina sono molto vasti e trasversali rispetto ai generi: System-1 è un synth molto tradizionale nel timbro e molto efficace nella sua vocazione ‘70/’80 con un’importante spruzzata di modernità. Il modello dell’SH-101 è convincente anche se meno acido e potente dell’originale, ma in basso può spingere parecchio e dare una marcia in più al System-1 appena estratto dalla scatola. Il vero killer però è l’opzionale SH-2, il cui acquisto consigliamo senza riserve: sonoro, imballato, con un’anima fortemente Seventies, appare essere un’emulazione analogica molto, molto convincente, con quel bel suono da “elettroni che danzano nei transistor” che le macchine successive non avevano.

Conclusioni

Il System-1 è un sintetizzatore che Roland ha voluto dedicare alle nuove generazioni per dar loro lo stesso piacere di usare “un synth che faccia il synth” che potevano avere i musicisti degli anni ’80 quando movimentavano i vari Juno e JX. Visto a quanto viene venduto, non è lecito pretendere da esso prestazioni top-end, ma il mix di sonorità, editabilità, immediatezza d’uso è entusiasmante e ne fa la miglior scelta polifonica nella sua fascia di prezzo. Il meccanismo dei Plug-Out è in grado di arricchire ulteriormente l’appeal del prodotto, e certamente le scelte che Roland farà per i prossimi software potranno influire sul successo della macchina. Già così però l’attrattività di SH-2 è tale da spingere ulteriormente verso l’acquisto di System-1, incrementando molto la versatilità sonora del solo hardware. A chi non riesce a mandar giù le due ottave di tastiera slim non rimane che pensare all’uso di una master esterna per le esecuzioni più impegnative, usando la tastiera di bordo per la ricerca timbrica. Per tutti gli interessati a un polysynth di prezzo contenuto e grande veracità sonora, una calda raccomandazione verso il System-1 è davvero d’obbligo. Bel prodotto!

Roland South Europe S.p.A

Tel. 02937781
www.roland.it
info.musica@roland.it
609,00 Euro  Iva compresa

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Strumenti Musicali n. 1 — Febbraio 2015

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