Professione batterista

[quote_box_center]Musicista versatile e sempre in grado di conferire quel qualcosa in più ai progetti cui prende parte, Roberto Gualdi passa agilmente dalla collaborazione con la PFM al lavoro sui dischi dei cantautori, da X Factor (sue le batterie delle basi sin dalla prima edizione) all’insegnamento presso il CPM, fino a progetti come i Twinscapes, gruppo creato da Lorenzo Feliciati con il bassista dei Porcupine Tree Colin Edwin.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

PH Stefano Mirra

[su_dropcap style=”flat” size=”4″]I[/su_dropcap] ricordi sono veramente tanti… mettendoli in fila riconosco il privilegio non solo di aver potuto collaborare con molti artisti, ma di averlo fatto con quelli di cui comperavo la musica.

Così Roberto Gualdi riassume una carriera che lo ha visto al fianco di mostri sacri come Lucio Dalla (“La cosa più importante che ho imparato da lui è il gusto della contaminazione estrema e la non ostentazione intellettuale nell’arte”), diventando uno dei batteristi di riferimento della scena italiana. Punti di svolta del suo percorso sono stati il trasferimento a Milano e gli studi al CPM, che ne hanno determinato l’inizio dell’attività professionale: “Devo tantissimo a tutti gli insegnanti con cui ho studiato, ma è con il CPM che ogni cosa si è messa a fuoco. Tra i docenti c’era Walter Calloni, una delle persone a cui devo di più. Oltre a studiare con lui, lo seguivo nei concerti e nei seminari. Dopo il diploma ho iniziato a fargli da assistente e da sostituto. In seguito ho preso lezioni da svariati musicisti a seconda dell’argomento che volevo approfondire. Ho studiato un anno con Enrico Lucchini per il jazz, poi con Candelo Cabezas per il Latin. Negli ultimi anni ho preso lezioni da Bruno Genero per approfondire la tradizione percussionistica africana e da Federico Sanesi per il sistema ritmico indiano”. Roberto, che dal 2000 è insegnante al CPM, oggi è il responsabile della sezione batteria assieme a Giovanni Giorgi e Flaviano Cuffari. Ci racconta il mestiere del batterista e tutto ciò che serve per diventarlo.

Luca Masperone  Sei nato in Liguria: il tuo trasferimento a Milano è stato fondamentale per la tua carriera?
Roberto Gualdi  È stato più che fondamentale, direi anzi che tutto è iniziato proprio perché mi sono trasferito. Spesso inizio i seminari dicendo ai ragazzi: “Ho alcune buone notizie per voi… non sono stato un bambino prodigio, nella mia famiglia non suonava nessuno, sono nato in provincia e ho iniziato a studiare tardi”. Questo per rimarcare che alla fine l’impegno e la costanza hanno un valore enorme ai fini di una carriera. Ho iniziato a frequentare quotidianamente la batteria intorno ai 14 anni, suonando dietro a dischi e radio o nelle cantine savonesi con vari gruppi. A 23 anni ho deciso di trasferirmi a Milano per vedere se potevo dire la mia o tornare a Savona e guidare il camion come da tradizione familiare. Ho cominciato a lavorare quasi subito, prima con i gruppi da ballo, sia disco che liscio, poi sono passato alle band di cover e infine ai tour nel 1996.

Luca  Quali sono le doti che un batterista professionista deve possedere per essere competitivo oggi?
Roberto  Per quanto riguarda le abilità musicali, prima di tutto è importante il controllo del proprio strumento, quindi “timing” e fluidità, ma ancor prima consapevolezza e gusto per il suono. Non dobbiamo aspettarci che sia il fonico a lavorare per noi. Un bravo batterista ripreso con un microfono solo deve bilanciare ogni sfumatura del proprio suono in modo corretto, grazie ai suoi movimenti e alla propria tecnica. Un altro aspetto fondamentale è la lettura. L’obiettivo non è di leggere a prima vista, ma di suonare a prima vista, essere solidi e convincenti fin dalla prima lettura. Significa anche imparare a trascrivere velocemente un brano. Una volta con la PFM, in un periodo in cui non stavo suonando con loro, mi è capitato di sostituire all’ultimo momento il batterista e di scrivermi le parti di un disco (che non avevo mai sentito) in aereo e in hotel, per poi suonarlo in concerto la sera stessa. Devo dire che la velocità di trascrizione ed esecuzione aiuta tantissimo in quella che io chiamo “la vita vera del musicista”. Conoscere gli stili ed essere versatili, poi, è importantissimo. Con questo non intendo dire che occorra essere dei geni in tutti i linguaggi, ma sempre credibili e pertinenti. Io non sono certo un jazzista, ma se mi trovo in studio a registrare la compilation di Natale di X Factor con un brano “big band stile Bublé” o un “Georgia on My Mind” con le spazzole, non posso mollare tutto e chiamare un altro. Credo che sia molto importante ascoltare tanta musica diversa e sentire i suoni e gli accenti dei vari linguaggi. Un’altra dote fondamentale è la musicalità, cioè il saper interagire con pertinenza nel discorso artistico: a volte è giusto suonare tanto, a volte poco, in alcuni casi complicato, in altri semplice… il traguardo è suonare quello che serve veramente. Le qualità personali che occorrono in questo mestiere sono quelle comuni a tutte le professioni: pazienza, disciplina, affidabilità. Le ore passate insieme agli altri non si limitano al palco ma a viaggi, pranzi, cene, hotel, quindi le occasioni di malcontento o stress sono tantissime. Direi che cercare di avere un atteggiamento propositivo, senza addossare a terzi i nostri problemi, sia fondamentale. Infine, potrei concludere sottolineando l’importanza di una buona gestione e promozione della propria “Ditta Individuale”.

Luca  Quali reali possibilità ha un ragazzo che intraprende lo studio di uno strumento in questo difficile momento storico?
Roberto  Nel 1986 ero in un negozio di strumenti musicali a Savona: entra una persona che mi dicono essere il batterista dei Ricchi e Poveri. Ovviamente lo avvicino e gli chiedo un consiglio per intraprendere una carriera professionale. La sua risposta è: “Cambia mestiere”. E stiamo parlando di quasi 30 anni fa… sicuramente è molto difficile, bisogna avere una motivazione ai massimi livelli ed essere pronti a investire tutto. Personalmente consiglierei a un giovane talento di tentare la carta “estero”, anche solo come esperienza di vita, contatti e tantissimo altro. Oltre alla crisi che ben conosciamo esiste un altro fenomeno tutto italico: molti dei cantanti più in vista chiamano solo musicisti stranieri. Siamo sicuri che in Italia non ci sia nessuno che possa suonare la loro musica, magari capire i testi ed essere un pochino più coinvolto di un “Great… amazing… Take the money and run”? E non sto assolutamente parlando per me: io ho avuto una bella carriera che fortunatamente sta andando avanti. Parlo a nome di tutti i musicisti giovani, talentuosi e motivati, che studiano e si sbattono e che, con questo sistema, forse una carriera non riusciranno mai ad averla. Comunque, un consiglio che mi sento di dare a tutti è: trovatevi un buon insegnante, con un metodo di studio chiaro e anni di esperienza.

Luca  Che ruolo ha avuto Ricky Portera nella tua carriera di turnista?
Roberto  La mia avventura in quel campo è iniziata proprio grazie a lui e per questo gli sarò sempre riconoscente. Una sera suonavo con un gruppo che faceva cover, mentre Ricky si esibiva insieme a un’altra band. Dopo il concerto si è complimentato con me, così gli ho lasciato il mio numero di telefono (cosa che non avevo mai fatto in vita mia). Mesi dopo mi ha contattato e ho iniziato a suonare con lui. Quando è stato chiamato nel ‘96 a fare il tour di Paola Turci, mi ha portato con sé e successivamente mi ha presentato e raccomandato a Lucio Dalla. Ricky ha fatto una cosa molto importante: si è esposto. È facile raccomandare un musicista famoso, ma lui lo ha fatto quando io non ero nessuno, e questo mi ha permesso di iniziare una carriera.

Luca  Parlaci del lavoro che svolgi con la PFM.
Roberto  Tutto è iniziato nel 1997: la PFM ritornava sulle scene dopo 10 anni di stop, si trattava quindi di un tour molto importante. Io da ragazzo ero un loro super fan, pensa che giravo con la foto di Franz nel portafoglio! Trovarmi a suonare con questi signori era incredibile. Spesso mi chiedono: “Come hai fatto a farti passare l’ansia da prestazione?” Non mi è mai passata! Ho imparato a conviverci e l’ho trasformata in iper preparazione. Cerco di non avere dubbi e tenere tutto sotto controllo il più possibile. Non si può cambiare la propria natura, bisogna accettarla e fare in modo che lavori per noi. Tornando alla PFM, il mio ruolo è di sostenere il tutto quando Franz canta durante i live. Praticamente mi sento Lancillotto, ma non ho nessuna gelosia nei confronti di Re Artù, anzi, forse alla fine Lancillotto ha meno rotture da gestire! La mia figura ovviamente si è evoluta negli anni, adesso mi sento parte integrante della macchina e sono consapevole di poter dare molto. Per quanto riguarda le mie parti, Franz mi ha sempre detto: “Impadronisciti dei brani e falli girare bene con il tuo stile”. Tendenzialmente parto sempre dai dischi originali, successivamente cerco di trovarmi a mio agio personalizzando le parti. Con gli anni abbiamo raggiunto un’intesa splendida, sia umana che musicale. Aggiungerei che suonare con Patrick Djivas al basso è fantastico: in alcuni momenti la sensazione è quella di essere agganciati a un Frecciarossa. Ha un orecchio per le sfumature e i dettagli impressionante, i primi anni mi ha mandato spesso in paranoia, ma ho imparato tantissimo e se sono arrivato dove sono è anche merito suo.

Luca  Ci racconti l’esperienza del PFM World Tour 2014?
Roberto  Tendenzialmente l’organizzazione è andata bene ovunque. Ovviamente in Giappone e USA è stato tutto perfetto, mentre in Guatemala ad esempio hanno fatto quello che hanno potuto. Ci sono stati problemi vari con gli ampli per chitarra, ma dove non è arrivata la tecnologia sono arrivati l’entusiasmo e la disponibilità. La cosa bella è che la PFM all’estero non suona per gli italiani, ma per i fan dei vari paesi. Un curioso aneddoto è che nei paesi di lingua spagnola come Messico o Guatemala preferiscono ascoltare i brani cantati in italiano, anzi si lamentano se si canta in inglese!

Luca  Durante il tour sono nati i dischi live, pubblicati recentemente, che ripropongono le scalette originali dei primi album della PFM. Avete fatto delle aggiunte in studio oppure sono riportate in modo fedele le esibizioni live?
Roberto  Un disco dal vivo è sempre molto delicato, soprattutto per quanto riguarda la batteria… perché o rifai tutto in studio oppure tieni quello che hai suonato. PFM non usa click o sequenze, quindi è molto importante che l’esecuzione sia giusta, così come le velocità e lo spirito dei vari brani. Probabilmente in fase di mix qualche eventuale sbavatura sarà stata corretta, ma quello che si sente su disco è ciò che abbiamo suonato.

Luca  Parlaci della tua esperienza a X Factor: è stata sempre continuativa nel tempo?
Roberto  Assolutamente sì. Ho iniziato con la prima edizione e il rapporto continua ancora. Lucio Fabbri, mio compagno di avventure in PFM, è il direttore musicale di X Factor e mi ha coinvolto nella realizzazione delle basi. Con Lucio negli anni si è creato un rapporto solido e, bontà sua, mi coinvolge in tutti i suoi progetti.

Luca  Come avviene il lavoro sulle basi?
Roberto  Diciamo che è una lotta contro il tempo. Lucio ha messo insieme una bella squadra di musicisti e si corre. I giorni per preparare le basi sono 2 o 3 e queste sono parecchie, anche 20 a puntata. Diciamo che se il programma è giovedì, venerdì si scelgono i nuovi brani e arrivano i “cut” (cioè i pezzi originali tagliati nella stesura per ottenere una versione da 1:40/2:00 minuti), che diventano il nostro riferimento. Sabato iniziamo a registrare e domenica dobbiamo consegnare le basi ai cantanti. Il problema è che spesso durante le prove ci arrivano richieste di cambiamenti anche drastici. È sufficiente cambiare una tonalità e certe parti vanno registrate da capo.

Luca  Avete delle partiture scritte oppure un’idea di base da interpretare?
Roberto  Ci sono due tipi distinti di richiesta: cover identica o nuovo arrangiamento. Nel primo caso devo ovviamente tirarmi giù tutto nota per nota, cercando di ricreare il più possibile gli stessi suoni e lo spirito del brano. Ad esempio nei brani degli anni Settanta, dove la batteria suona diversa ogni misura, è molto interessante la ricerca timbrica per emulare i suoni. In studio ho 6 diversi rullanti, 3 piatti ride, 3 charleston e 2 serie di tom gemelli accordati, diciamo rock e jazz, in modo da poter cambiare timbro velocemente. Per quanto riguarda invece il “nuovo arrangiamento”, è tutt’altra cosa. A volte arrivano idee chiare e dettagliate, altre volte indicazioni tipo: “brano di Bruno Lauzi fatto alla Nirvana”. In questi casi devi sperare che il tuo concetto di “fatto alla Nirvana” coincida con quello del giudice, altrimenti hai buttato ore per niente, in compenso puoi essere creativo. Spesso mi trovo in studio con Lucio e iniziamo con gli esperimenti fino a quando non prende forma una strada. Devo dire che registrare montagne di musica tutte le settimane è stata per me una palestra incredibile. Vorrei inoltre citare Alessandro Marcantoni, il fonico dello studio Metropolis: a lui arrivano i “cut” e le basi che gestisce, registra, assembla e mixa a tempo di record!

Luca  Hai suonato nei nuovi dischi e concerti di Roberto Vecchioni e Ron: ce ne parli?
Roberto  Ho sempre avuto un grande interesse per la canzone d’autore. Trovo che sia un mondo musicale in cui i dettagli e i chiaroscuri sono più importanti del muro di suono, orgoglio del batterista rock. Penso che sia una “musica cinematografica”: il testo è un racconto, un film… la musica, le scelte timbriche e ritmiche devono aiutare a rendere la giusta atmosfera, per evocare le immagini adatte.

Luca  Come nasce il progetto Twinscapes, con Lorenzo Feliciati e Colin Edwin dei Porcupine Tree?
Roberto  Vi racconto la storia: Lorenzo ha all’attivo una serie di dischi a suo nome per un’etichetta inglese. Durante un “day off” a Londra, ha chiesto al suo discografico di organizzargli qualcosa di interessante, così è stato coinvolto Colin Edwin per un “bass duo”. I due si sono trovati molto bene e hanno deciso di fare un disco. Da amico di Lorenzo e grande fan dei Porcupine Tree, mi sono offerto di suonare in un paio di brani dell’album e in un festival a Londra. Loro sono rimasti contenti del mio lavoro e mi hanno arruolato, da lì è partito il live. Si tratta di un progetto molto interessante con due bassi, elettronica e batteria.

 

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