Il ritorno dei contrabbandieri di musica occitana. Intervista a Lou Dalfin

PH Sergio Berardo

È uscito “Musica Endemica”, il nuovo album di Lou Dalfin. Folk contemporaneo dall’animo punk che segna il ritorno di un gruppo di riferimento, dopo 34 anni di carriera e più di 1.300 concerti.

Definisci il vostro progetto musicale, la vostra storia e il percorso che vi ha portati fin qui.
Comincio con l’affermare che non ritengo il termine progetto adeguato a definire il nostro gruppo. Quando si parla di musica popolare (questa è la definizione corretta del genere da noi eseguito) non si può pensare a un qualcosa che nasce a tavolino ma a una realtà in cui una serie di fattori quali territorio e rapporto con esso, memoria e creazione agiscono in modo naturale connotando uno stile, un gusto, una mentalità, un’atmosfera. La musica popolare può essere pensata come un mosaico a cui ogni generazione aggiunge delle tessere che rendono il prodotto sempre diverso, anche se fedele alle proprie radici e alla propria identità. Detto questo, se vogliamo definire Lou Dalfin possiamo parlare di un gruppo di musica popolare occitana.

Parlaci delle tradizioni musicali dell’Occitania e dei trovatori di cui voi portate avanti il lavoro.
Più che interpretazione o ispirazione alla musica trobadorica, si può parlare della nostra musica come la naturale prosecuzione della musica tradizionale occitana, vissuta e inventata nel tempo in cui Lou Dalfin si trova ad operare, vale a dire nella contemporaneità. Quindi non una riproduzione asettica delle melodie e dei testi del passato ma, cosa che sempre dovrebbe avvenire per la tradizione, una realtà attuale che viene costantemente modificata e reinventata.

Lou Dalfin - Copertina Musica EndemicaCi parli di “Musica Endemica”? Qual è stato il contributo che ha dato Madaski degli Africa Unite, in qualità di producer?
Il fatto che il gruppo sia entrato in studio con le idee molto chiare dal punto di vista degli arrangiamenti e delle orchestrazioni ha permesso a Madaski di svolgere il vero ruolo di produttore, vale a dire occuparsi soprattutto dei suoni e del missaggio, intervenendo su una base solida e strutturata e potendosi permettere di gestire serenamente le alchimie sonore. L’apparente distanza tra noi, gruppo di musica folk occitana, e lui, musicista e produttore reggae, dub, raggamuffin, nella realtà si rivela molto meno incolmabile di quanto possa sembrare a un’analisi superficiale. Lo spirito della musica popolare, sia pure di realtà distanti da un punto di vista geografico e stilistico, rivela grande affinità e contiguità; la gente si avvicina sia a una correnta che a un brano reggae con l’intenzione di muoversi e ballare e le energie che stanno alla base di entrambi non sono poi così dissimili.

Come concepite gli arrangiamenti? C’è una forte presenza di strumenti tradizionali come le cornamuse e la ghironda, miste a suoni rock, ad esempio la chitarra elettrica spesso distorta, pur equilibrata e in sottofondo a fare da collante.
Si può affermare che gli strumenti tradizionali con le loro particolarità timbriche siano sostenuti da una base armonico-ritmica di stampo rock ‘n’ roll (basso, batteria e chitarra), ma l’integrazione tra le differenti atmosfere sonore è un qualcosa che va al di là di un semplice supporto. Abbiamo cercato, da sempre, di integrare le sonorità apparentemente distanti come quella della ghironda e della chitarra elettrica distorta, in realtà ottimo matrimonio consacrato dall’asprezza e dall’acidità dei due strumenti.

Parlaci della ghironda, è uno strumento che non tutti conoscono.
La ghironda ha origini molto antiche. È presente in forme ovviamente diverse nel tempo a partire dall’XI secolo; si tratta di uno strumento in cui le corde sono sfregate da una ruota, con il conseguente suono continuo, a bordone, simile a quello delle cornamuse. La sua storia travagliata e avventurosa la vede passare da un ambito liturgico, a un uso cortese, alle mani dei suonatori di strada. Nelle valli occitane d’Italia era utilizzata dai musicisti ambulanti che percorrevano le strade d’Europa guadagnandosi da vivere con la loro musica a manovella.

La lingua dei vostri testi è un punto a favore oppure circoscrive, limita il pubblico?
La lingua che utilizziamo nelle nostre canzoni è l’occitano, primo idioma neolatino a raggiungere una dignità letteraria con la poesia dei trovatori, a partire dall’XI secolo. Parlare di dialetto per una lingua antica parlata dalle Alpi ai Pirenei, dal Massiccio Centrale al Mediterraneo, dalle Valli d’Italia in provincia di Cuneo e di Torino fino all’Oceano Atlantico sarebbe estremamente riduttivo. Abbiamo la fortuna di essere gli ultimi eredi di una tradizione antica e nobile, capita e apprezzata in tutto quell’arco latino che da noi arriva alla Catalogna e al Paese Valenzano, una ricchezza culturale che va al di là delle frontiere politiche, un giacimento di cultura che corre nel tempo e nello spazio; non sarà buono per Radio Deejay ma la notizia ci permette tranquillamente di dormire sonni tranquilli e sereni.
Video di “LOS TAXIS DE BARCELONA”

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