Ritmo umano tra le leggende del rock

— Pietro Baffa

Con il nuovo album dal titolo 9, uscito il 24 marzo, i Negrita esprimono al meglio tutto ciò che è il rock nella propria essenza. Ballate e ritmi che rimembrano suoni del passato, in un contesto di dialoghi tra testo ed effetti appartenenti a questo presente.

Prodotto da Fabrizio Barbacci, per Universal Music Italia, e masterizzato da Ted Jensen allo Sterling Sound di New York, Usa sono tredici brani registrati al Grouse Lodge di Rosemount, in mezzo a un’Irlanda quasi sperduta.
Come ci dice Drigo (Enrico Salvi), chitarrista e compositore del gruppo: “In mezzo a Folletti e Fate, un posto magnifico con un’atmosfera quasi surreale. Noi, quando ci spostiamo per registrare un disco, vogliamo immergerci completamente nel progetto e, se è possibile, lasciarci tutto alle spalle”. Tutte le tracce erano state già create in altri studi con il sound anglosassone di formazione del gruppo di Arezzo. Naturalmente c’è sempre un motivo valido per determinare alcune scelte e come conferma anche Drigo “ Nel nostro percorso c’è stato, l’anno scorso, il musical Jesus Christ Superstar al Teatro Sistina. Bellissimo e davvero complesso. Un’opera rock degli anni Settanta, un gruppo composto da ragazzi formati in maniera classica, ma con esperienza di vita vissuta per le strade di Londra, dove si incontravano le vere leggende di quei tempi. Leggende del rock che hanno lasciato il segno. Ted Neeley, Jesus Christ Superstar in persona, ha cercato di mettere insieme proprio le sue due culture, quella classica e quella del nuovo rock che stava nascendo. Noi abbiamo registrato contemporaneamente alle repliche del musical, cioè passavamo mattina e pomeriggio in studio e poi la sera in teatro. In studio si componeva improvvisando, stile live, insomma lo spirito è quello effettivamente degli anni Settanta”. Le due cose si sono sovrapposte e influenzate e questo lavoro li ha spinti a cercare, anche per l’album, quei suoni di fine anni Sessanta. Di quel rock che cominciava ad avere un certo tipo di pretese.
La musicalità dell’album deriva molto da questa esperienza e si intuisce anche nell’utilizzo e nella scelta degli strumenti e degli effetti. La registrazione è stata fatta tutta in digitale, con Pro Tools, ma con una tecnica di registrazione molto naturale, suonando dal vivo. Quando sono arrivati in Irlanda, il disco era già composto e abbastanza assimilato da tutti, quindi per ogni canzone si registravano cinque, sei track e poi si estrapolava il meglio del meglio. In seguito c’è stato un lungo lavoro di scelta delle batterie e di alcuni suoni appropriati. Come sottolinea Drigo: “Quella che si è cercata di catturare è stata la performance di tutti”. Certamente di analogico c’è lo stile e il ricordo. La durata della registrazione e delle sezioni dell’intero disco, in Irlanda, è stata poco più di un paio di settimane. I Negrita si sono immersi nel lavoro anima e corpo.
La composizione è stata fatta precedente, in studio a Roma, poi ad Arezzo e infine in Irlanda si è completata l’opera con l’atmosfera giusta. Nel disco si possono ascoltare vari generi di suonate, le chitarre di Drigo hanno il suo stile, come quelle di Mac. Ma la domanda nasce spontanea, quale sono state le chitarre usate da Drigo? La risposta è quasi naturale, Gibson Les Paul e Fender Stratocaster, ma anche Gibson SG. Per intenditori il tutto è percettibile nei suoni e come conferma Drigo “Sia io che Cesare (Cesare Petricich detto Mac, chitarrista e altro membro fondatore del gruppo), siamo innamorati della musica degli anni Settanta. Abbiamo provato anche amplificatori e chitarre di nuova generazione, ma alla fine la leggenda è stata fatta con quegli strumenti. C’è poco da fare!”.
Per gli effetti delle chitarresono stati utilizzati un delay digitale Digitech e, naturalmente, pedali analogici. Due tipi di distorsione: un overdrive e un Rat che, sottolinea Drigo “mi aiuta a spingere di più le distorsioni della Stratocaster”. Poi c’è un Maxon, un compressore che “uso sempre, ed è sempre acceso, come faceva Mark Knopfler sul primo album. Poi un wah, un delay e due effetti che uso come spezie, un Phase 90 e un SR flanger”. E tutto questo si sente e si respira per tutto l’album. “Musicalmente sono cresciuto ascoltando i dischi di Knopfler, dei Dire Straits e “Just One Night” di Eric Clapton. Questi sono i dischi della mia formazione musicale. Poi c’è stato un periodo in cui ho ascoltato Pat Metheny e ho iniziato a studiare altre cose. Arrivato a un certo punto della mia carriera ho capito che, se ascoltavo musiche troppo differenti, il mio stile finiva per diventare un ibrido, non adatto alla musica rock. Ho messo da parte le varie fusion e i vari jazz e mi sono dedicato completamente alla chitarra rock. È nata la mia stima per Keith Richards, David Gilmour, Jeff Beck”.
Parlando del lato ritmico del disco, le batterie sono tutte suonate in studio da Cristiano Dalla Pellegrina, con presa diretta e qualche piccola aggiunta di percussioni. Il basso è suonato da Giacomo Rossetti e le tastiere da Guglielmo Ridolfo Gagliano “Ghando”. C’è da sottolineare ancora l’evento avvenuto l’anno prima, da aprile a giugno del 2014, dove Pau ha interpretato il ruolo di Pilato, al fianco di Ted Neeley, che interpretava il suo ruolo storico di Gesù. Da qui un piccolo miracolo di Ted Neeley, Jesus Christ Superstar in persona, come sottolinea Drigo, in uno dei brani dell’album “Ritmo Umano”. Non gli era mai successo di suonare con una vera band rock, era sempre stato accompagnato da orchestre o musicisti selezionati dal direttore musicale, dove non c’era un sound da band, ma di musicisti che suonavano davanti ad uno spartito.
La frase che si ascolta alla fine di “Ritmo Umano” è recitata da Ted Neeley e Drigo sottolinea questo evento con tanta  passione ed emozione “Una nostra troupe gli aveva fatto un’intervista separatamente dalle registrazioni e questa intervista è stata messa lì, nel punto finale della canzone. Nessuno sapeva che l’avremmo usata. Quello che dice è di come è stato collaborare con noi al musical e racconta che lavorare con una band rock è stata un’esperienza particolare ed emozionante.” E continua Drigo “Lui ci diceva di improvvisare e sentirci più liberi possibile, durante le prove del musical. Naturalmente c’era anche chi ci avvisava di stare attenti e concentrati il più possibile, perché chi viene ad ascoltare l’opera in teatro, la conosce bene e non si può sbagliare. Ma ci sentivamo quasi tutelati nell’improvvisare, è stata davvero una bella sfida e un’esperienza unica”. Un’esperienza che ha lasciato il segno per tutto l’album 9. Dal punto di vista dei testi, la maggior parte sono stati scritti da Pau (Paolo Bruni, cantante e fondatore del gruppo), ma alcuni anche da Drigo e Cile, tagliente cantautore aretino che sa cogliere alla perfezione i disagi dei trentenni di oggi, che rimbalzano tra rabbia, amore, sballo e riflessione. Ma la cosa particolare è anche il tipo di composizione che, come sottolinea Drigo “non siamo i soli a utilizzare è una cosa abbastanza diffusa. Si suona in studio, tutti insieme, dal vivo e Pau improvvisa in maniera naturale, in finto inglese, cercando quella che poi sarà la melodia della canzone”. Alla fine comunque avviene tutto contemporaneamente, si parte da una idea musicale per arrivare alla canzone finale, in maniera naturale e divertente.
Così diventa un gioco, una sorta di sudoku in cui devi avere la responsabilità di scrivere cose che abbiano un senso. Da sottolineare, nella canzone “Non è colpa tua” la partecipazione di Shel Shapiro (storico cantante dei The Rokers). Un ringraziamento particolare a Drigo per la sua cortesia e per le preziose notizie sulla creazione dell’album e sugli strumenti usati.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here