Rita Marcotulli – Jazz, composizione istantanea e interazione

Rita Marcotulli
PH PaoloSoriani

Artista di fama internazionale, premiata nell’ambito di grandi manifestazioni musicali, teatrali e cinematografiche, Rita Marcotulli ci racconta la genesi di Trio M/E/D, album uscito pochi mesi fa e nato dall’amicizia e dalla collaborazione con Peter Erskine e Palle Danielsson, per celebrare la musica jazz, le atmosfere che la contraddistinguono e i grandi nomi che ne hanno in parte fatto la storia.

Per chi fa jazz, l’arte dell’improvvisazione non è solo un elemento irrinunciabile, ma è soprattutto la prova delle affinità che si sviluppano tra musicisti quando si esibiscono sullo stesso palco. Una naturale indole alla musicalità deve essere accompagnata da un comune senso dell’estetica musicale, da un grande feeling e dalla capacità di “passarsi la palla” ed essere in grado di raccogliere le idee dell’altro. In questo modo è possibile vivere appieno le emozioni che la musica regala e far sì che chi ascolta le sappia percepire.

Come è nato l’amore per il jazz?
Ho iniziato a suonare il pianoforte quando ero molto piccola e mi capitava spesso di giocare con i tasti e improvvisare. Posso dire che quello è stato il primo jazz della mia vita, proprio per l’improvvisazione, tratto distintivo di questo genere. Compongo in tanti ambiti differenti, ma è l’improvvisazione la cosa che mi porta a rompere gli schemi. Esistono tante forme differenti di musica jazz, è un linguaggio che appartiene alle note e alla vita stessa di chi lo suona. Ascoltando Miles Davis ciò che si percepisce è l’input metropolitano. Ascoltando Jan Garbarek, norvegese, ti rendi conto che la sua musica parla di silenzio, di foreste e grandi spazi. La musica riflette molto lo spazio in cui vivi e suonare, in questo senso, diventa un linguaggio astratto e ineffabile. Credo che si possa definire un modo per conoscere se stessi, una forma di meditazione. Più vai a fondo nelle cose, più ricerchi, più capisci che esiste un modo di suonare che rispecchia quello che hai di vivere. Rompi gli schemi, cominci a improvvisare e ti accorgi di ciò che c’è dietro e che ti aiuta a esprimere certe sensazioni e certe tensioni della vita

Come hai giustamente sottolineato, una delle basi della musica jazz è l’improvvisazione. È un talento che si ha dalla nascita o può essere un’arte che si acquisisce col tempo?
Come in tutte le cose deve esserci una potenzialità a monte. L’improvvisazione è una sorta di matematica, possiede regole che vanno sviluppate ed è chiaro che una naturale inclinazione alla musicalità porta a far sì che queste si sviluppino in forma artistica. Spesso si tratta anche di attributi fisici, nel senso che un pianista con mani molto grandi ha più facilità a suonare perché riesce a prendere note in ottave diverse, ma la cosa fondamentale resta lo studio.

Hai basato la tua formazione su altri generi musicali?
Io parto dalla musica classica. Credo sia uno studio fondamentale, insieme a quello del pianoforte, perché la cosa importante per fare musica è il suono che si riesce a produrre, il tocco. Diciamo che il genere classico è quello che maggiormente ti prepara alla tecnica. Vengo da questo tipo di percorso e pensandoci, è la stessa cosa per quasi tutti i musicisti che conosco.

Attualmente con che pianoforte suoni e componi la tua musica?
Il mio piano è uno Yamaha C7, una prima scelta. Quando i pianoforti vengono costruiti viene data loro una prima, una seconda e una terza scelta, in base alla stagionatura del legno. Il mio piano ha le basse molto morbide, da cui si sviluppa un suono più armonico che sicuramente preferisco. Molti pianisti aspirano agli Steinway, ma anche lì dipende molto dai modelli e dagli anni. A volte il problema dei pianoforti è che suonano in modo peggiore col passare degli anni, perché la cassa armonica tende a inclinarsi, a differenza di un violino come lo Stradivari, per il quale la caratteristica principale è il legno, che quando invecchia suona in modo migliore.

Pochi mesi fa è uscito il tuo ultimo lavoro, il disco Trio M/E/D con Peter Erskine e Palle Danielsson. Come è nata la vostra collaborazione?
Con Palle siamo amici da molti anni e abbiamo suonato insieme tante volte, sia in trio che con il suo gruppo, anche in Scandinavia. Peter è arrivato in un secondo momento, ma conosco da sempre anche lui e spesso abbiamo condiviso il palco in occasione di festival e concerti. Una collaborazione per un disco c’era già stata nel 2006, in seguito abbiamo fatto una tournée e abbiamo deciso di registrare questo lavoro.

Quanto c’è di tuo nel vostro album e in base a quali criteri vi siete divisi il lavoro?
Nel disco c’è molto di tutti e tre. Ognuno di noi ha portato dei pezzi da proporre e insieme abbiamo scelto quelli da inserire, attingendo anche al repertorio personale, come per Bulgaria, per citarne uno, che è un brano di Peter. Grazie alla registrazione dal vivo e all’armonia tra noi tre, il risultato è stato un disco godibile e d’effetto. Un brano che personalmente amo molto è Nightfall di Charlie Haden, scomparso purtroppo poco tempo fa. Un musicista al quale mi sono sempre sentita vicina per il modo di fare musica e per la visione che ne aveva in generale, quindi rendergli omaggio è stato un atto naturale. La cosa bella del jazz è che non c’è un “protagonista” e i musicisti che lo accompagnano; ci passiamo la palla, tra di noi c’è interazione e comunicazione. Magari io lancio un’idea, gli altri la raccolgono e viceversa. È come costruire un’improvvisazione che cammina con sei gambe.

Quando si fa musica con altre persone è importante il livello di feeling e interazione. Possiamo dire che nel jazz si tratta di elementi necessari?
Assolutamente, però è bene sottolineare che non è solo la bravura del musicista che fa la differenza. Di bravi musicisti ce ne sono parecchi, bisogna capire quale concezione hanno della musica, perché è necessaria un’estetica che sia simile alla tua, per poter improvvisare insieme. A noi non piace solo il jazz, piace la bella musica, che sia indiana, classica, africana oppure pop. Con loro due abbiamo in comune questa apertura, questa curiosità mentale. Si suona in un certo modo e lo stesso pezzo suonato con altri, per quanto ben eseguito, sarebbe diverso. Il bello dell’improvvisazione è che ogni sera troviamo melodie differenti, ogni volta c’è un’incognita ed è importante anche considerare con quale tipo di pubblico ci rapporteremo e quale sarà la situazione che ci accoglie. Tempo fa abbiamo fatto un concerto a Matera, proprio di fronte ai sassi, e il luogo ha contribuito alla magia generale dell’esecuzione. L’interazione puoi trovarla con qualunque elemento presente intorno a te. Noi diamo per scontato il fatto di usare le parole per comunicare, ma dovremmo imparare a esprimerci in maniera astratta. L’improvvisazione, quando si suona, è una composizione istantanea, quindi bisogna trovare qualcosa che rispecchi la nostra personalità.

Che importanza hanno assunto negli ultimi anni le donne che fanno jazz?
Premettendo che nel jazz il “predominio” resta quello maschile, ho notato che sono sempre di più le donne, anche ragazze molto giovani, che decidono di dedicarsi a questo genere e la cosa non può che farmi felice. Ho da poco fatto parte della giuria di un festival al femminile e ho scoperto che non ci sono solo moltissime brave musiciste, ma anche tante compositrici piene di talento e di idee. C’è da dire che della crisi stiamo risentendo tutti, uomini e donne, ma forse per noi la situazione è leggermente più difficile.

Possono esserci mezzi e idee per contrastare questa crisi?
Sicuramente sì. Insieme ad altri musicisti amici, ad esempio, abbiamo fondato l’associazione Midj, un progetto a cui tengo molto e per il quale abbiamo eletto come presidente Ada Montellanico. Quello che cerchiamo di fare è aiutare i giovani che scelgono questo percorso. Proprio Ada ha da poco creato un bando tutto al femminile, anche se mi piace pensare all’ipotesi che prima o poi non ci sarà più bisogno di dividere i festival tra genere femminile e genere maschile. La cosa bella della musica è che, essendo un mezzo d’espressione, non ha sesso. Inoltre ognuno di noi ha una parte femminile e una maschile, differenti sensibilità e percezione delle cose e credo sia impossibile vivere separandole. Ciò di cui mi rendo conto è che, per fortuna, insieme alla visione che si ha delle donne nella società, sta cambiando anche il livello di attenzione che viene loro dedicata.

Come pensi che sia, in generale, la situazione della musica in Italia?
La crisi è forte e si sente. Ci sono le idee, ma mancano i soldi e soprattutto prevale la politica della quantità. Chi organizza ha paura di rischiare, quindi si butta su nomi già noti per fare grandi numeri. Chiaramente se un talento merita, prima o poi viene scoperto, ma la musica d’ascolto sta scomparendo. Si ricerca la forma canzone, che vada bene per i talent e situazioni simili. I ragazzi oggi non hanno la predisposizione all’ascolto come potevamo averla noi anni fa. Di bravi musicisti in giro ce ne sono parecchi e ciò che mi auguro è che possano trovare tutti la propria strada. Quello che consiglio sempre è di “uscire”, scoprire, studiare e cercare di suonare il più possibile. Dobbiamo sostenere le piccole realtà, perché possa continuare a vivere la musica dell’espressione, dell’espressività e della purezza, non del consumo e della corsa all’accumulo. Adesso ci sono nuove possibilità offerte dagli scambi europei. In Danimarca, per esempio, c’è una residenza in cui i giovani musicisti possono trasferirsi per lavorare, studiare e suonare. Abbiamo da poco fatto un bando per questo scambio. Penso che siano queste le cose su cui dobbiamo puntare per migliorare la situazione.

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