Il restauro musicale secondo Federica Bernardini Bressan

Federica Bressan alla Logos Foundation
Federica Bressan alla Logos Foundation

Federica Bernardini Bressan è ricercatrice post-doc al Centro di Sonologia Computazionale (CSC) del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione all’Università di Padova. Laureata in Musicologia all’Università di Udine, con il massimo dei voti, con una tesi sulle basi di dati multimediali, in particolare sul Music Information Retrieval (MIR). È stata la prima laureata dell’Ateneo dopo la riforma universitaria.

La sua mansione al CSC è di coordinatrice del laboratorio di conservazione e restauro dei documenti sonori. Il CSC ha una gloriosa storia nel circolo virtuoso che esiste tra arte e scienza. Fondato negli anni Settanta da scienziati padovani (tra cui Giovanni De Poli e Alvise Vidolin, tuttora membri fondamentali del gruppo di ricerca) il CSC ha contribuito all’evoluzione stessa dell’informatica musicale. «Nel 2009, mi sono riavvicinata all’ambiente accademico – ci dice Federica – collaborando a un progetto di ricerca, volto alla conservazione dell’archivio sonoro della Fondazione Arena di Verona». Nei due anni successivi ha trascorso parte del suo tempo in laboratorio, imparando moltissimo sul processo di degrado dei supporti magnetici, inclusi DAT e audiocassette e sulle tecniche di recupero e di restauro fisico di tali supporti. «Ho avuto il piacere e la responsabilità di trattare nastri molto preziosi, con registrazioni inedite di grandi artisti come Domingo e Pavarotti», sottolinea, con un pizzico di emozione.

Nel frattempo ha intrapreso un dottorato al Dipartimento di Informatica dell’Università di Verona. È stato un periodo di formazione fondamentale, durante il quale ha integrato la sua preparazione scientifica con quella umanistica. «Finalmente la mia passione per la tecnologia ha potuto unirsi a quella per la musica, realizzando la più importante delle mie ambizioni, che sopra ogni cosa è la riflessione intellettuale». In seguito, grazie alle competenze acquisite, ha ottenuto un contratto di ricerca alla Scuola Normale di Pisa, dove è stata responsabile del laboratorio di conservazione dei documenti sonori, nell’ambito di un progetto volto alla salvaguardia di registrazioni sonore, per indagini di carattere linguistico e antropologico nell’area toscana.

Dal 2013 si è stabilita a Padova, dove comincia il suo lavoro al CSC. Era sempre stato il suo punto di riferimento. «Devo gran parte della mia formazione scientifica a Sergio Canazza, eccellente scienziato e mentore, con il quale collaboro strettamente tuttora». Attualmente al CSC la ricerca non è limitata alla sintesi sonora o alla composizione musicale. Il campo dell’informatica musicale si è evoluto in quello che oggi è noto come Sound and Music Computing (SMC).

Tra i progetti in corso, dove collabora Federica, ci sono la conservazione della collezione personale di nastri di Luciano Berio, progetto finanziato dalla Fondazione Paul Sacher in Svizzera e di Luigi Nono, Archivio Luigi Nono di Venezia. Quindi l’accento sulla musica elettronica è molto forte. Inoltre, si curano archivi di materiale antropologico ed etnomusicologico. Si tratta di archivi composti da registrazioni in copia unica, molto spesso conservati su supporti non professionali, in particolare per gli archivi antropologici ed entomusicologici. «La mia formazione multidisciplinare mi permette di combinare metodologie proprie del settore scientifico (scienza dell’informazione) e di quello umanistico (filologia dei documenti sonori, etica e filosofia del restauro, storia della musica) al fine di definire metodologie per la conservazione e la valorizzazione di beni musicali, con particolare riguardo ai sistemi multimediali interattivi e ai documenti sonori di musica etnica e di musica elettroacustica della seconda metà del Novecento. Una delle cose affascinanti del mondo della ricerca è che, per far avanzare la conoscenza attuale o per mettere in discussione quella vecchia, devi rivolgerti ai colleghi scienziati della comunità internazionale. Se un argomento non è stato ancora esplorato, allora tocca a te avanzare! In realtà è così che nel 2014 ho avuto l’idea di organizzare e condurre il Primo Workshop Internazionale sulla Filologia Digitale per la Conservazione degli Archivi Sonori, che si è poi realizzato il 17 settembre scorso nella magnifica Villa Contarini – Fondazione G.E. Ghirardi a Piazzola sul Brenta, nell’ambito di Expo2015».

Quello della filologia digitale è un concetto nuovo, come l’ambito a cui appartiene, quello delle digital humanities (informatica umanistica). La filologia digitale applicata agli archivi sonori ha l’obiettivo di studiare il rapporto che intercorre tra il documento storico, ad esempio, il nastro magnetico e la sua rappresentazione digitale. Tale rapporto non solo è complesso, ma muta con il tempo. Concetti come “autenticità” e “originalità” vanno completamente ridefiniti per le fonti elettroniche, specialmente per quelle che vengono utilizzate dagli studiosi per formulare nuove ipotesi e nuova conoscenza. Il rischio di incorrere in “autentici falsi storici” è altissimo. Il Workshop ha ottenuto un successo tale che avrà un seguito, il 18 ottobre 2016, nella stessa sede incantevole di Piazzola.

L’attuale residenza di Federica è in Belgio e precisamente a Ghent. Il motivo è semplice, ma per niente banale. Federica si trova a Ghent perché il Dipartimento di Musicologia dell’Università di Ghent in Belgio ospita l’IPEM, un laboratorio fondato negli anni Sessanta, con una storia per certi versi simile a quella del CSC. È passato da centro di produzione musicale e sperimentazione artistica a centro di ricerca ancora fortemente interdisciplinare.

L’équipe di ricerca comprende musicologi, fisici, ingegneri, psicologi della percezione, artisti. Il capo del gruppo di ricerca è il professore Marc Leman, scienziato di eccellenza, noto principalmente per aver introdotto il paradigma dell’embodiment negli studi musicologici (con il libro “Embodied Music Cognition” pubblicato da MIT Press nel 2007). «Le cose che fanno a Ghent sono assolutamente strabilianti. La mia attività degli scorsi anni si è concentrata per lo più sui documenti sonori, da circa due anni ho iniziato a interessarmi del problema della conservazione delle installazioni multimediali interattive. Questa intrigante forma d’arte, tipica del nostro tempo, condivide buona parte dei problemi dei documenti audio-visivi e l’obsolescenza della tecnologia, con le complicazioni aggiuntive della componente interattiva e della multimedialità. Un’installazione artistica è sostanzialmente un sistema che mira a suscitare un’esperienza estetica nei visitatori, per mezzo dell’integrazione di oggetti reali e virtuali (multimedia). Gli attuali standard catalografici prevedono che i documenti siano assortiti per categorie omogenee, video con video, audio con audio e per quanto riguarda patch software, sviluppate ad hoc per l’installazione, non è nemmeno chiaro quale approccio catalografico adottare. Il risultato è che spesso l’aspettativa di vita di un’installazione è limitata alla sua esposizione pubblica. Una volta smantellata, l’installazione non può essere ri-assemblata secondo le indicazioni dell’artista».

Oltre a questo problema, di natura evidentemente interdisciplinare, perché richiede l’unione di competenze nel campo dell’arte e dell’informatica, c’è il problema di definire un’ontologia per l’arte interattiva (concetti e descrittori). Come possiamo descrivere il processo di interazione di uno o più utenti con un’installazione artistica? È possibile descrivere in maniera oggettiva, per mezzo di misurazioni quantitative, un’esperienza estetica ai fini della sua archiviazione e conservazione? «Con la mia ricerca a Ghent sto cercando di porre le basi per rispondere a queste domande. La mia attività qui comprende, tra le altre cose, un esperimento che coinvolge un’installazione multimediale interattiva dell’artista fiammingo Tim Vets. L’installazione permette agli utenti di creare musica in maniera collaborativa, intervenendo sui parametri di un algoritmo ispirato alla pratica di improvvisazione jazzistica. Per permettere anche a utenti senza competenze musicali di ottenere l’esperienza estetica, i parametri dell’algoritmo sono controllati dal movimento delle palle su un tavolo da biliardo. Il concetto è quello di fornire agli utenti uno strumento familiare (il biliardo) come interfaccia per la creazione della musica. Inoltre, dei pattern grafici interattivi sono proiettati direttamente sul tavolo da biliardo, rendendo lo scenario del gioco molto accattivante. Gli effetti grafici e sonori sono correlati e ottengono l’effetto di aumentare il coinvolgimento degli utenti nel gioco e nella creazione artistica».

Le tecniche utilizzate per studiare le modalità di interazione degli utenti comprendono il tracciamento dei movimenti per mezzo di un sistema di motion capture (lo stesso utilizzato ormai comunemente negli studi di produzione cinematografica per l’animazione dei personaggi), riprese video annotate secondo l’ontologia definita a livello concettuale, questionari e interviste mirate. «Lavorare in un laboratorio di ricerca dove quotidianamente convivono informatici e musicisti è un’esperienza intellettualmente stimolante e divertente. Amo il mio lavoro, e spero col tempo di affermarmi come una ricercatrice di calibro internazionale, magari un giorno a capo un mio gruppo di ricerca. Il lavoro di ricerca scientifica per me è sostanzialmente il sinonimo della condizione ideale dell’uomo: conoscere, scoprire, collaborare, organizzare il lavoro con metodo. Si parla troppo spesso male dell’Università, e questo non fa bene alla ricerca».

La Logos Foundation, basata a Ghent, in Belgio, è un centro d’arte la cui anima è il musicista e inventore Godfried-Willem Raes. Godfried è un performer, ma anche il creatore dei robot musicali che formano la robot orchestra alla quale si aggiungono nuovi “elementi” ogni anno. La robot orchestra non assomiglia a niente che si possa vedere altrove, così come tantissime delle installazioni/performance che Godfried ha creato negli anni. «Per me è solo l’ennesima prova che le Fiandre sono una regione eccezionalmente attiva dal punto di vista della creatività artistica, e quindi il luogo ideale per condurre la mia ricerca».

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