Ravel’s Waltz. Intervista ad Attilio Zanchi

Storico contrabbassista jazz la cui lunga carriera parla da sola, Attilio Zanchi ha suonato con artisti del calibro di Dave Liebman, Lee Konitz, Paolo Fresu, Gerry Mulligan e Sheila Jordan, solo per citarne alcuni. Ci racconta il suo ultimo lavoro “Ravel’s Waltz”, realizzato insieme ai suoi principali compagni di viaggio.

Uno dei primi concerti della carriera di Attilio Zanchi si è svolto al club Capolinea di Milano, con Tullio De Piscopo e Franco D’Andrea. Con quest’ultimo avrebbe poi stretto una profonda alleanza. Docente e professionista con oltre 40 anni di esperienza, Zanchi ha sempre privilegiato il lavoro collettivo insieme ad altri musicisti rispetto alla carriera solistica. Ne è la prova il suo nuovo album “Ravel’s Waltz”, che arriva a circa vent’anni dai precedenti lavori come solista, nonostante nelle ultime due decadi abbia continuato a realizzare progetti e collaborazioni dove venivano presentati e incisi i suoi brani. Lo incontriamo per parlare del disco, delle esperienze più importanti della sua carriera e del suo modo di lavorare in studio e dal vivo.

Hai collaborato con moltissimi artisti. Quali sono quelli che ti hanno colpito di più?
Sono davvero in tanti quelli che mi hanno lasciato qualcosa. Fra i musicisti italiani vorrei citare Franco D’Andrea (per la profondità della sua ricerca musicale) e Paolo Fresu (per la sua liricità). Fra gli americani Phil Woods (in lui si sente tutta la storia del sassofono jazz), Steve Lacy (per la concentrazione Zen che aveva mentre suonava) e Sheila Jordan (per il feeling e l’intensità delle sue interpretazioni nelle ballad).

Analizziamo il tuo ultimo album “Ravel’s Waltz”: qual è il suo filo conduttore? Come sono nate le composizioni?
Sono soprattutto dedicate o ispirate ad alcuni compositori che prediligo, leggendo i titoli si possono trovare diversi riferimenti. Ogni musicista, all’inizio del suo lungo percorso d’apprendimento, può avere come modello un artista che ammira. Successivamente dovrebbe sviluppare un proprio stile, anche se alcune influenze restano spesso presenti nel modo di suonare o di comporre. In questo caso, ho iniziato a scrivere partendo da una suggestione riferita a un autore, poi lo sviluppo musicale ha seguito una propria via. Di solito compongo seguendo un’ispirazione melodica che poi trasferisco al pianoforte; in alcuni casi invece i brani nascono da un’idea ritmica o da una frase suonata al contrabbasso.

Ci parli dei musicisti eccellenti che hanno preso parte al disco?
Mi sento più a mio agio quando lavoro con persone che conosco bene musicalmente, quindi ho registrato i brani con le formazioni con cui mi esibisco stabilmente. In particolare il quintetto di Paolo Fresu (con il quale suono da più di 30 anni), l’Inside Jazz Quartet (formato oltre a me da Tino Tracanna, Massimo Colombo e Tommaso Bradascio), gli Ars3 (con il pianista Mauro Grossi e il batterista Marco Castiglioni), il Tommaso Starace Quartet e il quartetto della cantante svizzera Barbara Balzan. In alcune registrazioni ho inserito anche altri ospiti, tra cui i pianisti Carlo Guaitoli e Giuseppe Emmanuele, l’armonicista Max De Aloe e la cantante Maria Patti.

Come sono avvenute le registrazioni?
In studio di solito registro con due microfoni, uno posizionato vicino alle “effe” dello strumento e uno vicino alla mano destra che pizzica le corde. In un canale a parte inserisco il pick-up.

Ci racconti la storia della “scala enigmatica”, che hai utilizzato nel brano “L’enigma di Verdi”?
A volte la tecnologia ci fa scoprire delle cose interessanti: sul mio cellulare ho un programma con l’elenco delle scale musicali, la “scala enigmatica” l’ho scoperta lì. È stata pubblicata nel 1888 da Adolfo Crescentini, il suo nome deriva dal fatto che contiene ambiguamente sia la settima minore che quella maggiore. Nel 1889 la casa editrice Ricordi indisse un concorso, il tema era quello di scrivere una composizione basata su questa scala. Il concorso fu vinto da Giuseppe Verdi, che scrisse una bellissima “Ave Maria”. Nel mio cd sono presenti sia il pezzo di Verdi che la mia composizione, basata sulla stessa scala, che ho voluto intitolare “L’enigma di Verdi”.

Qual è, a tuo avviso, lo stato di salute del jazz italiano?
Se parliamo del livello artistico e creativo dei musicisti nostrani, direi che è molto elevato e offre uno dei panorami più interessanti in ambito europeo. Invece, a livello organizzativo e di possibilità reali di suonare, soprattutto per i giovani, la situazione non è affatto buona. Ci sono pochi spazi dove esibirsi, così molti ragazzi hanno scelto di tentare la fortuna all’estero. In estate si svolgono tantissimi festival, ma gli spazi sono occupati per lo più da musicisti americani.

Quali sono state le esperienze live più significative della tua storia musicale?
Ho ricordi molto belli dei concerti fatti all’inizio della mia carriera al club Capolinea di Milano. Una delle prime volte che mi hanno chiamato ho suonato con Franco D’Andrea e Tullio De Piscopo ed è stata un’esperienza emozionante, anche se faticavo a seguirli! Con D’Andrea abbiamo poi lavorato insieme per diversi anni… ricordo una bella serata a Edmonton in Canada, ad ascoltarci c’erano fra gli altri Michael Brecker, Dave Liebman, Peter Erskine. Dopo il nostro set sono saliti a fare una jam session con noi proprio Erskine, Joey Baron e Ira Sullivan. Ho dei bei ricordi anche di un tour fatto con il quintetto di Fresu insieme a Dave Liebman, con il quale abbiamo anche registrato. Fra i tanti concerti insieme alla cantante Sheila Jordan, ne ricordo uno in particolare a Calgary (Canada): dopo di noi si esibiva il duo Hancock-Shorter.

Ci racconti un po’ dei tuoi strumenti?
Il contrabbasso che utilizzo nei concerti è della seconda metà dell’Ottocento ed è tedesco. Lo uso da più di 30 anni, possiede un suono molto caldo. Le corde sono Thomastik light. Ho anche dei bassi elettrici che impiego in alcune situazioni: un Fender Jazz del 1972, un Frudua a sei corde e un Epiphone semiacustico.

Come microfoni il contrabbasso dal vivo?
Utilizzo un pick-up ideato da un tecnico americano, Richard Barbera, realizzato con 4 pick-up piezoelettrici inseriti nel ponte dello strumento a diretto contatto con le corde. Uso un ottimo amplificatore Markbass (modello Acoustic 101), costruito in Italia. Si tratta di un ampli molto potente, con un peso decisamente contenuto.

Ci racconti dei tuoi studi e della tua formazione?
Ho iniziato con la chitarra classica per due anni, poi sono passato al contrabbasso, studiando per tre anni alla Civica Scuola di Musica a Milano con il maestro della Scala Carlo Capriata. Successivamente ho avuto la fortuna di conoscere Dave Holland, con il quale ho studiato alla University of Fine Arts in Canada e al Creative Music Studio di Woodstock negli Stati Uniti. Holland è stato ed è tuttora il mio principale ispiratore per quanto riguarda il contrabbasso e la composizione.

Parliamo della tua attività didattica: quali sono i punti chiave e i concetti che cerchi di sviluppare con i tuoi allievi?
Ho insegnato per 11 anni al Centro Professione Musica di Milano, principalmente ai bassisti elettrici. Successivamente ho iniziato ad insegnare nei corsi jazz istituiti nei Conservatori. Dopo aver lavorato in tutta Italia, sono approdato finalmente al Conservatorio di Milano, città dove risiedo e dove insegno tuttora. Oltre alla tecnica, necessaria e importante per poter suonare qualsiasi strumento, amo trattare la parte teorica. In particolare la relazione fra le scale musicali e l’armonia e la costruzione delle linee di basso nell’accompagnamento dei brani. A riprova della mia passione per la didattica ho scritto diversi metodi, fra i quali: “Enciclopedia Comparata delle Scale e degli Accordi” (insieme a Franco D’Andrea), “Walking Bass” e “Teoria e Armonia Moderna”.

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