Quattro passi all’aperto

Courtesy of Akai

In questo spazio voglio parlarvi di esperienze, trucchi, idee, sensazioni della vita da studio. E non di uno studio in generale, ma dell’home-studio in particolare. Perché a far suonare bene produzioni nate in studi milionari son buoni tutti (o quasi!)

L’obiettivo di un home-recordist, va detto chiaramente, non dev’essere quello di eguagliare il suono del grandissimo studio perché questo è sostanzialmente impossibile, ma almeno di avvicinarsi ad esso e di creare comunque brani che nel loro genere “funzionino” dal punto di vista sonoro. Un’altra cosa che mi sta molto a cuore è la vivibilità, l’ergonomia dello studio domestico. E questo non per astratte considerazioni di benessere ambientale, ma perché uno studio adeguatamente organizzato è in grado di moltiplicare la nostra creatività, di liberare il poco tempo che abbiamo da dedicare alla musica dalle incombenze più banali e renderlo libero per la composizione, la ricerca sonora.

Cominciamo dunque questo appuntamento periodico con l’occuparci del suono dei synth e di tutto quello che possiamo fare per renderlo più vivo, più presente, più coinvolgente. Accade infatti che quando proviamo per la prima volta un sintetizzatore, fisico o virtuale non importa, rimaniamo affascinati dalle sue timbriche cangianti e creative ma poi, al momento di metterlo in un mix questo “sparisce”, non si nota, oppure ancor peggio “impasta” e non lascia spazio sonoro né per sé, né per altri strumenti. Cosa possiamo fare per evitarlo? Prima di mettere mano a compressori, equalizzatori e arnesi del genere, come la teoria classica parrebbe suggerire, dobbiamo lavorare in fase di sound-design e di composizione: un suono che appare molto bello e ricco quando suonato da solo, potrebbe rivelarsi “troppo” ricco quando abbinato ad altri strumenti. Code del riverbero integrato nella macchina, release troppo lunghi, patch in layer con troppi strati sonori in cui accadono troppe cose, sono tutti nemici giurati dell’intelleggibilità di un suono di synth dentro un arrangiamento. Le soluzioni allora possono essere o quella di lasciare solo quel suono protagonista del mix, con pochissime altre cose attorno (penso per esempio a generi ambient e new-age), oppure optare per una versione semplificata del suono che ci piace, eliminando magari il riverbero interno e qualche layer di minore importanza.

Anche l’arrangiamento può fare molto, specialmente evitando di far suonare troppe parti di synth insieme sulle stesse frequenze: si può lavorare di contrappunto alternando i diversi strumenti protagonisti, oppure optare per parti più semplici e magari con meno suoni “tenuti”. Se nonostante questo il suono di un synth dovesse apparirvi poco presente, sterile, troppo fermo e fisso (magari perché è un virtuale che così è davvero)? Beh, è arrivato il momento di far fare al nostro synth quattro passi all’aperto. Bisogna farlo uscire dai suoi confini abituali. Se è una macchina fisica, la preamplificazione con un modulo timbricamente colorato come per esempio il Warm Audio TB12 provato sul numero scorso può fare miracoli, così come il passaggio dentro un multieffetto digitale di qualche anno fa. Nel primo caso il suono verrà compattato, potenziato e aumentato di punch, nel secondo magari sgranato e “impaccato digitalmente” in una maniera che oggi riconosciamo eufonica. I più avventurosi potrebbero anche provare a registrare il segnale su un registratore analogico, che dona una dolce saturazione e una compressione molto naturale.

Non occorrono macchine high-end, anche recuperare un vecchio registratore a bobine come un piccolo Akai GS4000 o addirittura la piastra a cassette dell’impianto hi-fi anni ’70 può offrire risultati insperati. Si tratta solo di fare qualche prova per trovare lo “sweet spot” in termini di livello e di risultante colorazione. Il vero problema è poi reimportare questo segnale dentro la DAW e sincronizzarlo con tutto il resto. Per farlo potete registrare parallelamente lo strumento: dry nella DAW in collegamento diretto all’interfaccia audio, e attaccato anche al deck a nastro. Poi occorre importare nella DAW la traccia passata su nastro magnetico e allineare temporalmente le due waveform a mano. Non è proprio una passeggiata ma presa l’abitudine diventa prassi abbastanza veloce. Infine l’arma totale, ovvero l’amplificazione in aria. Sì, perché mandare “in cassa” un synth, riprenderlo con un microfono anche dinamico e poi ributtarlo nella DAW può conferire al suo suono una vitalità che nessun processo digitale è capace di dare. Si può cominciare riprendendo il segnale direttamente dai monitor near-field impiegando per esempio uno Shure SM-57, e poi sperimentare con diverse distanze di ripresa e diversi volumi di amplificazione. Se volete un po’ più di grit potete ricorrere anche a un mini-ampli per chitarra: anni fa tutti furoreggiavano per i Pignose, poi tantissimi altri costruttori si sono buttati sul genere e oggi di ampli a batteria da 1 Watt o giù di lì ce ne sono molti. Il costo è in genere contenuto e una prova presso il vostro negozio di strumenti musicali di fiducia potrebbe farvi scoprire timbriche davvero interessanti e farvi optare per la spesa. Tutti i trattamenti che ho elencato sopra valgono naturalmente anche per i soft-synth, che anzi forse più di altri beneficiano di una riscaldatina nel mondo reale: si esce dall’interfaccia audio e poi via dentro il pre/multieffetto/deck a nastro/amplificatore! Non ho invece citato i vari amp-simulator ed emulatori di nastro magnetico realizzati in software perché se si cerca un certo tipo di vitalità a mio parere è necessario passare davvero in analogico. Buona sperimentazione!

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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