Il progresso schizofrenico del software – Alcune considerazioni sui ritmi umani confrontati con quelli digitali

Primo scenario: vi siete da poco comprati la vostra nuova (e sudata) Digital Audio Workstation. Il programma è vasto e richiede uno studio continuo e prolungato per arrivare a un buon grado di confidenza con i vari parametri e controlli. Non siete un professionista dell’audio digitale, e ritagliandovi un po’ di tempo per volta, nel giro di alcuni mesi riuscite finalmente ad avere una buona confidenza col programma: iniziate a sapere come accedere velocemente alle varie schermate, a richiamare velocemente i parametri, e state passando a una fase di approfondimento delle funzioni più recondite della vostra DAW, ma… nel frattempo è uscita la nuova versione del vostro software! Qui avviene il primo corto circuito: vi rendete conto che, oltre a dover spendere altri soldi, avete impiegato inutilmente una parte del vostro tempo, in quanto ci sono state delle modifiche al software che impongono un nuovo studio di alcune delle funzioni. Inoltre vi accorgete che alcuni dei plug-in che avete utilizzato per dei lavori non sono più compatibili con la versione aggiornata, costringendovi ad un’ulteriore spesa, sempre che quei plug-in vengano aggiornati.

Ipotesi 1: piuttosto delusi, decidete di continuare ad utilizzare la vostra vecchia versione del software, tanto per voi è più che soddisfacente. E qui si creano le premesse per il mega corto circuito successivo; avete continuato per cinque, sei anni a lavorare con quella vecchia versione della vostra DAW, e tutti i vostri lavori sono salvati in quel formato. Ma nel frattempo il mondo digitale, con i suoi ritmi vorticosi, ha sfornato non solo nuove versioni del vostro soft, ma anche nuovi sistemi operativi su nuovi computer. A questo punto i vostri file di lavoro (a parte quelli audio) potrebbero essere diventati obsoleti, in quanto le compatibilità di system e le nuove versioni della DAW non riescono a riconoscere (del tutto o in parte) i vostri lavori. Qui il cortocircuito è completo; vi ritrovate a rifare ex novo editing, dsp, mixing, ecc. dei vostri brani, avendo praticamente buttato via tutto il tempo che gli avevate dedicato. Se poi avete la sfortuna di essere un musicista che lavora da trent’anni su queste apparecchiature, vi rendete conto che molti dei vostri lavori sono ormai irrecuperabili, in quanto non esistono neanche più le macchine o i software con cui li avevate creati!

Ipotesi 2: decidete di spendere quel che c’è da spendere e aggiornare tutto quello che si può. Allora riprendete a studiarvi il software, ad aggiornarvi sulle nuove funzioni, sui nuovi plug-in, ecc. ma… nel frattempo è uscita la nuova versione del vostro soft! A questo punto, presi da scoramento decidete che per ora può bastare così, ci penserete più avanti se e quando aggiornare tutto. E così si torna all’ipotesi uno, in una specie di loop infinito.
Non si tratta di uno scenario fantastico, tutto ciò è abbastanza frequente e ci porta a riflettere sulla schizofrenia dell’andamento dello sviluppo tecnologico. Inoltre la conclusione dell’ipotesi uno porta inevitabilmente il discorso al problema, di cui ci occuperemo un’altra volta, dell’obsolescenza degli archivi musicali digitali e della riproducibilità della musica elettronica. Per quanto concerne la seconda, siamo a conoscenza del tentativo da parte di alcuni musicisti contemporanei di riprodurre i primi lavori elettronici di Stockhausen, completamente e precisamente descritti, con sistemi digitali attuali. Purtroppo il risultato, da un punto di vista sonoro, non è come l’originale: gli assomiglia un po’. Questo perchè le macchine di allora, con i loro limiti e difetti, suonavano differentemente da quelle attuali. Bisognerebbe fare come nella musica antica: ricostruire gli strumenti originali! Il nostro discorso è riferito ad un ambito musicale, ma potrebbe estendersi a molti altri ambiti.
E allora forse il mondo digitale dovrebbe fermarsi ogni tanto a riflettere su quali strade vadano percorse e a quali obiettivi mirare, ma soprattutto ad uno sviluppo con ritmi più umani.

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