Progettare uno studio, da zero (parte 2)

La RME Fireface UFX+ offre connettività avanzata su Thunderbolt e USB 3.0 e prestazioni allo stato dell'arte
La RME Fireface UFX+ offre connettività avanzata su Thunderbolt e USB 3.0 e prestazioni allo stato dell'arte

Continuiamo il nostro excursus analizzando la scelta dell’interfaccia audio. Quel preziosissimo “coso” che svolge la funzione di convertire i nostri amati segnali audio analogici in segnali digitali, e poi di riconvertire l’audio digitale in uscita dal PC in qualcosa di ascoltabile per le nostre “analogicissime” orecchie!

L’interfaccia audio – che molti purtroppo continuano a chiamare erroneamente “scheda audio” memori dei tempi in cui questo componente era una card interna al computer – ha dunque un ruolo delicato, estremamente delicato: è l’interprete in andata e in ritorno di tutto l’audio che transita attraverso quel computer che ormai il 99,99% degli studi usano come registratore. Logico dunque che la qualità sonora di tale interfaccia costituisca un aspetto cruciale del “suono” complessivo che scaturisce da uno studio.

Eppure, sorprendentemente, solo gli utenti professionali oggigiorno la scelgono con cura e investono in essa tutte le risorse economiche necessarie a garantire un buon risultato. Per gli altri, specialmente i più giovani, l’interfaccia audio è una “commodity”, ovvero uno di quegli oggetti per i quali un marchio vale l’altro e il discriminante di ogni scelta è solo quello del prezzo più basso.

È il “problema” di una generazione che è nata trovandosi l’audio dentro al PC in forma di porte integrate: oggi qualsiasi motherboard per computer fisso o portatile prevede infatti le prese per microfono e cuffia, e così nessuno fa più caso a questo componente delicatissimo.

Ma pensiamo un attimo all’importanza del suo ruolo: se registriamo l’output di un microfono che riprende le sfumature di una voce o di una chitarra, se colleghiamo l’uscita di un mixer che raccoglie l’emozionante suono dei nostri synth analogici, vogliamo forse che una conversione analogico-digitale (A/D) approssimativa rovini tutto ciò e fissi, per sempre, un suono mediocre sul nostro hard disk? Certo che no! E anche le problematiche della conversione D/A non sono da meno: è solo con un segnale digitale correttamente convertito in analogico che possiamo sentire bene i nostri synth virtuali, o ascoltare con la massima fedeltà il segnale che stiamo mixando all’interno della nostra DAW. Insomma, spero di avervi fatto capire quanto sia importante che l’interfaccia audio abbia una buona qualità sonora.

Purtroppo questa non è immediatamente rilevabile perché tutto il digitale suona “mediamente bene”, e soprattutto non vi sono specifiche tecniche in grado di rappresentarla adeguatamente: oggi tutte le interfacce audio esibiscono distorsioni bassissime, rapporti segnale/rumore sopra i 100 dB e bande passanti ben estese. Poi però metti accanto due interfacce dalle stesse prestazioni numeriche, ma di fattura diversa, e ti accorgi che una suona naturale, estesa, precisa, mentre l’altra suona dura, fastidiosa, sfrigolante. Il fatto è che l’audio digitale è subdolo, e non bastano tre misure in croce per rappresentarne la qualità sonora. Serve andare a guardare la natura e la distribuzione spettrale dei segnali di distorsione, la risoluzione effettiva (lontanissima dai 24 dB teorici che oggi dichiarano tutti), il jitter (ovvero l’oscillazione casuale e/o periodica della frequenza di campionamento). Cose da tecnici, che quasi nessuna casa dichiara.

E allora l’ascolto diretto e la reputazione di un brand sono le vie più brevi e dirette per qualificare la qualità audio di questi prodotti. Vi sono nomi di punta che di per sé garantiscono un elevato livello di qualità sonora: Antelope, Apogee, Metric Halo, RME, Universal Audio, solo per citarne qualcuno. Vi sono poi ottimi prodotti di fascia medio-alta, come Focusrite e MOTU, exploit preziosi come quelli di Steinberg con alcune interfacce costruite da Yamaha, e infine prodotti buoni, ma dal suono “normale” e non sempre educato e raffinato, come quelli di marchi di fascia più economica.

Insomma no, un’interfaccia audio non vale l’altra e, anche se oggi i soliti “saputelli” vi diranno che tanto tutte le interfacce audio usano sempre gli stessi chip di conversione e quindi “suonano tutte uguali”, voi che leggete queste righe saprete che non è così.

La Zoom TAC-2 porta la connettività Thunderbolt anche in una fascia di prodotti più raggiungibili
La Zoom TAC-2 porta la connettività Thunderbolt anche in una fascia di prodotti più raggiungibili

Innanzitutto lo stesso chip di conversione può essere disponibile presso il produttore con diverse “selezioni” via via più qualitative (e di solito indicate da una lettera nella sigla del prodotto), ma soprattutto la qualità di uno stadio di conversione dipende da molti altri fattori.

È molto importante la stabilità del generatore di clock che, se insoddisfacente, può introdurre jitter. Vi è poi da considerare la qualità dei componenti analogici posti a monte dell’A/D e a valle del D/A, con particolare riferimento a transistor e operazionali. Infine, la qualità dello stadio di alimentazione, anch’essa in grado di cambiare le prestazioni di un’interfaccia audio dal giorno alla notte.

Chiarito che occorre dedicare molta attenzione alla qualità audio, e che essa può essere rilevata solo da un’approfondita prova personale o dalla lettura di recensioni serie e documentate, va poi considerata la stabilità informatica del prodotto, ovvero essenzialmente la bontà dei driver di un’interfaccia audio e della modalità con cui essi si interfacciano con la sua circuiteria.

Anche in questo caso alcune case hanno fama di scrivere driver più “solidi” di altri, e un driver attendibile significa funzionamento più sicuro ma talvolta anche meno jitter e in generale riflessi positivi sulle prestazioni audio. Da tenere in massima cura anche la tipologia di bus di collegamento tra interfaccia e computer: fino a qualche anno fa chi aveva disponibilità di spesa prediligeva la connessione FireWire (IEEE 1394 nella sua denominazione tecnicamente corretta) perché accreditata di maggior stabilità, maggior robustezza informatica e maggior velocità effettiva rispetto alla tradizionale USB 2.0.

Oggi però la porta FireWire sta sparendo dai nuovi computer, e il suo posto (in termini di prestazioni e posizionamento) è stato preso dalla Thunderbolt, che raccomandiamo di ricercare sulla vostra prossima interfaccia audio se puntate a un prodotto qualitativo, con bassissime latenze e a prova di futuro. Valida anche l’opzione dell’USB 3.0, sempre per le stesse ragioni, ma ancora da verificare se essa conoscerà ampia diffusione su questo mercato. Standard infine la dotazione di USB 2.0 per tutte le interfacce audio di prestazioni “normali”. In chiusura citiamo il fatto che vanno scelti con cura il numero di canali audio di I/O e le la tipologia di connessioni disponibili in un’interfaccia audio. Ma questo argomento fa storia a sé, per cui ne parleremo nella prossima puntata!

Condividi
Articolo precedenteSerato DJ e Roland DJ-808
Prossimo articoloNuovi mixer PreSonus StudioLive AR Hybrid
Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here