Le costellazioni della musica

[quote_box_center]Storico tastierista e compositore degli Area, Patrizio Fariselli ci racconta i dettagli dei suoi ultimi lavori, tra sperimentazioni sonore, ricerche e improvvisazione, rendendoci partecipi del suo viaggio dagli anni Settanta ad oggi, tra dischi storici, coerenza nelle scelte, strumentazione sempre al passo con i tempi e una curiosità artistica e culturale insaziabile.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

Ph Eleonora Biscardi
Ph Eleonora Biscardi
[su_dropcap style=”flat” size=”4″]“C[/su_dropcap]’è chi dice che il mio modo di suonare sia molto riconoscibile, io faccio di tutto per non esserlo. Cerco sempre di spiazzare persino me stesso”. Queste parole potrebbero bastare per descrivere Patrizio Fariselli e il suo approccio alla musica, un percorso in continua evoluzione iniziato come tastierista degli Area, lo storico gruppo che Massimo Villa ha definito “nel ’74 la migliore band insieme ai Weather Report e al gruppo di Miles Davis”, e proseguito irrequieto e famelico in molte direzioni, ultime delle quali l’album “Piccolo Atlante delle Costellazioni Estinte”, lo spettacolo “Di Popoli Erranti, di Draghi, di Santi e di Dei” (con l’antropologa Michela Zucca) e la reunion degli Area.

Luca Masperone  Ci parli del disco “Piccolo Atlante delle Costellazioni Estinte”?
Patrizio Fariselli  Piccolo Atlante rispecchia un tipo di ricerca che ho sviluppato qualche tempo fa sull’improvvisazione. Il concept è semplice: l’umanità ha inventato le costellazioni proiettando in cielo i propri miti, il proprio immaginario, io ho lavorato su quelle che non ce l’hanno fatta. Le costellazioni ufficiali sono 88, ma c’è un’enorme pletora di immagini che sono state abortite dalla storia. Basandomi su queste ho costruito una serie di piccoli lavori per pianoforte e modulatore ad anello, i quali più che un viaggio nel cielo costituiscono un viaggio nella mia mente. Il modulatore ad anello è in realtà un vecchio marchingegno della musica elettronica, molto interessante perché introduce disordine là dove c’è grande ordine, nel senso che quello del pianoforte è uno dei suoni più ordinati che io conosca. Le distorsioni del modulatore invece danno ricchezza timbrica e una percentuale di indeterminazione controllata che mi stimola parecchio. Un po’ come accade con il piano preparato di Cage, con la differenza che il modulatore lo puoi gestire nel tempo, per cui non ha la staticità della preparazione delle corde. In realtà la più grande manifestazione del caos è proprio il cielo, l’universo è caotico, quindi ho voluto inserire questo tipo di sonorità indeterminate, dove le armoniche vengono distorte, esasperate, e io stesso come improvvisatore vengo preso da queste sonorità: la sorpresa è il motore per lo sviluppo dell’improvvisazione.

Luca  A proposito di John Cage: qual è stato il tuo rapporto con lui, a livello di ispirazione, da Antropofagia ad oggi?
Patrizio  John Cage è stato una delle personalità più importanti del secolo scorso, ha sollevato problematiche nuove, addirittura (dal mio punto di vista) mettendo la parola fine al concetto di avanguardia, di questa ricerca continua della pietra filosofale del fare musica. Nel secolo scorso tutti i compositori cercavano un modo ideale per liberare la musica dalle costrizioni. Cage ha tagliato completamente questo prato introducendo la spersonalizzazione, l’aleatorietà, il caso, e quindi liberando il suono dalle intenzioni del suo autore, cosa che dal punto di vista filosofico è di enorme portata e chiude un percorso. Dal punto di vista pratico produce una quantità di opere legate al caso che richiedono all’ascoltatore di rinfrescare le proprie orecchie, di rimettere in discussione tutta la logica del fruire musica, cosa importantissima. Io personalmente non ho mai praticato più di tanto l’aleatorietà, se non quando con Marchetti abbiamo rielaborato i nastri del Treno di Cage nel 1978, però la presenza di questo pensiero filosofico è sempre presente nella mia visione della musica. Ne ho studiati alcuni elementi e li ho declinati alla mia maniera. Infatti Piccolo Atlante idealmente si ricollega ad “Antropofagia” in modo diretto.

Luca  I tuoi progetti sono molto diversi stilisticamente gli uni dagli altri. Anche il tuo modo di lavorare e registrare in studio cambia da disco a disco? Ricordo ad esempio “Area – Variazioni per Pianoforte”, registrato in un castello.
Patrizio  Ogni progetto richiede un’impostazione di lavoro differente. Il disco che hai citato è stato il primo tentativo da parte mia di spostare lo studio nel luogo dove si fa la musica e non viceversa. La nostra generazione è figlia degli studi propriamente detti, dimensioni più o meno anecoiche con un’acustica estremamente controllata, tendente al sordo, per poi ricostruire gli ambienti con le macchine, contraddicendo quello che l’umanità ha sempre fatto da quando è nata, cioè creare i suoni nei luoghi dove i suoni vivono. Questa cosa è rimasta appannaggio della sola musica classica. L’album “Area – Variazioni per Pianoforte” è stato la somma di questo pensiero, abbiamo avuto la fortuna di avere a disposizione un intero castello per realizzarlo, con almeno una decina di ambienti dalla riflettività differente, quindi radicalmente diversi l’uno dall’altro, dalla stanza completamente sorda a quella con 6 secondi di riverbero. Abbiamo scelto accuratamente la posizione del pianoforte, i nostri uomini hanno bonificato soltanto alcune frequenze con dei pannelli costruiti a martellate sul posto, adattando una regia in un’altra stanza del castello, e abbiamo costruito tutta una serie di riprese che restituissero la risposta del luogo in relazione ai pezzi.

Luca  Per quanto riguarda il missaggio, immagino che i riverberi delle stanze del castello siano stati sufficienti, poi che tipo di lavoro è stato svolto?
Patrizio  Per il riverbero abbiamo lavorato in “analogico vero”, con il suono reale degli ambienti del castello. Però il missaggio è stato comunque un grosso impegno, perché trattasi sempre di restituire un’immagine artefatta della realtà. La stereofonizzazione di eventi musicali è un artificio, l’alta fedeltà è un “pacco”. Se vuoi il suono del pianoforte veramente olofonico devi essere lì in quella stanza. In quel momento c’è la musica, i microfoni rubano delle prospettive. Quindi quando ci troviamo a mixare sappiamo che stiamo facendo un simulacro dell’evento vero e non ci priviamo di nulla. Abbiamo ad esempio 16 microfoni con 16 riprese dai vari punti di vista e c’è un grande lavoro di studio, di selezione. Ad esempio in alcuni brani ho scelto la prospettiva vicinissima, come se l’ascoltatore avesse la testa quasi sulle corde del piano. Per rendere possibile questo, c’è stato a monte un grande lavoro da parte dei ragazzi, i fratelli Pettinelli di Latina, che hanno studiato il pianoforte sul campo e tutte le sue vibrazioni.

Luca  Come è cambiata la tua strumentazione, dagli Area ad oggi?
Patrizio  Il mio primo set di strumenti, negli anni Settanta, era composto da un Fender Rhodes (ne ho avuti diversi, dai primi modelli con i martelletti in feltro, che erano molto tintinnanti, ai nuovi Mark con i martelletti in gomma) collegato a un amplificatore, generalmente un Fender Twin Reverb. Sopra al Rhodes, anch’esso passato attraverso l’amplificatore, c’era l’ARP Odyssey che andai a prendere di persona a Londra. Questa è stata la mia prima impostazione storica. Non usavo riverberi: gli Area non hanno mai utilizzato riverberi, se non Paolo Tofani che aveva una sua dimensione tecnologica differente. Ho usato ante litteram un modulatore ad anello a pedale nel 1973. L’altro marchingegno che utilizzavo era un pedale con il quale controllavo il filtro dell’ARP Odyssey: lo usavo continuamente per modificare l’apertura del filtro nel tentativo, con le distorsioni dell’amplificatore e quant’altro, di rendere umano un suono che era veramente miserabile. Insieme ho sempre usato il clarinetto basso che ho ereditato da Eddie Busnello. Poi è arrivato il pianoforte vero, il vecchio amore che ho sempre studiato e suonato in sala, però in concerto utilizzavo il piano elettrico. Quindi è iniziato il lavoro sul pianoforte, preferibilmente Steinway & Sons Modello D, Gran Coda, ma ho apprezzato molto anche i Fazioli. Infine è arrivata l’era del digitale: oggi utilizzo sostanzialmente Mac, dove trovo tutto ciò che mi serve. In concerto uso MainStage, un programmino di Logic Studio. Sono sempre stato legato a Logic, fin dai tempi in cui girava su Atari e si chiamava Notator. Ho anche conosciuto Lengeling, l’ingegnere che lo ha sviluppato! Era il primo prodotto di questo tipo realizzato per i musicisti, dove l’editing lo facevi sulle note, e scusami se è poco! Ho sempre seguito Logic negli anni finché è passato alla Apple. Quindi oggi il mio set-up è composto da due master keyboard: una tastiera pesata a 88 tasti con la quale piloto Ivory, che è il più bel pianoforte campionato che conosco, e sopra di essa un controller che pilota MainStage e altri programmi come Reason, più i vari plug-in di Logic. Il tutto esce da una scheda Apogee, è un set-up molto snello.

Luca Parlando dell’ultima reunion degli Area: in quali nuove direzioni vi sta portando?
Patrizio  La nostra riunione è stata casuale e bellissima, è avvenuta mi pare nel 2010. Da lì abbiamo ripreso a fare concerti io, Paolo Tofani, Ares Tavolazzi e Walter Paoli alla batteria, suonando con diversi ospiti. Questo viaggio è stato documentato da un doppio disco dal vivo, “Live 2012”, nato come documento ufficiale di questa reunion e composto per metà da brani del repertorio storico rielaborati, per metà da materiali nuovi presentati per l’occasione. Per il futuro, il nostro corso sarà all’insegna di un’etichetta nuova, dal nome di Area Open Project, sotto la quale si muoveranno tutta una serie di progetti che non necessariamente coinvolgeranno il gruppo nel suo complesso, con la possibilità di aprisi a collaborazioni e percorsi tra i più disparati. Poi naturalmente ci saranno anche occasioni di esibirsi con la formazione completa degli Area.

Luca Oggi ai giovani artisti e autori di talento che si propongono a un discografico, sento spesso ripetere: “Lascia perdere i pezzi elaborati, artistici, guarda che è molto più difficile scrivere un brano da radio commerciale che fare musica complessa e piena di pretese”. Tu come giudichi il mondo culturale e discografico italiano oggi, paragonato ai tempi della Cramps di Gianni Sassi?
Patrizio  Intanto vorrei dire che queste sono una montagna inenarrabile di stronzate. Certo, bisogna scindere se facciamo mercato o un percorso musicale d’arte… in questo senso i parametri cambiano radicalmente. Ma i tempi che stiamo vivendo sono abbastanza oscuri, siamo tartassati in maniera mai vista prima, anche culturalmente, dal pensiero unico dominante che è quello del mercato. La direzione globale è quella dell’omologazione. Negli anni Settanta almeno c’era lo sforzo di uscire da tutto questo: si pensava a livello di spazi liberati, di auto-organizzare situazioni all’interno delle quali la musica fosse il catalizzatore di un modo di vivere. Oggi il mercato sembra essere l’unico veicolo per riuscire a diffondere in modo soddisfacente le proprie cose. Contrariamente a questo però, nasce la possibilità tecnica di autoprodurre la propria musica, che è una cosa ancora sana. Fai le tue registrazioni che puoi vendere alle serate, cosa da un lato miserabile, dall’altro di enorme dignità. La chiave comunque è la parola artistico. La qualità non è finita, non si è spenta la creatività, anzi io mi aspetto molto dalle nuove generazioni… girando vedo ragazzi con una bella luce negli occhi, il problema è che è difficile autogestirsi e trovare una strada creativa in questo mondo di plastica. Non sono pessimista, ma neanche troppo ottimista. Bisogna individuare quelli che sono i veri nemici oggi, nemici subdoli, perché ci hanno raccontato che hanno vinto, che esiste un solo modo di stare insieme, un solo modo di gestire la società. L’economia al primo posto, il mercato è il nuovo feticcio, la nuova religione. Ormai i ragazzi nascono con questo tipo di ideologia inculcata, e devono effettuare un forte meccanismo di liberazione per riuscire ad uscire da questa logica. È più difficile che ai nostri tempi. Oggi circolano più informazioni, è vero, però sono in una nebbia, un rumore assordante di fondo. La gran quantità annega la qualità, però se uno vuole cercare può trovare e macinare molte cose.

Luca  Questo è il momento in cui, grazie a internet, abbiamo accesso alla massima quantità di informazioni e cultura possibile. Ma anche il momento in cui, a causa delle distrazioni di internet, abbiamo un livello di attenzione e interesse tra i più bassi che si possano immaginare.
Patrizio  Ci sono una quantità di equivoci terrificanti, uno di questi è “se sei bravo davvero, prima o poi qualcuno se ne accorgerà, e farai sicuramente successo!” Non è vero! Conosco decine di enormi musicisti che non sono conosciuti assolutamente da nessuno. Poi esistono anche le eccezioni, artisti straordinari che hanno anche un grande successo, ma sono eccezioni che confermano la regola. Oggi in alcuni momenti ti guardi in giro e pensi “sono circondato dall’ignavia e dalla rassegnazione”, ma non credere che negli anni Sessanta e Settanta fosse così diverso. Quello che noi possiamo fare è invitare il prossimo a muovere le rotelle del cervello, cosa che gli Area hanno sempre fatto. Cercare di aprirsi, di conoscere. Come si diceva un tempo: “Non lasciare che un qualsiasi burocrate si sieda nella tua testa”.

Luca Una domanda su Demetrio Stratos: qual è stato il maggiore rimpianto per la sua perdita?
Patrizio  Quello che posso sottolineare, oltre al dispiacere dal punto di vista umano di aver perso un fratello e un caro amico, è il rammarico verso l’artista: proprio nel momento in cui stava per decollare verso mondi sconosciuti è stato stroncato così dalla sfortuna, una cosa insopportabile dal mio punto di vista. Perché dopo gli Area gli si era spalancato il gotha della musica contemporanea, con i suoi rapporti con Cage e con i più grandi pensatori dell’epoca. Aveva tutte le porte aperte in quel momento, invece in un mese se n’é andato, incredibile. La “sfiga” alle volte ci vede fin troppo bene!

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