Passato, presente e futuro dell’amplificatore per basso

Scuole di pensiero differenti, interazione design/potenza/trasportabilità, valvole contro solid-state, innovazione contro immediatezza d’uso. Tutto ciò per giungere all’unico elemento cruciale di un amplificatore per basso: il suono.

L’amplificazione del basso elettrico è radicalmente differente, se rapportata per esempio a quella della chitarra, dal momento che ogni singolo componente deve essere progettato e realizzato per riprodurre al meglio quel “range” di basse frequenze e, di conseguenza, tutte quelle sfumature timbriche che appartengono al basso elettrico. Osservando con più attenzione le innovazioni tecnologiche introdotte nel corso degli anni, così come l’evoluzione del mercato stesso, appaiono evidenti le profonde diversità tra l’amplificazione per chitarra e quella per basso. Fatta eccezione per la tecnologia a modelli fisici (dove c’è ancora molto da esplorare), l’amplificatore per chitarra non ha più avuto alcuna sostanziale evoluzione da circa vent’anni; ovviamente ci sono state notevoli migliorie sino a raggiungere il cosiddetto “stato dell’arte”, ma poco o niente di così radicale (i chitarristi non me ne vogliano!). Al contrario il mondo degli amplificatori per basso ha attraversato un maggior numero di fasi evolutive con il progredire del basso stesso e del suo linguaggio musicale. Tanta strada dunque è stata fatta dai primi anni Cinquanta, dove esisteva solo il Fender Bassman, seguito a breve distanza dall’Ampeg B-15 (usato da James Jamerson) per poi approdare ai primi stack (testata e cassa) realizzati da Ampeg (SVT) e Acoustic (il 360 reso celebre da Jaco Pastorius). Nei primi anni Ottanta, con l’avvento dei bassi a cinque corde e dei pick-up attivi, si fece largo una nuova generazione di amplificatori sempre più dedicati. La prima società che realizzò uno dei prodotti in linea con i nuovi standard fu la britannica Trace Elliot con i suoi amplificatori dotati di EQ grafico e, soprattutto, con casse disponibili in varie configurazioni (4×10”, 1×15”, 2×15”, 1×18”, ecc.). Da qui in avanti fu tutto più facile e l’evoluzione degli amplificatori procedette in più direzioni a seconda delle varie filosofie progettuali e costruttive. In particolare negli anni Novanta e nel primo periodo del Ventunesimo secolo si è potuto assistere all’integrazione di componenti di alta qualità (pre hi-end, EQ parametrici) e finali in classe D (erroneamente definiti “digitali”) derivati dai moderni PA system in testate sempre più potenti, definite, compatte e leggere; basta citare i prodotti di marchi come SWR, Eden, Gallien-Krueger, TC Electronic, Genz Benz e MarkBass per arrivare alle creazioni “hi-end” di Aguilar, ATS, Epifani, TecAmp e Glockenklang.

 

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