I Nidi d’Arac festeggiano vent’anni con il nuovo album IT/ALIENS

NIDI D'ARAC
PH V.Pascarella

Alessandro Coppola è un musicista leccese, leader della band Nidi d’Arac, il cui genio creativo e l’amore per la propria terra, il Salento, hanno dato frutto ad un’appassionata e consapevole ricerca di contenuti inscritti nella tradizione musicale e poetica del patrimonio della cultura mediterranea, assimilati e rielaborati. Alessandro ci racconta i vent’anni della band e il loro nuovo album IT/ALIENS, nei negozi dall’8 aprile.

Siete originari di Lecce ma vi siete trasferiti prima a Roma e poi a Parigi, come mai?
Alessandro – Il gruppo si è formato a Roma alla metà degli anni Novanta. In quel periodo nel sud Italia c’era un forte bisogno di andare via, musicalmente non c’era il fenomeno turistico della pizzica, i Sud Sound System erano appena usciti e quindi anche tutta la scena reggae-dancehall si stava appena sviluppando. C’era bisogno di andare fuori e realizzare i propri sogni, cosa che per noi è avvenuta a Roma. Poi gli anni sono andati avanti e le esigenze sono cresciute: dovevamo svilupparci ulteriormente ma Roma e altre città italiane si stavano chiudendo in sé stesse e così ci siamo trasferiti a Parigi, luogo in cui ormai alloggio da sei anni. Concettualmente non esiste un luogo per definire i nidi d’Arac ma mi piace ricordare Roma per la nascita del progetto.

La vostra musica affonda le origini nella pizzica, cosa amate e cosa odiate di questo genere?
Alessandro – Mi sono reso conto che, avendo avuto modo di approfondire la pizzica anche attraverso i miei studi universitari in etnomusicologia, questa musica era ed è molto vicina alla mia storia, ai miei familiari e a chi mi è vicino. La amo fino a un certo punto: fa parte di me, però negli ultimi anni si è fraintesa e si è evoluta in una forma competitiva e banale. La musica non si può odiare, ma troppi musicisti l’hanno banalizzata utilizzandola per avere la possibilità di salire su un palco e far ballare i turisti. Invito però quelli che la odiano a considerarla una musica che ha subìto la violenza della folklorizzazione.

A parte qualche piccola eccezione, come una parte in francese nel vostro ultimo lavoro, tutti i vostri testi sono cantati in dialetto salentino, perché questa scelta stilistica?
Alessandro – Il dialetto salentino è una lingua molto interessante e ritmica, il fatto di scrivere il dialetto è proprio l’inizio del nostro percorso anche se non siamo stati i primi a utilizzare il dialetto nei propri testi, ricordo infatti che ad esempio Almamegretta e Sud Sound System lo fecero prima di noi. Ho trovato l’ispirazione nel linguaggio popolare della mia famiglia e mi sono reso conto che era una porta verso le lingue straniere. In un festival internazionale il dialetto ti dà la possibilità di salire sul palco e dire “rappresento tutte le minoranze d’Italia”.

Questo album esce in concomitanza con il vostro 20° anniversario, cos’è cambiato in voi e nella musica che proponete?
Alessandro – Sono passati vent’anni e abbiamo deciso di festeggiare con una serie di concerti, ritrovarci a suonare con i compagni della formazione primi anni. In questo periodo la musica si è evoluta, è cambiata, è ritornata. Adesso, dopo vent’anni, i Nidi d’Arac sono tornati un po’ all’essenza del loro percorso. Questo anniversario ci ha fatto riflettere sul tempo che è passato, sullo stile che abbiamo e sulla padronanza del nostro modo di esprimerci che in vent’anni si è rafforzato e ha assunto un’identità sempre più forte.

In IT/ALIENS si parla di ragazzi “alienati” tra chiesa e mafia locale, un tema triste, delicato e impegnativo. Come e perché vi siete approcciati a questa tematica?
Alessandro – Ce ne sono molti di ragazzi alienati in Italia, quelli nati tra gli anni Settanta e Ottanta che hanno vissuto la loro infanzia tra promesse e benessere e poi si sono resi conto che è stata una bugia. Molte storie partono dal sud Italia e sono collegate tra loro, fatti visti nei telefilm ma anche storie di ragazzi che scrivono sui blog scherzando sui luoghi comuni del sud. Non sono tematiche estremamente serie ma da sempre rappresentano la tematica dell’Italia del sud dove da sempre convive il binomio gioia e tristezza. IT/ALIENS è un album che parla di sud Italia

Le migrazioni sono un fenomeno molto discusso in questo momento, ma in realtà esistono da sempre, basti pensare alle grandi migrazioni della fine del 1800; molti sono i salentini che, a partire dal secondo dopoguerra mondiale, sono emigrati chi in Svizzera e chi nel nord Italia… Anche a loro è dedicato il vostro album?
Alessandro – Questo album è dedicato a tutti i migranti ma soprattutto alla migrazione dei giovani alienati. Partenza non sempre realizzata e che quindi attraverso la lettura di un libro, l’ascolto della musica, l’utilizzo del web, si trasforma in partenza immaginaria. Partono per un malessere, ed è questo il concetto di italiani alienati. Tra questi pezzi c’è la “Meju Gioventù”, ispirato a un brano tradizionale di fine ‘800 primi ‘900, ed è la storia di una donna che attende invano il suo uomo partito per l’America ma che non tornerà più perché lui si è formato un’altra famiglia nella nuova terra. Questa è una delle tante storie tristi degli immigrati e infatti la donna dice “l’America non è più l’America”, così anche per noi quello che era il sogno americano con il quale siamo cresciuti non lo è più perché poi è divenuta una realtà triste e decadente.

Ora immagino che partirete con un tour… Attualmente molti artisti per compensare la diminuita vendita dei dischi fanno un maggior numero di concerti. Voi, avendone la possibilità, ridurreste la vostra presenza live a fonte di una maggiore vendita dei dischi?
Alessandro – Per un musicista suonare è la cosa più importante, è quella sensazione di energia fantastica che, con un parallelismo, è quella che prova un attore quando recita in teatro piuttosto che per il cinema. Momenti molto intensi vengono vissuti con più piacere, e il pubblico che risponde alla musica genera un’adrenalina pazzesca: sono sensazioni e gioie che non hanno prezzo. La vendita di dischi e la notorietà funzionano fino a un certo punto. Dopo vent’anni di musica l’egocentrismo di alcuni giovani artisti mi fa un po’ sorridere, la notorietà è una brutta bestia e va dominata sennò si rischia di rimanerne intrappolati. La canzone cantata in francese, “Chansons pour l’enfer”, parla proprio di questo ossia del diavolo che offre un palco diretto al paradiso. Questa è la storia di molti giovani che entrano nel sistema del talent show e, dopo uno o due anni di intensissima carriera con risultati stellari, arrivano alla triste realtà quotidiana dei ragazzi che vivono tutti i giorni con il sogno della musica, ma vi ritornano in una decadente situazione, data la sfavillante esperienza precedente che non c’è più.

La recensione di IT/ALIENS sarà presente nella rubrica Music Shop del numero 3 di Strumenti Musicali.

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