Mental Space – L’album d’esordio del Motus Trio

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Un progetto dalle mille sfumature in cui convivono echi diversi, che vanno dalle sonorità jazz allo stile contemporaneo alla tradizione che affonda le radici nella musica classica. Si presenta così Mental Space (Emme Record Label), il primo album del Motus Trio, formazione drumless composta da Emanuele Micacchi (pianoforte), Damiano De Santis (chitarra) e Stefano Guercilena (contrabbasso).

Il disco è un concept album, in cui tutti i brani sono collegati tra di loro armonicamente, generando un filo conduttore tra gli stati d’animo dell’essere umano. Non a caso, il lavoro è composto da una prima parte più improvvisativa e da una seconda parte dominata da sonorità appartenenti alla musica contemporanea. Il brano che funge da cesura tra le due parti è Ombra e Luce che con la sua profonda malinconia trascina l’ascoltatore verso le sonorità più contemporanee. Da questo momento in poi prendono vita brani di diversa estrazione come ad esempio Keepsake, che per certi versi sintetizza la ricerca sonora del trio riassumendone il background musicale. Una track che rappresenta un viaggio sonoro dove spiccano le atmosfere rock della chitarra di Damiano De Santis.

Partiamo dall’inizio… Potreste presentarci il vostro gruppo e la vostra particolare visione della musica jazz? Come nasce la vostra collaborazione?
La nostra formazione è piuttosto inconsueta, poiché trattasi di un trio senza batteria o percussioni, anche se, all’occorrenza, tendiamo a mutuarne le sonorità con un approccio particolare agli strumenti, quando nasce l’esigenza di rendere la verve ritmica più evidente. Puntiamo molto sulla cura del suono e dell’interplay: all’interno delle nostre composizioni, cerchiamo sempre di realizzare dei dialoghi sonori estremamente lineari tra i vari strumenti, sublimando a turno il ruolo del solista. Per noi jazz è libertà creativa e sincretismo di contenuti musicali differenti. Non cerchiamo di suonare in modo tale da rispecchiare filologicamente un determinato periodo o era storica, riconducibile a questo “genere”, ma abbiamo più una visione “zappiana” nell’ideazione sia della composizione che dell’arrangiamento dei brani, non tralasciando naturalmente, gli elementi che contraddistinguono da sempre la musica jazz, quali l’improvvisazione, l’arte del timing, l’armonia. La nostra collaborazione artistica è nata proprio grazie alla condivisione di queste idee musicali e alla nostra tendenza a voler sempre fondere o comunque far coesistere il molteplice materiale sonoro del presente e del passato.

Non è facile definire il vostro stile. Un caleidoscopio di suoni e di rimandi più o meno espliciti alla musica classica e alla musica contemporanea. Da dove nasce l’idea di unire la musica jazz alla musica classica e a quella contemporanea? Quali punti hanno in comune secondo voi questi generi?
Questa idea di unire musica classica, contemporanea, jazz si è sviluppata in modo piuttosto naturale, poiché nel corso del tempo, ciascuno di noi ha vissuto a contatto con queste realtà, sia a livello di studio e formazione negli anni del conservatorio o in altri contesti accademici, sia a livello artistico, cimentandosi a livello esecutivo con questi repertori. Facendo nuovamente riferimento al pensiero di F. Zappa, potremmo rispondere che non esistendo generi musicali differenti, queste diverse denominazioni all’arte musicale, non sono altro che la stessa cosa, colorata e vissuta da noi musicisti in maniera elastica e multiforme, in relazione al nostro spazio creativo.

Ci potreste presentare il vostro album Mental Space? Quali aggettivi usereste per descriverlo?
Mental Space è un concept album, in cui tutti i brani sono legati tra loro dalla tematica dell’infinito spazio di percezione ed elaborazione di pensieri, ricordi ed emozioni dell’uomo. Il legame è rintracciabile sia da un punto di vista compositivo, evidenziabile dall’elaborazione degli stessi brani nella medesima tonalità o in tonalità affini, con sequenze armoniche comuni, sia da un punto di vista concettuale, dove il susseguirsi dei pezzi rispecchia l’avvicendamento dei vari stati emotivi e dei pensieri propri di un individuo. In questa dimensione in parte onirica, in parte reale, i ricordi e le emozioni di esperienze presenti e passate prendono forma e si differenziano, grazie anche al contagio sonoro: il jazz, la classica, la world music, la contemporanea si mescolano tra loro, in alcuni casi liberamente su di un canovaccio armonico, in altri casi seguendo direttive di arrangiamento predeterminate. Ascoltare questo disco è come vedere un film, dove ogni scena è connessa alla precedente e a quella successiva; è come leggere un libro dove la fine della storia è legata indissolubilmente al suo inizio. Per noi è un album suggestivo, sicuramente introspettivo, dalle atmosfere riflessive, ma anche sensuali.

Parliamo di lavoro in studio: che relazione c’è secondo voi fra la musica improvvisata e la produzione in studio? Non trovate sia quasi limitante per il jazz?
Non crediamo sia limitante improvvisare mentre si produce un lavoro in studio. L’improvvisazione è un atto creativo che può prendere forma sia durante un live, sia durante una registrazione in studio e risultare valido e soddisfacente in entrambi i casi. Naturalmente, durante la produzione in studio, si hanno più chances e nell’ottica di un lavoro discografico, è possibile scegliere il materiale meglio ideato, ma non è raro il caso in cui questo esca fuori già nella prima take di esecuzione.

Quali sono le prossime date dei vostri live? Quali i vostri progetti futuri?
Nell’immediato, abbiamo intenzione di presentare il nostro album in vari contest. Per il futuro, avendo molto materiale nel cassetto, sicuramente pensiamo alla realizzazione di un nuovo disco, ma con qualche “variante”…

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