Marco Parisi – Come un’onda colorata

Marco Parisi
Marco Parisi. PH Alessandra Fraissinet

L’approccio con i marchi Korg e Roli e le collaborazioni che ne sono derivate e il progetto OrKeystra, la formazione Heymen e il lavoro come produttore e arrangiatore.

Marco Parisi, giovane pianista salernitano, ha trovato la propria dimensione musicale grazie alla rete e alla Seaboard, uno strumento che ormai considera parte di sé, e all’incontro con Jordan Rudess.

Al giorno d’oggi i mezzi per farsi conoscere sono validi ed efficaci. La rete, grazie ai siti su cui è possibile caricare video e ricevere feedback, è uno strumento prezioso da saper usare al meglio. Molti dei momenti salienti della carriera del pianista Marco Parisi hanno avuto origine proprio grazie a meccanismi di questo genere, ma la cosa fondamentale è stata sapersi distinguere, fare qualcosa che nessuno avesse mai fatto prima, giocare sull’originalità.

La musica in rete è un mare magno, quindi, per farsi riconoscere, è fondamentale essere “un’onda colorata.” Marco ha trovato la sua dimensione grazie al suo orecchio assoluto, alla sua intraprendenza e all’approccio con un nuovissimo strumento che ha rivoluzionato la sua carriera: la Seaboard.

Cosa ha voluto dire accorgersi fin da bambino di quale poteva essere la tua strada?
Provengo da una famiglia di musicisti e grazie a mio padre Massimo, tastierista e a mio zio Marco che gestisce una scuola di musica a Salerno, mio fratello Jack e io siamo cresciuti respirando musica e, ogni volta in cui vedevo mio padre partire per una tournée, sognavo anche io suonare di fronte a un pubblico. Un giorno mi sono seduto al pianoforte e ho cominciato a suonare Another day in paradise di Phil Collins e mio padre, ascoltandomi, mi domandò come fossi riuscito a identificare le note. Fu così che scoprimmo che avevo un orecchio assoluto e sono arrivate le prime esibizioni. Da bambino ero timido, ma mi ero reso conto che condividere con il pubblico le emozioni che provavo suonando, mi riempiva di gioia. Da allora non ho più smesso.

Suoni altri strumenti, oltre al pianoforte?
Tra gli altri strumenti prediligo il basso, perché è quello che mi fa capire come muovere le armonie. È uno strumento che ancora oggi uso molto, soprattutto per la formazione Heymen e mi capita di usarlo anche in altri progetti, ma cerco di concentrare le mie energie sul pianoforte. Ciò che conta è mantenere viva la tecnica e mi sono accorto che ogni volta che riprendo il basso tra le mani, lo suono in maniera diversa. Credo sia il frutto di un’evoluzione interiore data dallo studio, ma anche dall’ascolto e dalla ricerca continua.

Hai aperto i concerti di Jamiroquai in Italia. Come hai avuto questa occasione?
Grazie a internet. Esiste una bonus track su un album del gruppo che non conoscono in molti e comprende venticinque secondi di silenzio. Un giorno mi è venuta l’idea di fare un solo e inserirlo in quella pausa e ho registrato il tutto in un video pubblicato in seguito su youtube. Questo video è stato visto da Jury Magliolo, un chitarrista incaricato di aprire i concerti dei Jamiroquai in Italia che mi ha contattato per chiedermi se mi andava di unirmi a lui e aprire il tour italiano del gruppo. Naturalmente ho accettato con entusiasmo.

Come hai iniziato a lavorare come turnista?
A ventidue anni ho fatto un provino con Al Bano e ricordo che le persone in sala erano piuttosto perplesse, data la mia giovane età, ma quando lui si è reso conto che riuscivo a seguirlo, mi ha proposto di partire con loro per Atlantic City e abbiamo girato l’America e il Canada. Quando hai la fortuna di lavorare con un artista che ha alle spalle 50 anni di carriera puoi solo guardare e imparare. La seconda possibilità è arrivata con Joe Lynn Turner e in quel caso sono stato contattato grazie a un passaparola. È stata una delle mie prime esperienze nell’ambito del rock. Se volessi dare un consiglio a chi vuole intraprendere questa carriera, direi che avvalersi dei mezzi che oggi offre la tecnologia è importante ma lo è ancora di più saperli usare. Io ho sempre cercato di fare cose che mi differenziassero dagli altri perché la sensazione che si ha, su piattaforme come youtube, è quella di un mare in cui le onde si moltiplicano di giorno in giorno. Il segreto è essere l’onda colorata, sapersi distinguere.

Come nasce la tua collaborazione con i marchi Korg e Roli?
Si tratta di un rapporto nato grazie ai social. L’agente di zona Korg vide un mio video con un loro modello e decise di propormi all’azienda. Simone Giacchetti che è il product manager per Korg venne a Salerno per conoscermi e il rapporto è iniziato con l’invio di un paio di tastiere. Con Eko Music Group ho iniziato a girare l’Italia e fare dimostrazioni nei negozi, ma soprattutto ho deciso di puntare su internet con dei video. I rappresentanti di Korg Giappone, a quel punto, decisero di farmi viaggiare per il mondo, fino alla manifestazione Musikmesse 2013 di Berlino. Quel giorno incontrai Jordan Rudess, tastierista dei Dream Theatre che oltre a presentarmi ai rappresentanti di Roli, mi mostrò il prototipo della Seaboard. Quando la vidi ne rimasi folgorato.

Com’è andato il tuo incontro con Jordan?
Jordan entrò nel padiglione durante la mia esibizione e, dopo aver parlato un po’, mi invitò a provare un’applicazione per suonare sul suo iPad. Dopo qualche tempo mi confidò di aver pensato a una formazione di tre tastieristi, chiedendomi se volevo farne parte, così accettai con entusiasmo la sua proposta. Cominciò a inviarmi le sue app, sviluppate con la Wizdom Music, una software house per la creazione di app innovative nel campo musicale. Tempo dopo mi disse che c’era la possibilità di aprire il Samsung Unpacked 2014 di Berlino e mi chiese se volevo esibirmi. Così arrangiai il tema della Samsung per cellulare e orchestra e chiamai alcuni musicisti per suonare con me. Ero preoccupato perché il concerto sarebbe stato trasmesso in streaming con un milione di persone connesse, ma per fortuna tutto andò bene e lo stesso Jordan, che aveva seguito la diretta via web, mi scrisse di essere felice di aver mandato me. Ormai le applicazioni di Jordan fanno parte del mio set up e le uso con regolarità anche per le mie produzioni. Le considero strumenti a tutti gli effetti.

Parlami della Seaboard. Quali sono le caratteristiche che la rendono differente dalle altre tastiere?
La Seaboard è in silicone, quindi si può controllare il suono in maniera diversa. Nel pianoforte per avere la nota è necessario che il tasto arrivi in fondo, mentre con la Seaboard il contatto è differente: se si vuole cambiare il suono basta applicare una diversa pressione al tasto. Sono convinto che sia la naturale evoluzione del pianoforte. Dopo il clavicembalo abbiamo avuto il fortepiano per passare al pianoforte e così via, quindi le possibilità espressive aumentavano. Per l’ultimo modello, la Seaboard Rise, più piccola e accessibile delle altre, abbiamo fatto diversi test di pressione e ho partecipato alla sua realizzazione quindi la considero una parte di me.

E il progetto OrKeystra?
È un progetto che prevede tre tastieristi nel quale Jordan ha coinvolto oltre a me, anche Eren Başbuğ, giovanissimo talento e direttore d’orchestra a Berklee. Eren e Jordan vengono dal mondo del progressive, che è distante dal mio e per questo mi piace pensare di aver portato un contributo e che in qualche modo ci compensiamo. Abbiamo fatto un primo show a Los Angeles e stiamo scrivendo alcuni pezzi. Nonostante i differenti contesti musicali di provenienza, abbiamo scoperto di lavorare molto bene insieme. Siamo un bel team e siamo affiancati da Elijha Wood, un batterista di diciannove anni che è in tour con Shania Twain.

È diventato celebre lo show tenutosi agli Abbey Road Studios, da cui è stato prodotto uno short film. Cosa ha voluto dire esibirsi in quello studio leggendario?
Si è trattato di un evento organizzato da Roli che comprendeva tre Seaboard e una batteria. Suonare in quegli studi è stata un’emozione enorme, se si considera che sono cresciuto a pane e Beatles. In quelle stanze si percepisce un’energia diversa e ho persino provato il leggendario Steinway su cui sono stati scritti brani come Imagine o Lady Madonna.

Nel 2010, insieme ad altri musicisti, hai ideato il progetto Heymen che produci e di cui fai parte. Con quale genere musicale vi identificate?
Mio fratello Jack, batterista, proviene dalla musica elettronica, un mondo che non è il mio, ma al quale ho deciso di avvicinarmi quando lui ha iniziato a produrre musica. Ho proposto di usare chitarra, basso e pianoforte e per la voce abbiamo deciso di avere un respiro internazionale e grazie ai Daddy’s Groove abbiamo scoperto in rete Ryan Ellingson, una voce molto elegante e raffinata. In seguito abbiamo arrangiato i brani in studio con basso, pianoforte, Seaboard e chitarra. L’idea era di creare una fusione tra suoni vintage e futuristici, un sound che si sposasse con la voce di Ryan. Da quel momento è nata una collaborazione virtuale che in seguito ha portato Ryan a trasferirsi in Europa dall’America. Prima facevamo tutto online, tanto che all’inizio avevano parlato di noi come ‘band versione 2’, la band nata sul web.

 

Intervista pubblicata sul numero di gennaio di Strumenti Musicali

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