Il suono come mezzo

[quote_box_center]Marco Canepa, musicista, produttore e arrangiatore già al lavoro con i grandi del progressive rock inglese e della canzone italiana, ci parla del suo impegno in Francia nella trilogia Excalibur di Alan Simon; un progetto imponente iniziato quasi 20 anni fa, che lo vede al centro del fuoco incrociato di alcuni tra i più noti artisti rock di tutti i tempi.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

[su_dropcap style=”flat” size=”4″]U[/su_dropcap]na carriera lunghissima in Italia, sempre al servizio del suono e del risultato finale, ha portato Marco Canepa ad essere riconosciuto e apprezzato anche all’estero e soprattutto in Francia dove, guarda caso, la sua attività si è concentrata maggiormente negli ultimi anni. Lo incontriamo a Sesta Godano (La Spezia), nello splendido Drum Code Studio ricavato in un vecchio mulino di fine ‘800, per parlare del suo lavoro nella trilogia Excalibur di Alan Simon; un concept celtic rock all’interno del quale Marco, inizialmente unico italiano, ha “esportato” anche musicisti nostrani come Marco Fadda, Andrea Maddalone, Bob Callero e Roberto Tiranti.

Luca Masperone  Quando è nato il progetto Excalibur e come si è sviluppato negli anni?
Marco Canepa  Excalibur è nato sotto forma di concept album tra il 1997 e il 1998, esattamente come negli anni ‘70, quando questo tipo di opere aveva la caratteristica di seguire un unico tema a cui si riferivano tutti i brani contenuti nel disco. Il concept tratta il mito di Excalibur e le leggende e le storie che ruotano attorno ad esso, viste attraverso gli occhi del compositore-autore francese Alan Simon. Quando Alan mi contattò chiedendomi di dargli una mano a finalizzare la sua idea discografica, già da subito Excalibur mi parve un progetto interessante quanto complesso, data la partecipazione di numerosi artisti famosi a cui Alan aveva proposto di interpretare le diverse canzoni. Questi avevano registrato per conto proprio delle tracce con alcuni arrangiamenti personali, poi da completare per miscelare il tutto. Tecnicamente parlando, il materiale sarebbe arrivato in formati assolutamente diversi tra loro e questo rendeva il tutto ancora più complesso. Parliamo di personaggi piuttosto famosi nell’ambito del pop rock e del folk bretone, europeo ed internazionale, che prima di allora non si erano mai incontrati in un unico progetto. Nomi come Roger Hodgson (ex voce dei Supertramp), Gabriel Yacoub, Fairport Convention, Tri Yann, Angelo Branduardi, Gildas Arzel, Nikki Matheson, Carlos Núñez, Dan Ar Braz, Didier Lockwood e altri. L’album Excalibur è stato quindi un’opera rock che conteneva elementi folk tradizionalmente utilizzati nella cultura celtica. Nessuno immaginava che dopo il primo album avremmo ricevuto un tale consenso di pubblico da dover pensare subito alla realizzazione di un DVD dei concerti live e a 2 nuovi capitoli di quella che sarebbe diventata una trilogia. Negli album successivi, non essendo disponibili tutti gli artisti che avevano caratterizzato il primo episodio, si proposero i nuovi brani ad altri nomi, cercando chi si integrasse meglio nel progetto. Ad esempio Jon Anderson, già cantante degli Yes, e l’ex King Crimson John Wetton hanno fornito un’ulteriore caratterizzazione anche interpretativa dei testi, con le loro voci personali e particolari. Altri artisti (come i Fairport Convention) sono invece presenti in tutti e tre i volumi, a costituire un po’ l’essenza ritmica di base dei brani.

Luca  So che sei stato coinvolto in Excalibur dopo che Alan ha ascoltato il tuo lavoro nel disco “Il ladro” di Angelo Branduardi. Da allora la vostra collaborazione si è sviluppata anche in altri progetti?
Marco  Sì. Alan era un grandissimo fan di Angelo, mi disse di essere rimasto particolarmente impressionato dall’impatto sonoro “minimalista” e profondo del disco che hai citato, dovuto ad alcune scelte musicali particolari e soprattutto al mix che suggeriva ampi spazi all’ascolto. Era un album quasi meditativo, comunque riflessivo ed introspettivo. Le affinità di vedute sui progetti da realizzare, ma soprattutto un comune approccio alle questioni della vita, hanno permesso la condivisione di tante avventure tra me e Alan. Dei vari progetti successivi ad Excalibur, ricordo con affetto la realizzazione dell’album Gaia, un concept che riguardava l’emergenza ambientale del pianeta, che ha visto la partecipazione di ospiti veramente interessanti come Cesária Évora, Manu Dibango, Anggun, il gruppo australiano ispiratore dei R.E.M. Midnight Oil, Heather Small. È stato un grande onore e un grande impegno collaborare con loro.

Luca  Tornando ad Excalibur, il tuo lavoro è stato dare un’identità sonora al progetto e curarne i missaggi, ma anche selezionare le diverse parti ed esecuzioni dei vari musicisti, l’editing, cosa mettere in evidenza e cosa no, quindi hai collaborato anche come arrangiatore e coproduttore. Puoi raccontarci la tua attività nel dettaglio?
Marco  Non è facile descrivere il lavoro che svolgo normalmente da anni. La mia è una continua ricerca del suono, delicata quanto tesa alla ricerca di sinestesie. Il mio approccio non è mai stato solo quello di un tecnico, cioè di colui che riprende quasi passivamente dei musicisti e utilizza apparecchiature o software lavorando solamente sul suono, magari modificando dei parametri su richiesta dell’artista o della produzione. Essendo principalmente un musicista e un compositore, non sono indifferente al messaggio musicale che si sta trattando, da qualsivoglia linguaggio provenga, per questo cerco sempre di proporre soluzioni sonore che abbiano l’obiettivo di amplificare al massimo le suggestioni emozionali dell’ascolto. Queste si creano sicuramente anche con l’uso delle macchine, ma di pari passo con la scrittura musicale d’origine, senza stravolgerla ovviamente. Molto spesso chi compone musica non considera come proporla al meglio, non conosce i mezzi con cui la musica stessa verrà fruita. Un esempio concreto del mio lavoro: amplificare il più possibile la profondità degli spazi tra vari elementi di un mix, in contrasto con altri molto presenti. Per poter ottenere ciò, bisogna fare in modo che tutto il materiale musicale di partenza sia portato all’essenziale, evitando ridondanze o parti meno funzionali, inserite magari solo per piacere estetico, che non lascerebbero lo spazio libero necessario. Il silenzio è musica, è veramente fondamentale insomma! Per questo, affrontando ogni progetto nuovo, prima di iniziare a registrare preferisco discutere da subito non solo della “cornice” in cui gli strumenti saranno inseriti, ma anche degli strumenti stessi da utilizzare, delle parti, lavorando con gli artisti sugli arrangiamenti o addirittura ancora più a monte sulle composizioni che vengono proposte. Un mio vecchio motto è sempre stato: “meno elementi metti in un brano, più ne metti!”. Questo modus operandi certamente presuppone una collaborazione artistica continua, non concretizzabile con tutti perché necessita di una certa apertura mentale non sempre presente. Nel caso di Excalibur (e di tutti gli altri progetti con Alan Simon) questo è stato possibile, e ha permesso anche di ottimizzare i tempi di realizzazione, e di conseguenza i costi. In generale, una volta effettuate le riprese degli artisti in studio, a volte anche a distanza, ho lavorato sull’editing per ottimizzare alcuni parametri delle loro performance (timing, intonazione, ecc.), in certi casi per rinforzare l’impatto sinfonico ho anche doppiato alcune parti con strumenti timbricamente simili (nel caso di orchestra d’archi o orchestra sinfonica). Mescolare strumenti reali e sintetici non è una novità, permette di aggiungere potenza e armoniche che non sarebbe possibile ottenere diversamente. Inoltre, sempre nel caso di Excalibur, spesso ho selezionato la migliore tra le parti di assolo, quando gli artisti per ragioni di tempo, distanza o indecisione proponevano più direzioni stilistiche e di fraseggio, senza prenderne una in particolare. Questo ha fornito al prodotto un ulteriore valore aggiunto, in quanto essendo tutto gestito da una sola persona, la coerenza stilistica non si perde in puri esercizi di stile.

Luca  Una delle cose più interessanti, a livello di timbrica, è che si tratta di musica celtic rock progressive eseguita da grandi artisti di questo stile degli anni ’70 lavorata poi da te con mezzi anche moderni, quindi con la possibilità di utilizzare sonorità, ambienti ed effetti che negli anni ‘70 ancora non esistevano. Come si è svolto il tuo lavoro in questo senso?
Marco  I musicisti incontrati in Excalibur sono tutti professionisti di vecchia data, con un bagaglio di esperienze notevole sia in situazioni live che in studio; non è stato difficile quindi catturare il senso del loro suono (che di base rimaneva essenzialmente molto naturale, senza richiedere eccessive manipolazioni). Fin dall’inizio del primo album della trilogia, la piattaforma su cui ho acquisito tutto il materiale è stata principalmente Pro Tools. Questo mi ha permesso di lavorare con formati audio di provenienze diverse, digitali (DASH, Tascam DA-88, ADAT) e analogici, e di poter raccogliere tutto prima di iniziare la lavorazione, ottimizzando i livelli senza perdite di qualità. In tutti questi anni Pro Tools si è evoluto molto e oggi è uno strumento fondamentale per la produzione musicale, oltre ad essere uno standard mondiale, come erano un tempo i registratori analogici multitraccia. Negli anni ‘90, pur non essendo ancora del tutto perfezionato, Pro Tools costituiva già un aiuto indispensabile anche nella ricerca di sonorità ed elaborazione di suoni senza il rischio di deteriorare il materiale originale, cosa che poteva invece accadere con i registratori a nastro. Come preamplificatori utilizzo i “classici” API Audio 512c (500 Series) e Neve Prism V Rack sulle parti ritmiche, mentre per i bassi uso dei moduli Neve 1073, in catena con un minimo di equalizzazione se necessario, giusto per attenuare qualche noiosa risonanza degli strumenti non pertinente a ciò che si sta suonando. Mi piace sfruttare le tecnologie digitali, come i riverberi a convoluzione ad esempio, che simulano ambienti talvolta anche surreali, quindi interessanti dal punto di vista creativo. Anche se rimane per me una grande passione creare nuovi ambienti posizionando microfoni negli spazi meno convenzionali. Direi che una delle principali caratteristiche delle sonorità di tutti gli episodi della saga è quella di presentare ampi spazi in contrasto con fonti molto ravvicinate. Riguardo al trattamento del suono in generale, più consono al mio approccio è stato sicuramente l’utilizzo di macchine analogiche, ad iniziare dal registratore multitraccia su nastro da 2 pollici, utilizzato per alcuni strumenti a percussione, a quello da mezzo pollice, utilizzato come fosse un plug-in inserendolo nella catena degli effetti (ovviamente correggendo la latenza dovuta alla distanza tra la testina di riproduzione e quella di registrazione), specie sulle chitarre elettriche.

Luca  Hai preso parte anche ai concerti e alla realizzazione dei DVD dal vivo. Qual è stato il tuo ruolo e che tipo di differenze hai riscontrato rispetto al tuo lavoro sui CD in studio?
Marco  In questo tipo di eventi, la mansione è complessa ed entra nelle competenze di chi viene definito “sound designer”, in riferimento al lavoro di proporre il suono per il pubblico. Significa cercare di avvicinarsi il più possibile all’impatto dell’album tenendo conto delle caratteristiche degli spazi che si incontrano di volta in volta nei live, a volte problematici (specie sulle basse frequenze). Altre volte ho partecipato solo per riprendere l’audio dell’evento, senza curare il suono, a volte mi sono ritrovato anche in veste di musicista sul palco. Come è facile immaginare, concerti tratti da concept che coinvolgono così tanti ospiti sono dei veri e propri “mega show” accolti con grande entusiasmo dal pubblico. Riguardo alla realizzazione dei DVD, parlando del suono si redige con il service audio presente all’evento una lista del materiale necessario per la ripresa del concerto. La sfida inizia da qui: non sempre è possibile ottenere il massimo dei mezzi (a partire dal tipo di microfoni da impiegare, al numero di canali necessari, ecc.), per cui bisogna trovare dei compromessi e pensare di poter migliorare qualcosa successivamente in post produzione. Un esempio su tutti: quello che in studio potrebbe essere ripreso in stereo, dal vivo si potrà registrare solo in mono, di conseguenza è necessario ottimizzare aggiungendo qualcosa dopo per supplire a questa mancanza. Ovviamente, di base sia il suono che le parti rimarranno quelle originali del concerto, ma per riportare l’ascoltatore nell’orizzonte di ascolto aperto, caratteristica fondamentale dell’album, ecco che qualche chitarra sarà successivamente doppiata, qualche percussione che dal vivo è stato possibile riprendere solo con un microfono dinamico a distanza troppo ravvicinata verrà migliorata pilotando un suono campione (preso dallo stesso contesto live, ovviamente, non di libreria!) per poter arricchire il timbro e così via. Occorrerà fare un po’ di “maquillage”, insomma…

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here