Malmsteen contro tutti: e se avesse ragione?

Da sinistra Joe Satriani , Steve Vai, Yngwie Malmsteen

A volte ritornano. È proprio il caso di una famosa intervista a Yngwie Malmsteen, organizzata come un “ascolto alla cieca”, nella quale il noto chitarrista svedese avrebbe letteralmente distrutto alcuni suoi blasonati colleghi, da Joe Satriani a Jeff Beck, dai Pearl Jam ai Metallica, fino ai Pantera e ai Cure.

Prima di tutto chiariamo cosa si intende per “ascolto alla cieca”: l’intervistatore fa sentire a Malmsteen una serie di brani di chitarristi differenti, pezzi che il buon Yngwie non conosce, per poi chiedergli un parere su ciò che ha appena ascoltato. Il bello di questa intervista è che, ogni volta che viene postata o nuovamente ripresa da qualcuno, riesce sempre a fare incazzare tutti. I commenti degli internauti sono di vario tipo, dagli infuriati agli offesi, dagli increduli ai cosiddetti “haters”, che fondamentalmente invitano il vichingo svedese a preoccuparsi della propria musica, accompagnandolo con una serie variopinta di insulti.

Ma il punto è: Malmsteen ha davvero torto? Qualcuno ha mai provato, mettendo da parte simpatie e antipatie da tifoso, ad analizzare le sue argomentazioni per capire se sono sensate o meno? Lo farò io.
Innanzitutto mi riferisco alla seguente intervista (qui una versione dove si possono ascoltare anche i brani).
Esiste anche una seconda intervista (dove vengono criticati pezzi come For the Love of God di Steve Vai), che però a detta di molti sarebbe un fake ricalcato sulla prima (nel caso anche fatto bene, da qualcuno che se ne intende abbastanza).

Veniamo al testo: leggendo con attenzione, notiamo che, a parte in qualche caso limite, Yngwie fa critiche musicali molto precise non sui musicisti, ma sui brani che ascolta. Non si tratta quindi di gratuiti attacchi “ad hominem”, ma di critiche rispettabili sugli aspetti tecnici, compositivi ed esecutivi dei singoli brani ascoltati. In realtà fa anche diversi e lusinghieri complimenti. Ma soprattutto notiamo che, se ci mettiamo nei suoi panni (Malmsteen possiede con ogni probabilità l’orecchio assoluto), ha ragione su quasi tutta la linea, soprattutto quando parla di bending stonati, calanti o crescenti, che quindi risultano al cospetto del suo orecchio “fuori tonalità”.

Proviamo allora a ribaltare il test: ascoltiamo anche noi alcuni di questi pezzi, sforzandoci di non farci influenzare dall’importanza dei nomi coinvolti nell’esperimento e dai nostri gusti personali. E, tanto per chiarire: personalmente non sono un fan di Malmsteen!

JOE SATRIANI – The Mighty Turtle Head (da Time Machine, 1993)

In questo brano Yngwie sottolinea il suo apprezzamento per l’intro carico di groove, mentre critica pesantemente il tema principale e l’assolo («è il modo di suonare una pentatonica più ordinario che abbia mai sentito, le frasi sono scontate e banali»).
Ma, dico io, da estimatore di Joe: quanti pezzi Satriani ha costruito su una semplice pentatonica? E se in molti casi le sue melodie, spesso semplici e orecchiabili, sono splendidamente riuscite (come in Always with Me, Always with You, Flying in a Blue Dream, Cryin’, Until We Say Goodbye, Rubina), quante volte invece assomigliano a dei balletti poco ispirati su e giù per la scala pentatonica, tanto per aggiungere un altro pezzo alla collezione?
La redazione di Guitar World non ha certamente fatto ascoltare a Malmsteen uno dei brani migliori di Satriani, infatti lo stesso Yngwie, una volta informato sull’autore, risponde: «Stai scherzando? Le altre cose che ho ascoltato di Joe erano davvero buone, in questo caso invece sembra uno che suona in un garage!».

METALLICA – Master of Puppets (da Live Shit: Binge & Purge, 1993)

Qui una delle cose più odiate dal popolo del web è che Malmsteen abbia fatto un complimento a Lars Ulrich, il batterista meno amato della scena metal mondiale. Traducendo liberamente dall’inglese: «Sono i Metallica, mi piace questo brano! Tra i gruppi che suonano questo tipo di musica, sono i migliori. James Hetfield canta meglio degli altri cantanti del suo genere e Lars Ulrich è un gran batterista».
Ok, Lars sta antipatico a tutti per la sua (in realtà di tutta la band) crociata contro Napster e per la sua parlantina e il suo sorrisetto arroganti, ma dire che in questo brano (badate bene, versione dal vivo del ’93) non suoni bene, significa avercela con lui a tutti i costi. Se poi mi dite che ora è invecchiato e ha perso lo smalto, o che non è mai stato un genio della batteria, o che Dave Lombardo e Nick Menza sono più bravi di lui va bene, ma questo cosa c’entra?
Altri commenti vanno a criticare il fatto che Yngwie abbia definito i Metallica la migliore band del suo genere. Anche qui: va bene che il metal basa la sua stessa esistenza e la propria evoluzione sullo spostare sempre più in là i paletti dell’estremismo, ma la bontà delle composizioni conta, conta eccome. E brani come Master of Puppets non si discutono. Importa quindi assai poco che esistano chitarristi ritmici più veloci di James Hetfield se, quando questo si presenta da solo al Guitar Center suonando con una chitarra e un amplificatore a caso, è in grado di far venire giù il negozio (vedere per credere).
Detto questo, mi trovo d’accordo anche sul parere di Malmsteen su Kirk Hammett («Sa suonare veloce ma la scelta delle note e il suo orecchio sono pessimi»), tenendo conto anche e soprattutto del fatto che la versione del brano ascoltata è dal vivo, e si sa che le prestazioni live di Hammett spesso sono imbarazzanti (basta andare ad assistere a un concerto dei Metallica e avere un po’ di orecchio per rendersene conto).

JEFF BECK – Cause We’ve Ended as Lovers (da Blow by Blow, 1975)

Ecco, qui all’inizio mi sono arrabbiato anch’io, visto che si andava a toccare uno dei miei brani preferiti di sempre («Sta suonando fuori tonalità. I suoi bending sono stonati: ogni volta che ne esegue uno, risulta crescente o calante»).
Ma, al di là dell’atto di lesa maestà, peraltro inconsapevole perché l’ascolto era alla cieca, Malmsteen dice anche «grande intro», «grande arrangiamento» e «splendida scelta di note». Quindi non viene criticata la composizione, che è e rimane un capolavoro, ma la precisione e l’accuratezza nell’esecuzione. Il che, tutto sommato, ci può stare. Ripeto il fatto che Malmsteen possiede con ogni probabilità l’orecchio assoluto, quindi, per uno come lui, le piccole imprecisioni legate all’intonazione sono come stilettate al cuore. Avete mai ascoltato i suoi bending? Lasciate perdere se non vi piace, dimenticate il fatto che utilizzi sempre le stesse scale (chi ha detto minore armonica?), che suoni troppo veloce ecc., ma, ripeto: provate ad ascoltare i bending e i vibrati di Yngwie Malmsteen. Sono la perfezione assoluta. Segno di un orecchio sopraffino, a dire poco. Orecchio che quindi percepisce, legittimamente, il nostro Beck come un po’ approssimativo. Facciamocene una ragione.

PANTERA – I’m Broken (da Far Beyond Driven, 1994)
e
DEATH – The Philosopher (da Individual Thought Patterns, 1993)

Ho messo insieme questi due brani perché ci sono alcuni punti in comune nella critica effettuata da Malmsteen. Questo è, a mio parere, uno dei pochi momenti in cui la sua analisi non è oggettiva, ma dettata esclusivamente dal gusto personale. È evidente che Yngwie non ami l’aggressività che le voci metal hanno sviluppato da un certo punto in avanti, né tanto meno le sue estremizzazioni come il growl e lo scream. Ecco quindi che, a proposito di Phil Anselmo, dice: «Quando inizia la parte vocale, non trovo parole per esprimere il mio disgusto, perché questo non è cantare». E commenti analoghi sono riservati anche a Chuck Schuldiner, che viene invece promosso sul fronte chitarristico («Ha un buon vibrato»). Questo è un esempio di gusto personale elevato a regola. Ce ne sono alcuni altri nell’intervista, ad esempio a proposito della tecnica per basso dello slap, argomento che emerge quando si parla dei Primus («È la tecnica peggiore del mondo. La detesto»).
Ma anche qui troviamo dei punti in cui il pensiero di Malmsteen ritorna su binari più oggettivi. Sul compianto Dimebag Darrell (ancora in vita ai tempi dell’intervista), Yngwie dice: «Il riff iniziale del brano è davvero buono. Ma non amo molto il timbro delle chitarre, preferisco una distorsione che non faccia sembrare il suono davvero distorto se non esegui più di due note assieme». Valutazione sensata da parte di un chitarrista che, quando esegue la tecnica dello sweep picking, riesce a separare ogni singola nota in modo che non si sovrapponga a quella precedente, così che il suono resti assolutamente pulito. Va detto che Dimebag Darrell ricercava apposta la distorsione tra due o più note, proprio perché risultava più aggressiva e adatta al sound dei Pantera.
Tornando invece ai Death, che sono un monumento nel loro genere (il quale non per niente si chiama death metal), su una cosa sono d’accordo: non è sufficiente combinare mille parti diverse in un solo brano, o cambiare tempo e tonalità costantemente, per scrivere un buon pezzo. Altrimenti basterebbe scrivere quattro canzoni e miscelarle in una per ottenere ogni volta un capolavoro. Il mio è un discorso generale, non riferito necessariamente ai Death, una riflessione che però nasce dalle parole di Malmsteen («Sono simili ai Metallica, ma non così buoni. Sembra che la band non riesca a decidere quale canzone suonare. Troppi cambi di tempo»).

Vi lascio alla lettura in inglese del resto dell’intervista per gli altri commenti di Yngwie, che risulta divertente anche per l’ironia con cui esterna senza filtri ciò che pensa («Il cantante dei Pearl Jam non saprebbe cantare neanche se dovesse farlo per salvarsi la vita!»), tanto il senso di questo intervento spero sia chiaro: prima di giudicare riflettiamo, perché comportarsi come fan che considerano i propri idoli intoccabili è facile, risultare obiettivi invece richiede un maggiore sforzo e un minimo di competenza.

Vi lascio anche da ascoltare un assolo poco conosciuto, ma davvero eccellente di Yngwie Malmsteen (inizia a 2:47)

 

 

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