Lo studio mixerless

Courtesy of Mackie

Una volta il mixer era il centro nevralgico di ogni studio, oltre a esserne l’icona indiscutibile: la prima domanda che un neofita rivolgeva all’amico fonico era “ma fra tutti quei tastini e pomelli che ci sono, tu come fai a capire qual è quello giusto da attivare?”

Oggi le cose sono un po’ diverse, anzi parecchio diverse: nei grandi studi il mixer c’è ancora, magari ridimensionato in termini di canali ma sempre di elevata qualità. Negli home e project studio invece il mixer spesso è sparito del tutto, rimpiazzato dalla virtualizzazione. L’originaria funzione di preamplificare, equalizzare, comprimere, regolare in livello e panpot, e infine sommare decine di sorgenti è infatti venuta in gran parte meno: molti strumenti elettronici quali sintetizzatori e campionatori sono stati a loro volta virtualizzati e sono “finiti” dentro al computer, senza che vi sia più la necessità di collegare le loro uscite fisiche a un banco. Preamplificatori, compressori ed EQ di ogni canale del mixer sono invece stati invece sostituiti da un minore numero di unità a rack, in formato API 500 oppure virtuali anch’esse.

Di fatto oggi lo studio moderno di dimensioni non industriali ruota attorno a un computer con un’interfaccia audio che si occupa delle necessarie conversioni A/D e D/A, mentre il mixer è una componente virtuale della nostra DAW. Tutto questo è indiscutibilmente comodo, ma pone diversi problemi. Anzitutto vi è quello della preamplificazione delle sorgenti: i segnali in uscita da synth fisici, strumenti elettrici quali chitarra e basso e microfoni hanno ancora bisogno di una preamplificazione analogica prima di essere convertiti in digitale. Spesso questo compito viene assolto dalla stessa interfaccia audio, che come per esempio nel caso della RME FireFace 802 può presentare ingressi micro, ingressi linea (tipicamente per i synth) e ingressi Instrument (per la connessione diretta di chitarre e bassi) con circuiteria analogica di elevata qualità. Può tuttavia accadere che si desideri uno stadio di preamplificazione più colorato di quello – in genere neutrale – fornito dalle interfacce audio. La strada è allora quella di dotarsi di uno o due pre, possibilmente di tecnologia e caratteristiche timbriche differenziate, per “pompare” il timbro di un cantante troppo anemico o colorare un synth troppo sterile. Unità come per esempio i pre Golden Age (ispirati ai mitici Neve 1073) o Warm Audio (che invece si rifanno alla scuola americana di API) possono dare una grossa mano al suono anche senza spendere cifre elevate e rimanendo comunque sempre in un territorio qualitativo.

Veniamo alla patch-bay: si tratta di un elemento importante in ogni studio, ma in una configurazione mixerless essa diventa un elemento addirittura vitale. Gli ingressi dell’interfaccia audio sono infatti in genere sempre in quantità inferiore al numero delle sorgenti disponibili in studio. In queste situazioni, una efficace gestione della sorgente da registrare e degli effetti o outboard da impiegare può essere un toccasana e semplificare infinitamente la vita. Con una patch-bay da poche decine di Euro (ma che sia buona, mi raccomando!) diventa un gioco da ragazzi connettere le uscite del synth che si vuol registrare in quel momento all’interfaccia audio, così come fare il routing verso uno dei preamplificatori citati o inserire un processore hardware di eco o riverbero nel loop effetti del mixer virtuale della DAW. Può capitare anche di avere la necessità, o anche solo il “piacere operativo”, di mantenere tutti i propri synth permanentemente connessi agli ascolti in modo da non dover fare sempre un “attacca&stacca” al momento di voler suonare, quando l’ispirazione colpisce. In questa situazione si può pensare all’acquisto di un piccolo ed economico mixer di linea (per esempio un Behringer RX1602 o, volendo salire di livello, un Rolls RM219) che gestisca la somma dei synth solo ai fini dell’ascolto, mentre con una patch-bay seminormalizzata il segnale verrà sdoppiato e – oltre ad essere permanentemente immesso in tale mixer – verrà anche ruotato all’ingresso dell’interfaccia audio quando si desidera registrare quella particolare tastiera. Si ottiene così il risultato di mantenere il “signal-path” (ovvero il percorso del segnale) dalla sorgente alla DAW il più breve e pulito possibile, senza però rinunciare alla versatilità di un mixer hardware per regolare i volumi di esecuzione di ciascun sintetizzatore. Infine, in uno studio mixerless vi è il grosso problema di gestire gli ascolti: teoricamente è ovviamente possibile connettere i monitor direttamente a una coppia di uscite dell’interfaccia audio, ma si tratta di un’opzione spesso poco pratica. Il volume di ascolto infatti dovrebbe essere sempre gestibile con un comando fisico e non con uno slider virtuale disponibile solo a schermo, per evitare fenomeni come quello di una cassa che parte a martellare a manetta alle due di mattina o un feedback spaccatimpani dal microfono connesso in Rec. Alcune interfacce audio posseggono una manopola hardware che si può adibire permanentemente al controllo del volume di monitoraggio.

Nel caso tuttavia che la propria interfaccia audio non preveda questo tipo di controllo o che si desideri una maggior flessibilità di gestione degli ascolti, può essere necessario rivolgersi a un monitor controller. Questa tipologia di apparecchi, resa popolare qualche anno fa dal Mackie Big Knob, è oggi ricca di proposte a buon mercato e tuttavia elevata qualità sonora. Oltre al citato riferimento Mackie (tuttora in produzione), si possono scegliere unità dai cataloghi PreSonus, SPL, TC Electronic, mentre la fascia più economica è ben presidiata dagli SM Pro Audio. In quasi tutti i casi il monitor controller permette, oltre a regolare il volume di ascolto, di selezionare due o più coppie di monitor, alimentare una o più cuffie, selezionare un ingresso audio tra più sorgenti e talvolta convertire anche un segnale digitale proveniente da bus USB. Ecco, nel realizzare uno studio mixerless è probabile che si tratti del primo componente da cui partire dopo l’interfaccia audio.

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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