— Fabio Artoni

Lippi[su_dropcap style=”flat” size=”5″]I[/su_dropcap]l laboratorio di Lorenzo Lippi, tra i più affermati liutai italiani, è in via Pastrengo a Milano, in zona Porta Garibaldi. Lippi realizza soprattutto mandolini. I suoi vicini di casa sono: Andrea Restelli che costruisce clavicembali; Lucilla Trivelloni che li elabora e illustra con stucchi e dipinti; Elena Dal Cortivo specializzata in rosette. Fino a qualche tempo c’era anche un riparatore di organi Hammond e Fender Rhodes, gli strumenti più classici tra i moderni. Da queste parti c’era il Teatro Smeraldo. Ora al suo posto c’è una mecca moderna dell’enogastronomia, forse la più abbordabile delle culture. Sarà per il take away. Lippi ha insegnato alla Civica Scuola di Liuteria di Milano per oltre trent’anni. Ora ha tirato un po’ i remi in barca, come insegnante, ma è ancora una colonna della Scuola e la sua memoria storica. La prima domanda per Lippi riguarda il rapporto tra scienza e arte liutaria. Una domanda scontata, ma dovuta, perché il tormentone editoriale nella liuteria di solito riguarda analisi chimiche che svelano i segreti degli Stradivari…

Lorenzo Lippi  Noi della Civica Scuola di Liuteria di Milano eravamo visti come gli scienziati. Trent’anni fa affrontammo la didattica con un’impostazione di questo tipo, anche in opposizione a Cremona. Certe cose che l’architetto Tiella, il fondatore della Scuola, teorizzò a quei tempi sono ancora, purtroppo, da realizzare. Su questa base posso dire che il dialogo tra scienziati e liutai è un terreno delicato, c’è il rischio di creare una dicotomia che non porta da nessuna parte. Io credo che lo scienziato capisca poco o nulla di liuteria, ma che il suo problema più grosso sia un altro: non se ne rende conto. La liuteria è molto più complessa di come uno scienziato se la immagina. Le analisi scientifiche possono essere utili a un liutaio colto, ne sono pienamente convinto. Però quello che va chiarito è che il protagonista in questa vicenda non è lo scienziato, è il liutaio colto. Lo scienziato un violino o un mandolino non lo tira fuori e neppure lo migliora. Il liutaio sì! È il liutaio che ha gli strumenti per interpretare le cose. In una ricerca in ambito chimico sui materiali lo scienziato può arrivare a dirmi qualcosa come: “c’è dentro una componente che potrebbe essere un’argilla…” Ma si ferma lì. Un liutaio colto, che ha studiato la storia della liuteria e fa ricerca, non fa delle analisi chimiche ma “sa” come ragionare su quelle informazioni. La liuteria è scienza applicata, non è matematica, chimica o fisica pura. È fisica applicata alla produzione di un violino. Quindi in questo contesto la scienza ha una funzione ancillare. Questo deve essere chiaro alla base altrimenti non si va da nessuna parte.

Fabio  Quanto conta ancora il Made in Italy della liuteria italiana all’estero?
Lorenzo  Io vado tutti gli anni alla fiera degli strumenti musicali di Shangai. L’anno scorso ho convinto due miei ex allievi a venirci. Per loro è stata una scelta estremamente illuminante. Bisogna per forza andare all’estero e noi liutai possiamo contare ancora su un “Made in Italy” forte. Si percepisce con chiarezza un pregiudizio positivo rispetto all’Italia, gli asiatici vengono da noi aspettandosi qualcosa di superiore. Il problema è che questo “pregiudizio positivo” ce lo stiamo giocando male. A Shangai succede che negli stand italiani si vedono semilavorati e strumenti realizzati in Cina. Strumenti comprati in Cina, portati in qualche città italiana dove si aggiungono due pastrugni e una etichetta per poi rivenderli ancora in Cina! E questa cosa gira come una produzione italiana… Io dico che questa cosa è molto pericolosa! Finché dura, dura… ma una volta che ti sarai giocato la reputazione avrai compromesso tutto l’ambiente. Naturalmente ci sono molti liutai che lavorano con serietà. Ma anche diversi che fanno queste operazioni. Certo i prezzi così sono più bassi ma questa, di fatto, è un’operazione scorretta.

Fabio Non c’è un codice deontologico nella liuteria italiana, scritto o meno, che biasima operazioni poco corrette?
Lorenzo  No! È una cosa che non c’è. Ci sono le associazioni di liuteria che però da questo punto di vista sono inefficaci. Ma il vero cuore del problema è più grande e ha a che fare con la Cultura. Quando ci fu la prima ondata di concorrenza dalla Cina i liutai italiani si spaventarono, soprattutto i violinai. La reazione fu: “Ma come! Lo Stato non fa nulla?”. E si chiese protezionismo e corporativismo. Io credo che cose di questo genere siano tutto fuorché utili. Non puoi fare protezionismo oggi. Il mercato cinese “arriva”. Sappiamo che non si può essere concorrenziali sui costi. L’unica concorrenza che si può fare si basa sul “mantenere la propria identità”. Bisogna fare un prodotto migliore, di alta qualità e con una cosa che nessun altro possiede: le nostre centinaia di anni di tradizione. Ecco, parlo di questo quando parlo di Cultura. Io faccio anche ricerca storica e ho un corrispondente molto famoso in Olanda al quale scherzando, ma neanche tanto, ho detto: “Tu certe cose non le potrai mai capire perché non sei italiano!”. Ci sono delle cose che noi abbiamo nel dna, perché sono nella nostra cultura. Su questo non c’è discussione. Abbiamo un gusto che non è riproducibile, o perlomeno non facilmente, ed è vincente perché è quello in cui ci muoviamo da sempre. E questa cosa avviene anche nella ricerca storica, dove noi riusciamo a capire certe dinamiche che invece uno straniero, pur coltissimo, non riesce a capire.

Fabio  Questa bellezza per gli occhi, per il contesto, per le orecchie deve essere riconosciuta anche da quelli che sono i consumatori finali, i musicisti, perché il modello funzioni…
Lorenzo  Gli strumenti di alta liuteria avranno sempre, per forza di cose, anche un costo superiore. I nostri concorrenti sono i mandolini cinesi, che io credo siano orrendi rispetto ai miei, ma che costano dieci volte di meno. Oppure i mandolini più furbi, un poco imbellettati, che traggono in inganno chi non ha le capacità di discernere. La questione culturale va vista a tutto tondo, abbraccia anche il consumatore, il musicista. La capacità di valutare, al di là della patina esteriore, dove sta effettivamente la qualità dal punto di vista dell’estetica, della lavorazione e della solidità è una cosa che non è facile. Però questo è il terreno dove noi dobbiamo giocare. Dobbiamo fare cultura.

Fabio  In una intervista per questa rubrica il Professor Renato Meucci disse a proposito del mercato “pompato” del violino antico: “Ci sono interessi e sinergie che legano un po’ tutti: chi questi strumenti li vende, chi ne discute, chi li utilizza, chi li colleziona”. Questa cosa vale anche per altri strumenti di liuteria?
Lorenzo  Se io trovassi un mandolino raro del Settecento fatto da un grande autore credo che lo pagherei poco di più di uno dei mandolini che faccio io. Questo per dire che è solo il mercato del violino antico ad avere questa distorsione. È una bolla che in parte è scoppiata, ma che in parte sta ancora a galla. Adesso, dato che non c’e più nulla da vendere, si stanno rivalutando i liutai italiani della prima metà del Novecento! Di alcuni di quei violinacci una volta si diceva: ma guarda questo qua come lavorava male! Beh, oggi valgono ventimila euro. Perché ormai non c’è più niente da vendere e quindi si valorizza anche quello. Mi sembra un’operazione immorale. Questa cosa avviene soltanto per i violini. La chitarra Torres che è stata pagata in assoluto di più credo sia attorno agli ottantamila euro. Nel mercato dei violini un prezzo simile è quello di un qualunque violino di un qualunque autore di inizio Ottocento.

Fabio  Un paio di anni fa fece discutere un “ascolto al buio” tra esperti dove, tra blasonati Stradivari e Guarneri, fu giudicato come strumento migliore un violino di alta liuteria, ma moderno…
Lorenzo  Si discute da sempre di confronti tra strumenti antichi e strumenti moderni. Rispetto agli “ascolti al buio”, noi li chiamavamo “dietro la tenda”, il discorso è lungo e complesso. Mi viene in mente un fatto che risale a quando alla Scuola insegnava il mitico Maestro Scrollavezza, un padre storico della liuteria. Un allievo francese aveva costruito uno strumento orrendo, verde tra l’altro. Entrò nella storia della Scuola come “il famoso violino verde”. Beh, venne fatta una prova al buio e Scrollavezza scelse il “violino verde” come violino migliore! È uno shock che il Maestro subisce ancora oggi.