— Fabio Artoni

su_dropcap style=”flat” size=”5″]F[/su_dropcap]rancesco Cusa è da molti anni tra i più riconosciuti batteristi di jazz italiani. L’elenco dei musicisti con cui ha suonato è lungo. Basta pescare a caso e si trovano i nomi di Zanchi, Falzone, Sharp, Fresu, Petrella, Zu, Tim Berne… Con Flavio Zanuttini alla tromba e Luca Dell’Anna all’Hammond compone il trio degli Assassins; con Gaia Mattiuzzi il duo Skinshout. Nel ruolo di “vigile urbano” conduce l’orchestra di improvvisazione Naked Musician. È anche scrittore, il suo ultimo lavoro è “Novelle Crudeli” (Eris Edizioni) e tra le sue collaborazioni c’è quella con Wu Ming. Una decina d’anni fa Cusa ispirò la nascita di Improvvisatore Involontario, un collettivo che è diventato anche etichetta discografica; indie-jazz e avanguardia se proprio si deve catalogare quello che non è catalogabile. Sul sito del collettivo Cusa ha scritto qualche mese fa un post dall’incipit fulminante: “Improvvisatore Involontario non serve a niente. È la condivisione di un’utopia.” Pensava alla fatica quotidiana di organizzarsi e fare dischi “tra le macerie del nostro tempo artistico”. Ma pensando alla conclusione del post (“Perché iscriversi? Per riconoscersi”) si intuisce qualcosa dell’utopia di questo movimento artistico e d’opinione molto stratificato, fatto di ascolti, visioni e letture comuni…

Francesco Cusa  Perfino la Costituzione Italiana è piena di belle utopie. Diciamo che questo è il nostro orizzonte di riferimento, una utopia “praticabile”. Come in certe “vie” spirituali, il processo è lo stesso cammino, la meta essendo semplicemente un pretesto, un simbolo, così in Improvvisatore Involontario la musica e “l’organizzarsi attorno alla musica” fungono da collante, da sprone per il raggiungimento di fini non necessariamente dichiarati. Quando cominciai (e cominciammo) questa avventura, avevo in mente un soggetto differente dal classico collettivo artistico, ossia una creatura camaleontica, cangiante. Improvvisatore Involontario è un contenitore, una scatola sonora ma al contempo un soggetto extramusicale, ambiguo, paradossale. Sun Tzu e la sua “Arte della Guerra” ha fortissimamente ispirato la nostra realtà alle origini. Ma poi ci si scontra con le micragnose vicende della vita, con le difficoltà concrete, con la mancanza di tempo, di spazi, in un paese imbarbarito e collerico quale il nostro. E dunque questa opportunità rimane ancora un progetto, un modello che è sottoposto a forte stress. Siamo uno dei collettivi più in vista, una label fiorente in tutto il mondo. Però nessuno ci ha mai chiamato in Italia per un festival. Mai.

Fabio  Alla domanda “Cosa suggerisci ai tuoi studenti che vorrebbero fare i musicisti di jazz?” Stefano Zenni in un’intervista per Strumenti Musicali di qualche mese fa non diede spazio all’ottimismo ma aggiunse: “…Penso a un modo nuovo di fare le cose: Bassesfere, Improvvisatore Involontario, Gallo Rojo, Franco Ferguson…”. E tu, ai tuoi studenti di Conservatorio, cosa suggerisci a quelli che vorrebbero fare i musicisti di jazz?
Francesco  L’amico Stefano Zenni dice una bella cosa. Il problema è che sono passati decenni. Questa dei collettivi è diventata quasi una barzelletta. La realtà è che i collettivi (sono anche tra i fondatori di Bassesfere, penso di poter parlare a pieno diritto) nascono in Italia con finalità più organizzative che artistiche. Devono sopperire ad alcune carenze. Molti sostengono le cose che dice Zenni ma poi, all’ora dei fatti, nessuno invita questi collettivi (e gli straordinari musicisti che ci suonano) nei festival e nelle rassegne. E allora, io francamente non ci capisco più nulla. Veniamo votati ovunque, i nostri cd sono nelle classifiche top jazz, tippe rock, tappete bop… Ma poi a tutto questo non fa seguito granché. È una situazione quantomeno grottesca. Ai miei allievi suggerisco di seguire la passione e la visionarietà, di credere in ciò che si sente e si vive con ardore. Ma, certamente, il panorama è sconsolante: un esercito di studenti prodotti in scala da scuole e conservatori per un esercito di insegnanti. Spaventoso. Il jazz è un indotto enorme, solo un radicale cambiamento delle coscienze e dell’organizzazione politica di questo paese potrebbe segnare una inversione di rotta. Ma fintanto che tutto è in mano a tre manager e dieci artisti…

FabioL’orchestra di improvvisazione collettiva Naked Musician è anche un progetto didattico dove affronti i “blocchi psicologici ” tra i musicisti e la loro libertà espressiva. Aperta a musicisti rock, jazz, pop che vorrebbero“improvvisare” senza dover pagare il pedaggio di frustrazione e deferenza, nell’ordine, al jazz, a Charlie Parker, al “click”…
Francesco  Il mio lavoro con Naked Musicians è ormai decennale. Forse tutto è cominciato – inconsciamente – con la mia tesi di laurea al Dams: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. Sulla scorta delle esperienze fatte con Butch Morris e Domenico Caliri, ho ideato un modello di conduction che tenesse conto del “metodo” ma anche di aspetti psicologici ed energetici propri della relazione tra musicisti, indipendentemente dall’organico di riferimento. Creo sempre un semicerchio, avente me come fulcro. I simboli da me coniati sono frutto di un approccio molto visionario con la musica. Alcuni sono molto diretti, altri più mediati ed evocativi. Ho inserito inoltre processi di esecuzione e di risposta alla gestualità fortemente vincolati dall’ascolto, esercizi che attivano la parte destra dell’emisfero cerebrale. Il gesto è il segno, la nota, il simbolo in cui collassa il metodo stesso, in un cortocircuito che prevede il sabotaggio della centralina. In buona sostanza sono un discreto vigile urbano.

Fabio  All’attività di musicista affianchi quella di scrittore. L’ultimo tuo lavoro è titolato “Novelle crudeli”. Queste due strade di musicista e scrittore che prospettiva hanno di incrociarsi? Te lo chiedo pensando un poco allo storytelling multimediale di cui si parla molto in ambito editoriale ma soprattutto pensando a esperienze come quella di Umberto Petrin che suona ispirandosi al ritmo e alla dinamica di Stefano Benni che recita Eliot…
Francesco  Sono due strade che si incroceranno presto, a novembre per una commissione di Trento Jazz. Mi è stato chiesto di mettere in scena le mie “Novelle Crudeli” e di musicarle. Comunque tra il me musicista e il me scrittore non c’è alcuna differenza. Sono modalità espressive del mio essere. Certamente cambia il contesto, ma la sostanza è quella. Ciò che amo dello scrivere – scrivo anche di cinema, e tengo rubriche satiriche su alcune riviste – è il fatto che posso farlo in solitudine, lontano dagli sguardi e dal giudizio del pubblico. Certamente qualcosa di simile al comporre… ma senza quella “funzionalità” legata alla performance. Il racconto breve si addice alla mia attuale disposizione alla scrittura. Ovviamente c’è dell’aderenza con il brano jazzistico, lo standard: in poche pagine occorre sintetizzare vite, morti, anni, giovinezze e vecchiaie. Ma il processo è identico. Il solito famelico sguardo sul mondo. La solita brama di conoscenza. Alla fine si tratta di una banale questione di viscere ed aruspici.

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