L’importanza della “scheda audio”

scheda audio
La Arturia AudioFuse è un'interfaccia USB di alta qualità sonora

Il peso di un’unità di conversione A/D e D/A al di sopra di ogni sospetto è troppo spesso sottovalutato dai musicisti e dai proprietari di home-studio. La presenza sul mercato di prodotti che, a parità di numero di ingressi e funzioni, hanno prezzi diversissimi contribuisce ad alimentare la confusione. Alla fine, coloro che sono disposti a spendere “il giusto” per questo componente fondamentale sono la minoranza.

Ho sempre sostenuto la profonda importanza di avere una buona “scheda audio”. Cominciamo anzitutto a dare a questo prodotto il peso che si merita chiamandolo col nome corretto: “scheda audio” è una definizione errata, che risale al periodo in cui le periferiche sonore di un computer erano quasi tutte interne e appunto avevano la forma di una scheda (prima ISA, poi PCI) che si inseriva in uno slot della mother-board del PC.

Quei tempi sono tramontati da un pezzo, e oggi la “scheda audio” è quasi sempre un box esterno che si connette al computer tramite un bus multifunzione. Ok, ma anzitutto… quale bus? USB? FireWire? Thunderbolt? La scelta tra queste opzioni è una questione sia di prestazioni che di longevità dell’installazione che si va a costituire. Negli anni in cui USB voleva dire un misero 12 Mbit/sec di banda passante (il cosiddetto USB 1.1), le interfacce audio erano limitate a portare due canali audio a risoluzione CD, e praticamente nulla più.

Aumentare il numero di canali e/o la risoluzione del flusso digitale non era possibile perché nel bus USB 1.1 i dati non transitavano abbastanza velocemente. Il pressoché coevo bus IEEE 1394 (commercialmente noto come FireWire), coi suoi 400 Mbit/sec di transfer rate, surclassava di molte volte la prestazione dell’USB e quindi era la scelta di elezione di chi con l’audio “faceva sul serio”. Fin dagli anni Novanta era infatti possibile portare su FireWire almeno otto canali audio a risoluzione 24 bit/96 kHz, e oltretutto con una stabilità e solidità informatica della connessione (cioè senza subire continui crash) assolutamente rimarchevoli.

La buona fama del FireWire è arrivata intatta fino ai giorni nostri, e ancor oggi le interfacce audio che utilizzano questo protocollo sono in grado di assicurare eccellenti prestazioni velocistiche e di stabilità. Purtroppo però il FireWire non è più supportato dai costruttori di computer nuovi, per cui chi già possiede interfacce audio con tale tipo di connessione deve ricorrere a schede adattatrici. Tali schede possono essere in standard PCIe per le macchine fisse e ExpressCard per quei pochi portatili che le ammettono ancora.

Non è invece possibile usare quegli adattatori da USB a FireWire di produzione cinese venduti da qualche tempo a pochi euro, che in realtà non funzionano affatto perché non effettuano alcuna conversione di protocollo ma solo una rimappatura degli stessi cavi da un tipo di connettore a un altro. Tali adattatori oltretutto possono comportare il rischio di bruciare la porta FireWire della macchina collegata, per cui sono da evitare nel modo più assoluto. Insomma, oggi chi già possiede un’interfaccia audio FireWire deve pensare a un percorso futuro di migrazione quando questa non sarà più supportata dal prossimo PC che acquisterà, mentre per chi è sul mercato del nuovo le poche interfacce audio IEEE 1394 ancora esistenti vanno scartate a priori dal novero dei prodotti “papabili”.

Rimane dunque un amplissimo mercato di interfacce audio basate su USB 2.0 (supportate pressoché da qualsiasi PC di recente costruzione), USB 3.0 (economiche e prestanti, ma supportate solo dai PC di ultima generazione) e Thunderbolt. Quest’ultimo standard si sta affermando come bus di elezione nei prodotti di fascia alta, grazie alle sue elevate prestazioni. È certamente destinato a rilevare lo spazio di mercato lasciato vuoto dal FireWire e appare dotato di buona longevità prospettica, ma anche in questo caso il supporto è ancora limitato alle macchine di recente apparizione.

Sta dunque a voi scegliere su quale soluzione orientarvi in base al PC che prevedete di usare e alle esigenze in termini di risoluzione audio e numero di canali contemporanei desiderati, ma probabilmente un’interfaccia USB 2.0 è ancora ampiamente in grado di assicurare le prestazioni richieste a un home studio e al contempo di connettersi con tutto.

Ciò che invece va analizzato con estrema attenzione è la qualità audio: oggi ci sono in circolazione “interfacce” a due canali che costano 30 euro e altre che ne costano 2.000. Non è pensabile che suonino tutte uguali, ma chiaramente a chi vuol spendere poco fa comodo credere che sia così. A supporto di tale convinzione vengono portate affermazioni che in realtà nascondono una profonda ignoranza sui meccanismi dell’audio digitale: “i numeri sono numeri”, “usano tutte gli stessi convertitori”, “oltre i 96 dB di dinamica e i 20 kHz di estensione l’orecchio non distingue”, e via banalizzando.

In realtà basta sostituire un’interfaccia di fascia medio-alta con una economica per sentire quasi sempre il suono rimpicciolirsi, perdere di definizione e ariosità in alto, perdere dinamica fin quasi a far smarrire il senso dell’incedere ritmico della musica. I chip di conversione possono anche essere identici nelle due unità, ma nella qualità della conversione A/D e D/A contano molti altri parametri costruttivi, oltre al tipo di chip utilizzati. Si va dalla bontà degli stadi analogici di entrata e uscita (che di solito influenzano grandemente la dinamica), alla presenza o meno di porte bilanciate e di eventuali trasformatori sull’input e/o l’output analogico, alla stabilità del clock (che ha effetti diretti sulla pulizia, la fermezza e l’assenza di fastidiose distorsioni che si manifestano come fatica d’ascolto), alla qualità dell’alimentazione.

Inoltre – sorpresona! – lo stesso chip di conversione può essere fornito dal costruttore in diverse selezioni più o meno qualitative, contraddistinte di solito dalla medesima sigla-base ma da un suffisso diverso, e anche questo ha un riscontro diretto sulla qualità audio. In definitiva, il mio consiglio è quello di non economizzare affatto sull’interfaccia audio, e viceversa dedicarle una parte importante del proprio budget-strumenti, in considerazione del riflesso diretto e marcato che essa ha sulla qualità sonora di ciò che fissiamo su hard disk (conversione A/D) e di ciò che ascoltiamo, mixiamo e masterizziamo (conversione D/A).

Una buona interfaccia vi farà godere di più i synth virtuali, vi farà ascoltare meglio e più chiaramente i vostri mix, e soprattutto vi farà registrare performance acustiche irripetibili con una qualità di cui non vi pentirete neanche negli anni a venire. Pensateci!

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

1 COMMENTO

  1. Grazie Giulio Curiel, un buon articolo.
    Io di solito lavoro più nei mix che nelle registrazioni, quindi non uso interfacce con molte IN e OUT.
    Dato che dovrei aggiornarla, cosa mi consiglia?
    Grazie 😉

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