Scrivere per la gente

[quote_box_center]Dopo il “Mondovisione Tour”, che lo ha portato a esibirsi per la prima volta in Nord America, Sud America, Australia e Asia, Luciano Ligabue ritorna in Italia con Campovolo 2015, a dieci anni dal suo primo concerto all’interno dell’Aeroporto di Reggio Emilia, per far assaggiare ai suoi fan, per la terza volta, una vera esperienza pensata e realizzata apposta per loro.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

PH Jarno Iotti
PH Jarno Iotti
[su_dropcap style=”flat” size=”4″]F[/su_dropcap]eroporto di Reggio Emilia, 6 maggio 2015: Luciano Ligabue esegue, di fronte a una folla di giornalisti radunati per l’occasione, i brani “Sogni di rock’n’roll”, “Certe notti” e “C’è sempre una canzone”, tratti rispettivamente dal primo disco omonimo, da “Buon compleanno Elvis” e dall’ultimo album live “Giro del mondo”. È un’esibizione minimalista, voce e chitarra acustica, in occasione dei 25 anni della sua carriera, con la quale Ligabue anticipa e presenta la terza edizione di Campovolo, il concerto evento che si svolgerà proprio all’aeroporto di Reggio Emilia il prossimo 19 settembre. Così, dopo una tournée in giro per il mondo, Ligabue torna ad esibirsi di fronte al pubblico italiano, quello che ne ha decretato il successo.

Luca Masperone  Prima di parlare di Campovolo, vorrei chiederti qualcosa a proposito del “Mondovisione Tour”, durante il quale hai suonato per la prima volta in Nord America, Sud America, Australia e Asia. Com’è stato tornare a esibirsi in situazioni più raccolte, club, piccoli teatri? Che tipo di set-up avete adottato, rispetto ai concerti nei grandi stadi?
Luciano Ligabue  Abbiamo suonato in posti che contenevano anche solo cinquecento persone. Ho vissuto l’esperienza come un salto indietro nel tempo, senza aspettative. Come un “viaggio della libertà”. Mi dicevo: non verrà nessuno? Pazienza. Lo facciamo per gli italiani all’estero. Invece è andato tutto bene, c’erano giapponesi che cantavano a memoria i miei brani, chi l’avrebbe detto! Poi, sapevo di avere dei fan in Brasile, ma non immaginavo che fossero così tanti. Riguardo al set-up, siamo riusciti a trasportare con noi due piccoli mixer digitali, uno per la sala e uno per il palco, che ci hanno permesso di essere costanti con il suono. Per il resto, abbiamo usato strumenti a noleggio e impianti del posto. È stato molto, molto divertente.

Luca  Veniamo a Campovolo 2015, che si svolgerà il prossimo 19 settembre. Ce ne parli?
Ligabue  Sarà l’occasione per festeggiare un triplo anniversario: 25 anni di carriera e dall’uscita del mio primo disco, 20 anni dalla pubblicazione di “Buon compleanno Elvis” e 10 anni dal primo Campovolo. Per l’occasione, suonerò integralmente il mio primo album con il gruppo che mi aveva accompagnato allora, i ClanDestino, eseguirò integralmente “Buon compleanno Elvis” con la band originale del disco (La Banda) e con la presenza del produttore storico Fabrizio Barbacci, più il meglio del materiale degli ultimi 20 anni con i miei attuali musicisti (Il Gruppo). Il 18 settembre inizieranno i festeggiamenti, il giorno dopo si svolgerà il concerto. Sarà più che uno spettacolo, con il Liga Village, aree di aggregazione diurna, un’Area Mongolfiere, artisti di strada e tanto altro. Tutti quelli che hanno acquistato il biglietto hanno ricevuto in omaggio uno “special box” commemorativo dei primi 25 anni della mia carriera. Per altre informazioni, potete visitare il sito campovolo.ligabue.com.

Luca  Com’è cambiato il tuo modo di lavorare in studio, dal primo album passando per “Buon compleanno Elvis” fino ai tuoi ultimi lavori?
Ligabue  Il primo disco lo abbiamo registrato e mixato in 21 giorni. Per stare nei costi e in quei tempi, ci fecero registrare basso e chitarre senza ampli. Fortunatamente il suono lo avevamo già fissato in sala prove e siamo riusciti a difenderlo. “Buon compleanno Elvis” ha goduto di una buona fase di pre-produzione e in studio abbiamo potuto lavorare sui singoli suoni con una certa tranquillità. Anche in quel caso, grazie al lavoro di Barbacci, si è riusciti a esaltare il sound di un gruppo di lavoro. Negli anni successivi è avvenuta una trasformazione profonda della tecnologia a disposizione in studio, soprattutto l’avvento di Pro Tools ha prodotto cambiamenti radicali nelle tecniche di ripresa e di montaggio. Detto questo, io continuo a voler lavorare molto in fase di pre-produzione, per fissare suoni e arrangiamenti. Solo quando le idee sono chiare si passa alla registrazione vera e propria. Che, comunque, ancora oggi passa attraverso gli amplificatori, il suono naturale della batteria e i pre del mio mixer SSL.

Luca  Cosa significa per un artista rock essere popolare, non nel senso di famoso, ma di riuscire ad arrivare a molte persone, al grande pubblico?
Ligabue  Io penso che la canzone debba arrivare sempre alla gente. Se non lo fa, mi sembra sbagliata. Considero la canzone come una riduzione del melodramma, per questo secondo me deve essere popolare. Da giovane ero un amante del rock progressivo e dei cantautori, quindi scrivevo brani con una musica difficile e un testo ricercato. Poi un giorno ho scritto un pezzo nella semplice forma canzone, che raccontava il sabato sera passato con gli amici, e ho visto che tutti lo cantavano, lo sentivano proprio. Il brano era “Sogni di rock’n’roll”, e da lì in poi ho sempre scelto di utilizzare le parole semplici con cui si parla, cercando di esprimere una poetica con quelle.

Luca  Questo tipo di scrittura è immediato o richiede tempo?
Ligabue  Io sono uno che scrive tanto. Il 90% delle mie canzoni nasce dall’urgenza, a volte anche in cinque minuti. Poi c’è un accurato lavoro di artigianato: migliorare il testo, sistemare le rime meno fortunate, le tronche che non possono proprio funzionare, eccetera. Negli anni, soprattutto per quanto riguarda i testi, il mio approccio è cambiato molto. Prima c’era l’incoscienza totale, poi ho visto l’effetto che le canzoni facevano sulle persone. Ora sono meno incosciente e più libero. Una volta mandavo avanti dei personaggi, oggi metto in gioco me stesso. Ad ogni modo, se si sapesse come scrivere brani di successo, lo farebbero tutti. Io cerco di restare vero, anche perché sono sicuro che con la musica alla gente non la si fa.

Luca  Ti sono mai capitati degli insuccessi significativi?
Ligabue  Certo: dopo il terzo disco, sembrava che la mia carriera fosse finita. E poi con l’album “Miss Mondo”. Lì il materiale trattato non poteva essere popolare, perché l’argomento stesso era impopolare: in “Una vita da mediano” dico che anche se hai successo, la tua vita può comunque non andare bene, il successo non risolve tutti i problemi. E questo è estremamente impopolare da dire. Quando un disco va male, ti arrivano meno telefonate e passi il tempo da solo a riflettere.

Luca  Com’è il Ligabue ascoltatore di musica, oggi?
Ligabue  Di questi tempi purtroppo mi nutro male di musica, su Spotify e in modo discontinuo.

Luca  Quali sono gli strumenti ai quali sei più affezionato? Hai delle chitarre feticcio?
Ligabue  Ho circa una trentina di chitarre. Fra le elettriche, quelle che ho utilizzato di più dal vivo sono state una White Falcon e una Silver Jet della Gretsch, una Gibson SG e una Fender Telecaster Custom del ‘72. Comunque suono l’elettrica sempre e soltanto per accompagnarmi, per cui la Telecaster, alla lunga, vince. La mia passione sono soprattutto le acustiche, quando scrivo lo faccio suonando quelle. E lì le mie preferite sono Gibson: Hummingbird, J-200, J-45 e, dal vivo, una Emmylou Harris, la più affidabile.

Luca  “C’è sempre una canzone”, il primo inedito dell’album live “Giro del mondo”, ha un arrangiamento piuttosto grintoso, caratterizzato dal suono delle chitarre elettriche distorte. C’è nell’aria il ritorno a un tipo di rock più aggressivo, oppure si tratta di un episodio isolato?
Ligabue  È l’arrangiamento che ci è uscito giocando con quella canzone. Non so cosa stia a significare. Credo che ogni brano abbia bisogno del vestito giusto, chitarre distorte oppure no.

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