L’arte del cabling

Cavo multipolare Mogami con connessioni Neutrik-bilanciate

Il cablaggio dello studio è una di quelle attività che gli appassionati affrontano con atteggiamenti estremamente diversificati, da quello meno impegnato e attento a quello più maniacale. Per i professionisti non è così: in essi prevale un solido pragmatismo che attribuisce il giusto peso al cabling. Facciamolo anche noi.

I cavi sono il sistema nervoso del nostro studio. Attraverso di essi passano tutti i segnali generati e trattati da microfoni, strumenti e outboard selezionati con mille attenzioni. Eppure non sempre diamo la giusta importanza a come tali segnali viaggiano. Questo è profondamente sbagliato, perché a nulla serve spendere soldi e attenzioni per le “macchine” e poi lasciare che il prezioso segnale che generano o processano venga deteriorato da un connettore difettoso o da un cavo a capacità troppo elevata. Va detto che questo atteggiamento nasce spesso come reazione a quello, maniacale e privo di consapevolezza economica, di molti appassionati di alta fedeltà che in diverse epoche hanno finito per mitizzare il “suono dei cavi” e di conseguenza per spendere per essi cifre folli.

Funziona più o meno così: gli appassionati di hi-fi sono persone che non debbono produrre nulla con le loro macchine, ma solo inseguire un ideale di ascolto perfetto. Alcuni di essi riescono a gestire tale passione con pragmatismo, mentre altri sconfinano nel gioco di società, o peggio nella passione incontrollabile e nell’ossessione. Accade così che sul mercato dell’hi-fi compaiano cavi da 300 euro al metro, ma si può arrivare anche a dieci volte tanto. Si tratta di cifre spesso spropositate in rapporto al valore delle macchine che andranno a collegare, e comunque davvero difficili da giustificare per un cavo se non in forza di una passione con pochi punti di razionalità. Cambiamo punto di vista, e andiamo a guardare la cosa con gli occhi dei proprietari di uno studio personale: costoro hanno un punto di vista nettamente più “pro” (o almeno cercano di averlo) e guardano con snobismo e irrisione alle “manie” dei loro amici audiofili.

Per gli appassionati di home-recording un cavo vale l’altro perché devono spesso far quadrare un bilancio che non basta mai ad acquistare tutti gli strumenti e processori che si vorrebbe possedere. Il cavo diventa allora vittima sacrificale di un processo di contenimento dei costi e si tende a liquidare la questione della qualità dei cablaggi come “allucinazioni da audiofili”.

In realtà, entrambi i punti di vista sono sbagliati: i cavi buoni servono davvero, e davvero sono in grado di marcare una differenza a livello audio. Solo che in essi bisogna spendere con intelligenza, privilegiando i prodotti che sono contraddistinti da un rapporto prestazioni/prezzo corretto. Il vero problema dei cavi è che essi non sono contraddistinti da un funzionamento on/off (ovvero “si sente o non si sente”), ma possono depauperare il segnale audio in tanti modi subdoli. Accade allora che un connettore ossidato arrivi al punto di presentare nel tempo una resistenza talmente elevata da abbassare proprio il livello del segnale in transito, ma senza che ciò sia immediatamente percepibile (si sente ancora, ma più piano). Può capitare che collegamenti lunghi effettuati con cavi a capacità elevata provochino una sensibile chiusura alle alte frequenze: non succede sempre e dipende dalle impedenze dei prodotti in gioco, ma per esempio si tratta di uno scenario comune quando si collega un paio di monitor attivi a un monitor controller con attenuatore passivo.

Conviene dunque usare cavi di provata e rinomata qualità, capacità contenuta e bassa microfonicità (il cavo può trasmettere rumori elettrici quando percosso o movimentato). Per quanto riguarda i connettori, meglio affidarsi a quelli dorati: la doratura viene in genere applicata a connettori meccanicamente migliori, e quindi in grado di assicurare un collegamento più stabile. Il riferimento del settore è certamente Neutrik, ma si possono trovare anche altre soluzioni più economiche ma ancora valide. Ciò che vale sempre la pena di fare con un nuovo cavo è un test di ascolto e d’uso di un esemplare acquistato per campione, magari a confronto con un prodotto di caratteristiche elevate. Una volta “promosso”, il cavo potrà essere acquistato in più esemplari già intestati (o comprato in matassa per saldarsi da soli ciò che serve) e impiegato per il cablaggio di macchine simili.

Il caso peggiore da controllare è però quello dei collegamenti digitali: escludendo il caso macroscopico di una connessione non funzionante o inaffidabile al 100% – che si risolve in rumori digitali derivanti dalla perdita del clock o da una quantità di errori che gli algoritmi di correzione non riescono più a riparare – il resto dei cavi digitali pare funzionare sempre, in ogni situazione e con ogni apparecchio. Peccato però che il cavo S/PDIF trasporti anche il clock del segnale e che, in presenza di una connessione inadeguata, il receiver posto nel convertitore o comunque nell’apparecchio a valle (potrebbe essere anche un processore digitale) possa fare fatica crescente a rigenerare tale clock o anche solo a seguire i fronti di salita delle waveform che indicano il passaggio da 0 a 1 e viceversa. In questi casi la qualità del segnale audio in uscita può degradarsi sensibilmente, a causa di jitter e altri artefatti. Per una connessione S/PDIF affidabile non basta usare un cavetto pin RCA per uso analogico, occorre scegliere quello appropriato per questo tipo di collegamento digitale. I collegamenti in standard S/PDIF sono progettati per avere un’impedenza resistiva di 75 ohm. Se tale valore di impedenza è precisamente rispettato in tutta la catena trasmissiva (sorgente-cavo-receiver del convertitore o del processore a valle), il transito di segnali digitali avviene senza alcun problema. Se invece vi sono dei disallineamenti di impedenza, si possono causare delle riflessioni tra i due capi della catena: il segnale può dunque tornare indietro dal receiver alla sorgente e lungo il cavo i due segnali possono mischiarsi, dando origine a fronti d’onda non netti e quindi di più difficile decodifica da parte del convertitore.

La prima lezione da trarre è quindi quella di usare cavi specificamente disegnati per uso in collegamenti S/PDIF e quindi dotati di impedenza di 75 ohm, evitando sia i cavi per uso analogico che quelli per uso AES/EBU (quest’ultimo collegamento prevede impedenze di 100 ohm). Andrà poi preferito un cavo OFC di buona qualità, e dotato di connettori RCA dorati e di buona presa (non “laschi”), al fine di garantire la migliore connessione meccanica e quindi l’assenza di perdite nel delicato stadio in cui il segnale transita dal cavo all’apparecchio cui è collegato.

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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