La tecnologia ha veramente migliorato la produzione musicale?

“La tecnologia ha veramente migliorato la produzione musicale?”. Mi sono posto spesso questa domanda e da grande amante delle innovazioni, mi sono chiesto di frequente quanto abbiano migliorato la mia professione. Non sono in grado di trarre degli assiomi assoluti, perciò mi limiterò a riportare delle riflessioni basandomi sui fatti della quotidianità che vivo nell’industria musicale.

Oggi è assolutamente possibile pensare, scrivere, arrangiare, mixare, masterizzare, girare un videoclip, metterlo online e seguirne l’aspetto promozionale senza alzarsi dalla sedia della propria scrivania.
La qualità raggiungibile con un laptop di ultima generazione e una scheda audio di qualità anche media è immensamente superiore a molti studi anni Ottanta o Novanta. Stesso ragionamento vale per la promozione. La tecnologia ha moltiplicato esponenzialmente le possibilità di raggiungere un vasto pubblico, anche senza dover pagare profumatamente figure professionali adeguate.

Ebbene tutto questo è assolutamente fantastico!

Ma allora dove si trova l’inghippo?

Spesso tutta questa facilità di accesso, fa attivare una sorta di “delirio di onnipotenza” nel musicista, produttore o autore e troppo spesso per mille motivi ci sono persone che si improvvisano in ruoli che invece richiederebbero anni d’esperienza, grandi fatiche e tanta dedizione prima di essere padroneggiati.

Tutto questo conduce a due grossi problemi: innanzi tutto c’è un impoverimento collettivo, viene a mancare lo scambio di esperienze, la tradizione, il buon vecchio artigianato.
In secondo luogo, si distrugge il mercato perché, sempre più spesso, il produttore, il discografico o lo stesso cliente dello studio privato, piccolo o grande che sia, si abitua al “deus ex machina” e quindi i ruoli stessi vengono distrutti per primi da chi invece dovrebbe giovarne, da chi dovrebbe trarne lavoro.

Tempo fa un produttore e autore italiano molto importante mi disse: «prima di parlare di certe cose, arriva almeno a fare un disco di platino e poi ne riparliamo».
All’inizio lo giudicai arrogante, oggi invece lo ringrazio!
Arrivare a creare una canzone in grado di emozionare è un’alchimia di talento, rapporto umano, psicologia e padronanza tecnico-musicale incredibile.
Il mezzo tecnico, posto che sia di adeguata affidabilità, nulla conta se non è nelle mani di un “pilota” con esperienza. È scontato, starete pensando, infatti lo è in termini teorici, ma in termini pratici lo è meno di quanto si pensi.

La musica è emozione, non è un’arte sempre assoluta, perché il gusto cambia radicalmente da genere a genere (pensate all’estetica musicale di un purista del jazz, di un ascoltatore di metal o di un radicato fan della pop music); eppure, nonostante le differenze, c’è un aspetto che accomuna tutte le estetiche: l’emozione che il disco crea!
Il messaggio emozionale arriva attraverso un processo unico: la maestria della produzione, “l’ingegneria” della produzione.
A questo punto dobbiamo aprire una parentesi definendo il significato di ingegnere. Ingegnere è colui che concilia l’intuizione e l’arte e trova il modo di metterle in pratica materialmente, attraverso una profonda conoscenza della “macchina”.
Catturare su di un formato tecnico atto alla riproduzione di massa la musica, riuscendo a “far uscire emozione” dalle casse è arte che si capisce solo in anni e anni di errori e tentativi andati male.

Ecco allora dove tutta questa accessibilità diventa controproducente.

1 COMMENTO

  1. Discorso molto discutibile, a mio parere un musicista/compositore che intende fare un prodotto musicale pensando solo alla musica suonata e non considerando quello che creativamente si può fare in uno studio di registrazione o con un computer dedicato alla musica non svolge bene il suo lavoro.
    L’aspetto creativo che c’è in tutto l’iter produttivo è importantissimo, sia per le emozioni che per la qualità. Se un compositore delega questo ad altri, il prodotto che ne deriva non può considerarlo suo veramente ma una collaborazione tra vari artisti in cui ognuno mette la sua sensibilità e la sua idea. Se invece ha una ottima conoscenza di tutto quello che si può creare in studio può pensare veramente a creare la “sua” visione musicale.
    Poi la faccenda del disco di platino mi sembra un ragionamento limitato alla musica pop di consumo, nel caso di un prodotto musicale come il jazz o qualcosa di un po’ più ricercato della musica radiofonica questa affermazione mi sembra fuori luogo

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