La scelta dell’interfaccia di lavoro

Steinberg CC121

“Interfaccia”, ovvero quella componente tecnologica che si frappone tra l’uomo e la macchina, quella che rende accessibili al primo tutte le funzioni e le potenzialità che offre la seconda. Cosa c’è dunque di più importante se non scegliere l’interfaccia più giusta per il proprio modo di lavorare?
Quella che vi propongo è una riflessione in apparenza banale, ma che in realtà ben pochi musicisti e producer fanno, specialmente all’inizio della propria carriera. Quando si è giovani e freschi di esperienza infatti si desidera soprattutto suonare, ricercare i timbri e le sonorità caratteristiche che permettono di avvicinarsi il più possibile al genere che si ha in mente, o magari direttamente al proprio artista di riferimento. In questa “corsa al suono” non si va tanto per il sottile e ci si tuffa acriticamente verso qualsiasi prodotto che prometta il raggiungimento di tale obiettivo. Spesso anche il budget è un limite alla composizione del proprio set-up ideale, e così si finisce per mettere insieme plug-in, DAW, qualche strumento hardware digitale, un analogico perché oggi va tanto di moda e poi ormai costa poco… Ben presto però ci si accorge che un set-up poco “pensato” non aiuta la creatività, anzi la rallenta fortemente.
La ricerca di modi efficaci di raggiungere il suono che si desidera, di comporre con strumenti e controller che non si padroneggiano completamente finisce per stressare il musicista e abbassarne il livello di creatività. Si girovaga da uno strumento all’altro, da una schermata all’altra, il tempo passa e non si conclude nulla. Tutto questo dura finché, pian piano, si riesce a comprendere che è l’interfaccia dell’intero ambiente di lavoro che ci siamo costruiti a influenzare il nostro modo di lavorare. Se l’interfaccia è confusa e incoerente si perde molto tempo a gestirla e non si arriva alle funzioni e ai suoni che pure risiedono all’interno delle nostre macchine, ma che non è sempre facile tirar fuori. Puntiamo dunque prima di tutto l’attenzione a quello che da ormai almeno un decennio è il centro nevralgico della stragrande maggioranza di home e project studio: la DAW. Un tempo si chiamava sequencer audio/MIDI e costituiva il “registratore” su cui si depositavano i dati di esecuzione. Oggi però le sue funzioni si sono espanse e la DAW è diventata anche centro di composizione, rack di strumenti ed effetti, mixer. Diventa dunque fondamentale capire come vogliamo comporre, se in maniera lineare o per pattern e frasi: se quest’ultima è la modalità che ci è più congeniale per stile musicale e modo di “pensare” la musica, dobbiamo dunque orientarci obbligatoriamente su DAW come Ableton Live o Bitwig Studio. Pensiamo anche all’interazione fisica con queste piattaforme: se per noi controllare la DAW col mouse è frustrante e poco intuitivo (ma non è detto che sia così per tutti, attenzione!), vale la pena spendere una cifra anche non piccola in un controller ben “ritagliato” sulla DAW di elezione.
In particolare, gli utenti Ableton oggi hanno la soluzione di Push 2, che è una superficie di controllo strettissimamente integrata con Live e che rende immediato interfacciarsi fisicamente con tale piattaforma. Chi ha provato Push 2 afferma che essa fa fare veramente un salto di qualità e di velocità al modo di lavorare in ambiente Ableton. Bitwig invece non ha un controller dedicato, ma certamente la pletora di prodotti (soprattutto Akai e Novation) pensati per la composizione a clip possono consentire un’accelerazione importante anche in questo ambiente. Chi lavora con Cubase invece dovrà pensare seriamente a un controller dedicato per gestirne mixer e trasporto: in questo senso Steinberg è da molti anni all’avanguardia con un prodotto come il CC121 che permette l’accesso diretto alle funzioni di canale, di EQ e di trasporto. La funzione Advanced Integration permette inoltre ai possessori di CC121 di controllare anche plug-in di terze parti coi comandi fisici del controller, e anche in questo casi si tratta di una funzionalità che una volta provata è difficile da ignorare. Per quanto riguarda gli strumenti musicali, è davvero importante capire quali si desidera usare. Si deve sempre partire dal loro suono, certamente, ma non va trascurata anche la loro potenzialità di editing. Con questo voglio dire che lavorare con plug-in di sintesi o moduli hardware senza controlli tattili, dal suono straordinario ma dall’interfaccia ostica, può essere più frustrante e meno creativo che lavorare con synth fisici con una palette sonora meno ampia, ma magari maggiormente dotati di comandi fisici sui quali intervenire in tempo reale.
Se dunque si privilegiano gli strumenti virtuali, varrà la pena spendere qualche centinaio di euro nel miglior controller mappabile che si possa acquistare. In questo senso restano ancora oggi difficilmente eguagliabili le caratteristiche offerte dai modelli Novation della serie Impulse e ReMOTE, con il loro corredo di encoder, potenziometri, slider e pulsanti sovrastati da display che ne indicano dinamicamente la funzione. Se invece si ha una predilezione per i virtual synth Native Instruments, può essere saggio investire sulle recentemente rilasciate tastiere della serie Komplete Kontrol, che rendono tali synth quasi “fisici” nel loro interfacciarsi con l’utente. Infine, se si ha una passione smodata per il groove, niente è più immediato e intuitivo delle tante “scatolette” che oggi stanno apparendo sul mercato: si tratta di groovebox dedicate tipicamente ai suoni di batteria e di basso (Korg serie Volca, Roland serie AIRA, Cyclone Analogic TT-303, Avalon Bassline Synthesizer, Twisted Electrons Acid8, ecc…) che, a fronte di investimenti contenuti in poche centinaia di euro, offrono un approccio hands-on che nessun software saprà mai dare. Meditate…

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

8 Commenti

    • Abbiamo girato la tua domanda ad Alessandro Magri, docente certificato Logic dal quale speriamo di ricevere presto una risposta. Ti ringraziamo per l’interesse. Saluti, la redazione

    • Ciao Max, provo a risponderti io.

      Non c’è un’interfaccia creata apposta o consigliata per Mainstage. Questo perché non bisogna adattare l’interfaccia a Mainstage, ma è Mainstage che si adatta a qualsiasi interfaccia, e tu ritroverai sullo schermo tutti i controlli della tuo dispositivo (alcuni in automatico, alcuni li devi disegnare tu).

      Detto questo, è inutile avere i controlli di trasporto (Play, Rec ecc.) perchè Mainstage non è una DAW (come Logic, Cubase ecc..) ma serve solo per suonare dal vivo.
      Quindi scegliere l’interfaccia giusta dipende da cosa devi suonare. Solitamente una tastiera con alcuni slider e manopole è sufficiente. Se invece usi drum machine o comunque molti suoni percussivi ti conviene sceglierne una che abbia anche dei pad.
      Anche i vari pedali (sustain, espressione ecc..) possono essere utili.

      Spero di essere stato chiaro, se hai altri dubbi chiedi pure.

      • Ciao Francesco, grazie della tua risposta.
        Le informazioni che mi hai dato le conosco bene, utilizzo mainstage da anni e ormai non ha segreti 🙂
        Quello che in effetti mi interessa trovare potrebbe essere davvero qualche controller esterno con fader motorizzati (che si spostano nella posizione giusta al cambio di set/patch) e con i controlli di start/stop dedicati visto l’ampio uso di sequenze e basi che faccio.

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