Kenny Wayne Shepherd: bluesman di razza dalla Louisiana

— a cura di Luca Masperone

Il blues per chitarra elettrica sembra essere rifiorito in questi ultimi anni, tenendo presente la lezione dei grandi maestri del rock blues degli anni ’60 e acquisendo nuove sfumature e dettagli, contaminazioni con altri generi e una migliore tecnica, sempre al servizio della musica.

Se il primo nome che ci viene in mente è Joe Bonamassa, questa volta vogliamo parlare di un altro fuoriclasse della chitarra blues americana, di sicuro non meno agguerrito: Kenny Wayne Shepherd. La sua band, che può contare tra gli altri su Chris Layton, batterista dei Double Trouble (il gruppo di Stevie Ray Vaughan, non a caso un “guitar hero” che ha ispirato molto Shepherd) e sull’eccellente voce di Noah Hunt, ha recentemente intrapreso un tour europeo che ha toccato anche l’Italia, ottenendo consensi in tutto il vecchio continente.
Con una carriera che conta cinque nomination ai Grammy Awards, due Billboard Music Awards, così come due Blues Music Awards e due Orville H. Gibson Awards, Kenny Wayne Shepherd oggi ha dimostrato di essere all’altezza dei propri maestri, e noi lo abbiamo incontrato per parlare del suo settimo album in studio “Goin’ Home” e per farci raccontare i dettagli, dalla scelta dei brani alle chitarre utilizzate, dagli ospiti al lavoro con i musicisti della band: “Per questo disco abbiamo registrato molte canzoni, vecchi brani blues con i quali sono cresciuto da bambino, che negli anni mi hanno ispirato come musicista; pezzi di artisti come B.B. King, Albert King, Bo Diddley, Stevie Ray Vaughan, Johnny “Guitar” Watson, Lee Dorsey e altri ancora. Durante le registrazioni, alcune di queste canzoni hanno iniziato a brillare di luce propria, così non è stato difficile scegliere quali sarebbero entrate a far parte dell’album”.
Il tiro, effettivamente, è alto dall’inizio alla fine. “Do molta importanza al tempo, al groove, ai testi e alle tonalità, per essere sicuro di avere sempre i pezzi giusti nel giusto contesto”. Lo stesso discorso si può fare per le parti degli ospiti presenti nel disco, tra cui segnaliamo un esplosivo duetto con Warren Haynes e un ricco sound orchestrale alla B.B. King ad opera della Rebirth Brass Band. “Ognuno di loro nutre un profondo amore verso il blues, grazie al quale hanno conferito ai brani quel qualcosa in più”, spiega Kenny.
“Oltre ai due nomi da te citati, vorrei ricordare Ringo Starr, Joe Walsh, Keb’ Mo’, Kim Wilson e Robert Randolph”. Una caratteristica comune a molti bluesman è quella di cantare personalmente le proprie canzoni, anche quando non possiedono una gran voce. Shepherd invece ha preferito affidare le parti vocali principali a Noah Hunt, da lui definito “uno dei migliori cantanti in questo genere oggi”. Quando gli chiediamo riguardo a questa scelta, ci risponde: “Nel corso della mia carriera ho gradualmente cantato sempre di più, ma ci sono stati anni in cui non mi sentivo adatto a interpretare le canzoni che scrivevo. Penso che la cosa più importante sia realizzare la migliore musica possibile, e questo all’inizio significava servirsi di un altro cantante. Noah collabora con me da quasi 18 anni, è un’importante parte della band, ma posso dire con orgoglio che io stesso ho cantato diverse canzoni di questo ultimo disco!”.
Parlando di chitarre, Kenny è un fedelissimo della Fender: “Ho usato molte delle mie Stratocaster vintage in questo album, tra le quali i miei modelli del ’61, ’59 e ’58. Ho utilizzato anche differenti versioni della Kenny Wayne Shepherd Signature Series Stratocaster, un grande strumento con alcune caratteristiche interessanti, ad esempio i pick-up custom KWS che suonano in modo fantastico e dei quali sono molto orgoglioso”. Riguardo allo stile solistico, Kenny è un fiume in piena, energico e raffinato allo stesso tempo, sempre pertinente e molto naturale: “Lascio sempre spazio per l’improvvisazione. In studio tutti i miei assoli nascono dal nulla, inizio con una lavagna bianca e vedo dove mi porta la musica”.

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