John Mayall – 82 anni di puro British Blues

JOHN MAYALL
Photo:Fabrice Demessence

Considerato “il padrino del British blues”, 82 anni, oltre 60 dischi pubblicati e una carriera che ha superato la boa dei 50 anni, John Mayall non sembra aver perso un grammo della sua grande passione per il blues. Basti vedere come si dimena suonando le tastiere, improvvisando un assolo con l’armonica o cercando la nota giusta con la sua chitarra.

Quanta importanza ha l’improvvisazione nei tuoi live?
È fondamentale. Non facciamo mai lo stesso concerto ogni sera, la mia filosofia è semplice: “Just do it”. La chiave è l’interplaying, il reagire l’uno con l’altro. Ci guardiamo, decidiamo cosa fare al momento. Non penso mai a cose come tenere sotto controllo ogni aspetto della band, tutto è molto spontaneo, naturale. Si tratta di improvvisazione intorno a un punto fermo.

Nel tuo ruolo di “bandleader”, in che misura dai indicazioni ai tuoi musicisti e quanto invece li lasci liberi di suonare come desiderano?
Scelgo sempre i miei musicisti in base a ciò che suonano, quindi li lascio assolutamente liberi di essere se stessi.

Fai circa 100 concerti all’anno, dando il 200% a ogni esibizione. Come mantieni professionalità ed entusiasmo dopo più di 50 anni di carriera?
Nel 2014 ho fatto 130 date, mentre nel 2015 sono state una novantina. Con la mia band, giro tutto il mondo. In realtà, la cosa che prosciuga davvero le energie è quando hai un giorno libero: stai semplicemente seduto in un albergo aspettando il momento di suonare di nuovo. Quando invece hai un concerto ogni sera e stai viaggiando, tutto funziona in automatico. È più facile. Un altro vantaggio è che se suoniamo più di 100 date all’anno, dopotutto si tratta solo di un terzo dell’anno, quindi posso passare i restanti due terzi a casa. È impagabile. È come avere due vite separate, diverse, ma compatibili l’una con l’altra. Quando poi è un po’ che sei a casa, non vedi l’ora di tornare di nuovo “on the road”, per fare qualcosa di differente.

In questo momento in Italia si sente la mancanza di una vera e propria scena musicale, qualcosa da cui possa nascere ed arrivare al pubblico musica nuova e originale. Vuoi parlarci dell’Inghilterra dei primi anni Sessanta, del contesto in cui è iniziata e si è evoluta la tua carriera?
È una domanda difficile. Sono sempre stato immerso nel blues e nel jazz, tutta la mia vita. Il fenomeno del British Blues è nato grazie a personaggi come Alexis Korner e Cyril Davies, che ci hanno aperto la strada. La mia carriera è iniziata sul serio quando mi sono trasferito a Londra nei primi anni Sessanta: il periodo era ricco di stimoli e di fermento musicale, io ho semplicemente seguito la strada percorsa prima di me da Korner e Davies. Il resto è storia.

Grazie a quali dischi ti sei formato?
Su tutta la discografia jazz e blues, ma non potrei farti dei nomi: il repertorio e gli artisti che appartengono a questo mondo sono talmente tanti e immensi, che per me è impossibile anche solo scegliere i miei preferiti.

Oggi possiamo trovare qualsiasi tipo di strumento musicale o accessorio nei negozi, com’era all’epoca la disponibilità di strumenti in Inghilterra?
Penso che ci fossero abbastanza chitarristi elettrici in giro, con le loro chitarre e amplificatori, quindi direi che ognuno poteva trovare qualsiasi cosa volesse! Magari in alcuni paesi non c’era una grande scelta o disponibilità, ma in Inghilterra avevamo tutto quello che ci serviva già allora.

Nel 2015 è uscito il tuo ultimo album, “Find a Way to Care”. Come si è evoluta l’attrezzatura degli studi di registrazione, dai tempi dei tuoi primi dischi fino ad oggi?
Ogni album riflette quello che fai e che sei in un determinato periodo della tua storia musicale. Di conseguenza, viene sviluppato con la tecnologia del tempo, che è in continua evoluzione. Ma in fondo, si tratta solamente di attrezzatura, non rappresenta il fine. Io non sono mai stato legato particolarmente al progresso tecnologico, sono uno che prende la sua tastiera, la sua chitarra, la sua armonica e suona. Quel che è certo è che lo sviluppo della tecnologia ha reso via via le cose più semplici, più immediate.

Ci parli del disco? Cosa lo distingue dalla tua più recente produzione?
La principale differenza, rispetto a “A Special Life” del 2014, è l’aggiunta di una sezione di fiati, che conferisce al disco un sapore diverso. Riguardo alla scelta delle canzoni, mi assicuro sempre che i brani siano in tonalità differenti e che risaltino atmosfere distanti l’una dall’altra. Ci sono persone che si accontentano di registrare un album intero usando solo due tonalità, per me non ha senso. Mi piace pensare al mio lavoro come a un piccolo viaggio musicale, che conduce l’ascoltatore attraverso differenti ere del blues, quindi è ovvio che la varietà acquisti un’importanza fondamentale.

Rispetto ai tuoi storici primi lavori, è presente una maggiore consapevolezza?
All’età di 82 anni, sopraggiunge una certa maturità, che nasce quando capisci esattamente quello che vuoi. Ma, in realtà, tutto dipende dalle persone con cui stai lavorando. Con questa band (Rocky Athas alla chitarra, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria) siamo davvero molto creativi e ogni sera è differente. Questo mantiene le cose fresche ed eccitanti. Penso che il nuovo disco sia una fotografia perfetta del momento.

Tu sei un polistrumentista, ma hai un’evidente predilezione per le tastiere…
Sono il mio strumento principale, cosa che viene fuori dall’album e naturalmente anche dal vivo. Sono il fondamento di ciò che faccio. Stasera sul palco ho una Roland RD-700GX, anche se non sono così interessato a marche e modelli.

Qual è la tua posizione nei confronti del vintage? Pensi che siano strumenti dai suoni preziosi o che siano sopravvalutati?
Tra i tastieristi l’argomento è meno sentito, si tratta di qualcosa legato più al mondo della chitarra, secondo me.

Ho intravisto una delle tue chitarre, che ha la caratteristica di avere un corpo molto piccolo…
È una Gibson, il body come dici tu è piccolissimo, con le buche a effe, ha un solo pick-up (un P-90) al manico e il ponte con il “tailpiece”. Non ricordo esattamente il modello (a noi sembra una ES-125 del 1958). Ho aggiunto le decorazioni ai lati, cosa che puoi notare su quasi tutte le mie chitarre, e nient’altro. Se uno strumento suona bene, non ho particolari esigenze che mi portino ad effettuare modifiche sostanziali.

Puoi dirci qualcos’altro sulla vostra strumentazione?
È sul palco, ti accompagno a vederla (nella nostra breve permanenza in scena, possiamo notare che la chitarra di John è collegata a un amplificatore Roland Jazz Chorus dal suono pulitissimo e cristallino, le sue armoniche a bocca, una per ogni tonalità, disposte sulla parte sinistra della tastiera, partendo dal Sol; la chitarra di Rocky Athas, una Gibson Les Paul, è collegata a un amplificatore Fender The Twin, microfonato sulla sua parte destra, mentre di fronte alla sua metà sinistra è stata posizionata una scatola. I pedalini del set-up di Rocky sono essenziali: un accordatore cromatico Boss, che entra in un Ibanez TS9, che va in un Ibanez TS10. Per il bassista Greg Rzab, basso Fender e testata Ampeg SVT Classic, che di lì a poco avrebbero fatto tremare il teatro. Cassa Pearl e piatti Zildjian per il batterista Jay Davenport).

Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor e il tuo attuale chitarrista Rocky Athas: puoi dirci quali sono, secondo te, i punti di forza dello stile di ognuno di questi “tuoi musicisti”?
Il punto è che il loro modo di suonare non assomiglia a quello di nessun altro. Questo è importante: sono riconoscibili, il loro stile è personale. Quindi sono unici, ed è quello che conta.

Qual è il consiglio che “il padrino del British Blues” vuole dare alle nuove leve di musicisti e artisti, blues e non?
Fate quello che pensate possa essere il più personale e distintivo possibile, senza preoccuparvi se avrà successo o meno. Perché, anche se tanti vi diranno di avere la ricetta del successo, in realtà nessuno la conosce. Esplorate, siate veri, autentici, senza accettare regole imposte dagli altri. Ci sono così tanti giovani di talento che non saprei sceglierne uno in particolare, la tecnica musicale si è evoluta molto negli anni, al contrario della discografia. Ma sono gli artisti a rappresentare il futuro della musica.

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