[quote_box_center] Cita tra le sue influenze Paul Simon, Crosby, Stills, Nash & Young, ma anche artisti italiani come Fabrizio De André, Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Lucio Battisti. Jack Savoretti, dopo il successo dell’ultimo album “Written In Scars”, ritorna nella sua Italia con una serie di concerti estivi.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

PH Angelo Zaramella
[su_dropcap style=”flat” size=”4″]I[/su_dropcap]suoi brani coniugano groove, melodia e una voce calda e roca allo stesso tempo. Un successo meritato quello di Jack Savoretti, raggiunto attraverso un lungo lavoro “on the road”, sporcandosi le mani e brandendo la sua chitarra acustica con istintività e spirito guerriero, giorno dopo giorno, come racconta lui stesso. Un percorso che lo ha portato a essere riconosciuto e apprezzato anche in Italia, proprio la terra dove, al pari dell’Inghilterra, si trovano le sue radici più profonde.

Luca Masperone  Il nome della tua etichetta, Lanza, era il nome di battaglia di tuo nonno, partigiano genovese. Ce ne parli? La storia della tua famiglia ha influenzato la tua musica?
Jack Savoretti  Sono molto fiero delle mie origini. Mi sento un po’ un “risultato” della Seconda guerra mondiale, sia da parte di madre che di padre. Mia madre è arrivata a Londra perché sua mamma era tedesca e suo papà ebreo polacco. Cosa che nel 1933 non era molto “di moda”, quindi sono scappati. Mio padre invece aveva questo papà eroe della Seconda guerra mondiale, legato alla storia di Genova. Una cosa che amo di questa città è che si è liberata senza l’aiuto degli alleati, che sarebbero arrivati solo due giorni dopo. E mio nonno Giovanni era tra quelli che hanno firmato l’atto di Liberazione della Liguria con la resa dei tedeschi. Questo spiega un po’ tutto di Genova: è una città con le palle. Io sono molto orgoglioso che mio nonno sia stato una bandiera nella storia e nella personalità di questa terra. Il fatto che condivida il suo nome mi dà un grandissimo stimolo, mi lega subito a un luogo in cui non ho mai vissuto, ma dove mi sento a casa. Dopotutto, anche se non a Genova, ho sempre trascorso tutte le mie vacanze estive in Liguria. Se poi questo abbia influenzato la mia musica non lo so!

Luca  Grazie a tuo padre hai avuto modo di ascoltare i cantautori italiani, come De André, Battisti, Dalla, De Gregori. Quali sono secondo te i punti di forza ma anche i limiti, se ce ne sono, della musica dei cantautori italiani di quel periodo?
Jack  Punti deboli non credo ce ne siano, a parte forse la barriera del linguaggio. L’italiano non era parlato in molti paesi, quindi difficilmente questa musica viaggiava al di fuori delle vostre frontiere. Però, tutto sommato, credo che non sia stata una cosa negativa, perché gli italiani godevano abbastanza di questa loro “esclusiva”. In quel periodo c’era una qualità assurda, perché esisteva un’educazione dietro alla musica. Non si scriveva per fare una hit in radio, come capita ora. Si scriveva nell’ambito di un movimento culturale più ampio e legato alla musica; ed era proprio quest’ultima che quasi dirigeva la cultura, e non la cultura a decidere quale musica mettere in sottofondo. La differenza sta lì. È una cosa che manca moltissimo nell’Italia di oggi.

Luca  Tu sei nato a Londra. Se fossi cresciuto in Italia, dove i cantautori oggi non godono di un buon supporto, avresti scelto la strada dell’indipendenza o avresti ceduto e partecipato a un talent show come X Factor?
Jack  Io non sono contro i talent, ma non c’entrano assolutamente niente con quello che faccio e non li capisco. Soprattutto non comprendo la potenza e la manipolazione della macchina che c’è dietro e come riesca ancora a funzionare. In particolare in Italia: all’estero i talent sono una parte piccola del mondo dell’intrattenimento, da voi invece sembra che siano l’unico modo per fare musica. Questa è una cosa che trovo tristissima. Per me sono i fast food della musica. Mi piace mangiare un hamburger ogni tanto, ma se questa è l’unica dieta che dai al paese, la gente inizia a stare male. L’industria musicale italiana è piena di fast food, ma non c’è più il ristorante che cucina bene, con passione, con impegno. Questo crea una generazione che sta cercando di vincere alla lotteria, invece di mettersi a lavorare duramente. La musica si sviluppa e si migliora solo con l’impegno costante. Mi dispiace che le cose stiano così e che questa sia diventata l’unica strada percorribile. Io credo che i successi che ho ottenuto derivino invece dal duro lavoro degli ultimi anni: abbiamo viaggiato molto, suonato in quanti più posti possibili per spargere la voce e la nostra musica, ed è quello che stiamo facendo tuttora.

Luca  So che, mentre ti facevi le ossa suonando dal vivo, in alcune occasioni ti sei trovato in difficoltà, al punto da chiederti se fosse il caso di continuare a fare musica.
Jack  La prima volta che ho fatto un concerto davanti a più persone di quelle che trovi normalmente in un bar è stata al Paradiso, ad Amsterdam. Aprivo per un’artista che si chiama Corinne Bailey Rae e, quando sono salito sul palco, tutto il pubblico pensava che io fossi il ragazzo che sistemava le chitarre. Quando mi sono messo a suonare, tremila persone mi hanno dato le spalle e sono andate tutte al bar. Era difficile recuperare dopo una situazione del genere. Invece il bassista di Corinne mi ha detto di non preoccuparmi, che era solo la prima serata. La seconda infatti siamo andati in Belgio a Bruxelles e abbiamo suonato in un posto stupendo, dove c’erano nuovamente tremila persone (e io ero terrorizzato a causa dell’esperienza della sera precedente). Invece questa volta la gente è stata favolosa, un pubblico silenzioso che ascoltava e reagiva. Bisogna vivere questi alti e bassi per capire come comportarsi. Il pubblico risponde a quello che fai e io all’inizio non sapevo cosa fare e come muovermi. Oggi, dopo molti anni in tournée ne ho viste tante, quindi so un po’ di più come reagire, grazie all’esperienza.

Luca  Cosa pensi dell’attuale scena europea?
Jack  È molto viva. Buona parte dell’Europa sta volando: la Germania, l’Olanda, il Belgio e la Svizzera hanno un mercato sanissimo, abbastanza progressivo e molto aperto. I mercati più difficili sono forse la Spagna e l’Italia, e la Francia per altri motivi. La Francia assomiglia all’Italia nel senso che tiene le porte chiuse agli stranieri e supporta molto gli artisti connazionali, cosa bella secondo me, ma a differenza vostra sostiene maggiormente gli indipendenti che si sono fatti da soli. In Italia invece l’artista indipendente si è quasi estinto.

Luca  A proposito di indipendenti di razza: hai duettato con Zibba, cantautore ligure, nella bonus track “Fall” del tuo ultimo disco. Com’è nata la collaborazione?
Jack  Zibba l’ho conosciuto a Roma e mi sono subito innamorato. Ogni tanto quando vengo in Italia rimango colpito da quanto sia chiusa l’industria della musica, nonostante abbiate un sacco di musicisti incredibili. Quando ho sentito Zibba cantare “Senza di te”, mi ha dato tantissima gioia vedere che il vostro paese è ancora pieno di grandi talenti come lui. È uno vero.

Luca  Cosa consiglieresti a un artista italiano per portare avanti il proprio percorso?
Jack  Di non seguire le opzioni che gli vengono date. A noi, due anni fa avevano detto che eravamo pazzi, che per l’Italia non si può girare in tournée, che agli italiani non interessano gli spettacoli e vanno solo allo stadio (il che un po’ è vero), che dovevo fare TV, dovevo fare un reality. Noi non abbiamo accettato e ci siamo fatti il mazzo viaggiando molto e suonando anche davanti a dieci persone, alcune volte anche di meno. Però siamo arrivati e, concerto dopo concerto, si è sparsa la voce. Direi a ogni artista di scegliere chi vuole essere: uno che lavora o uno che gioca alla lotteria? Vanno bene entrambe le possibilità, però non si può cercare di fare tutte e due le cose. Bisogna buttarsi al 100% su una o sull’altra.

Luca  Quali sono le tue chitarre preferite? Mi sembra di capire che prediligi strumenti con il corpo piccolo.
Jack  Sono sempre stato legato principalmente alla chitarra acustica e in particolare alle Martin, che per me sono su un altro livello. Io suono la 000-28VS, una chitarra favolosa. Ho avuto la fortuna di incontrare l’attuale presidente della Martin, che mi ha raccontato una storia bellissima. Il fondatore dell’azienda faceva parte di una famiglia europea che costruiva mobili. Lui però voleva specializzarsi nella produzione di chitarre, così si recò prima a Vienna per affinare la propria arte, poi decise di trasferirsi in America. Lì conobbe un tale che produceva nylon e si rese conto che si trattava di un materiale adattissimo per realizzare le corde delle chitarre, molto meno caro del budello, che costava troppo. Poi, e qui arriva il bello, vide gli immigrati italiani e i loro mandolini con le corde fatte in acciaio, e provò a mettere quelle stesse corde sulla chitarra classica. In quel momento, secondo Martin, nacque la prima chitarra acustica. E mi piace pensare che sia così, perché c’è un po’ d’Italia in questo: se fosse vero la chitarra acustica sarebbe nata anche grazie a noi! Il modello che suono è un “remake” delle prime Martin, l’ho scelto perché volevo uno strumento che avesse un’identità simile alla mia, volevo che rappresentasse un po’ la mia cultura. Queste, infatti, sono chitarre mediterranee.

Luca  Quando scrivi, come avviene il processo creativo?
Jack  La chitarra a volte è un po’ come un parafulmine: basta tenerla in mano e aspettare che arrivi qualcosa. Non ho regole particolari, sono un autodidatta. L’unica regola è che quando inizio a scrivere una canzone cerco sempre di portarla a termine.

Luca  Ci racconti qualche dettaglio legato alla stesura e alla registrazione del tuo ultimo disco “Written In Scars”?
Jack  Con questo album ho voluto veramente gettare dalla finestra tutte le etichette di genere, ero intenzionato a non fare il tipico CD da cantautore. “Written In Scars” è stato realizzato in modo strano: abbiamo registrato ogni canzone il giorno stesso in cui è stata scritta. Questo è avvenuto un po’ per caso, perché ho iniziato a scrivere partendo dalla batteria: mettevamo giù una base di basso e batteria, io ci improvvisavo sopra e ci siamo accorti che funzionava. Il brano nasceva e veniva fissato lo stesso giorno. Poi naturalmente abbiamo realizzato anche delle sovraincisioni. Però, quello che volevamo veramente era che la musica fosse guidata dal ritmo, inoltre cercavamo questo suono di basso un po’ sporco, utilizzato moltissimo da Ennio Morricone e anche da Lucio Battisti. Volevo scrivere musica per i live, perché è da tanti anni che sono sulla strada e mi sono accorto che c’è un tipo di canzone che dal vivo mi piace suonare di più: diciamo che ho bisogno di energia in questo momento, perché abbiamo dei programmi fittissimi, quindi mi servono brani che in scena mi diano uno schiaffo in faccia. Il disco è nato nell’arco di un anno, forse in 6/8 mesi.

 

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