Intervista a Dario Piana

dario piana

Producer, dj, collezionista di vinili (ne possiede circa 25.000), Ableton trainer e testimonial per Allen & Heath e altri brand, Dario Piana, con 37 anni di esperienza alla consolle, è da considerarsi a tutti gli effetti un vero e proprio maestro.

La sua cultura nasce dall’Afro, fenomeno musicale di fine anni Settanta, in cui il dj non seguiva le hit, ma, attraverso una personalissima selezione, sviluppava dj set in cui spiccavano fantasia e creatività.

Come hai scoperto la produzione musicale?
Penso che la voglia di produrre ti venga quando, per anni, ascolti molta musica. Riconosci lo stile e il suono dell’artista e, solo dopo molti anni, senti questo desiderio. Quando cominciai 25/30 anni fa, si lavorava naturalmente in analogico, i costi per le attrezzature erano proibitivi. Esistevano i fonici, con tanto di banco e outboards, il musicista portava l’idea e loro te la realizzavano. Proprio in quegli anni, studiando da vicino l’arte della produzione e l’assemblaggio di diversi suoni in un’unica traccia, cercavo di carpire dai fonici le tattiche, i trucchi, l’esperienza, per realizzare il mio sogno. Ora il tuo sogno, se sei capace e grazie all’avvento del digitale, puoi realizzarlo direttamente a casa, con costi minori e quindi maggiore accessibilità. Iniziai a produrre musica, prima da autodidatta poi, per completarmi, seguendo dei corsi. Da autodidatta, potevo realizzare discreti lavori, per quello che permettevano di fare i software. Oggi i software di produzione musicale sono molto complessi e, se hai un’approccio da neofita, non potrai mai sfruttare appieno il loro potenziale. I corsi ti insegnano le basi e il potenziale di quello che stai apprendendo, poi bisogna vivere tantissime ore in studio a sperimentare, spesso e volentieri, oltre le regole e ottenere i risultati che desideri. Sei vincente quando hai un’ottima tecnica unita a una grande creatività. Non bisogna mai fermarsi: continuo a fare corsi come utente, da chi ne sa più di me, anche di materie che non sono indispensabili per il lavoro che ho scelto. Non mi sento mai arrivato, vorrei imparare qualcosa di nuovo, ogni giorno.

dario pianaCon che attrezzatura hai cominciato a fare il dj?
Un mixer, due giradischi e due casse acustiche prese in prestito dagli hi-fi di mio padre o dei parenti. Utilizzavo mixer analogici da due o tre canali, spesso con i soli fader e un controllo del master, senza un’uscita cuffia. Solo successivamente i mixer vennero dotati della connessione per la cuffia, ma senza nemmeno la regolazione del volume. Da quel momento in poi fu breve la distanza dall’uscita di modelli con la regolazione dei volumi di preascolto. Sorrido a pensarci: quando arrivarono i primi Tascam, Pioneer, Outline, Lem, con le regolazioni di bassi/medi/alti era già futuro. Arrivando dalla scena afro, facevamo largo uso dei mixer Teac/Tascam, a volte con due canali mono per ogni giradischi, quindi con doppia regolazione e un ponte sui fader per aprire due canali alla volta. I primi giradischi che utilizzavamo all’inizio non avevano regolazione di pitch control, selettore 33/45/78 e fine. Il mio primo piatto fu un Lenco B 55 usato, trazione a cinghia, regolazione 16/33/45/78. La caratteristica di questi giradischi, o simili, è di possedere una leva che aveva i quattro punti per i bpm di default, avevamo così la possibilità di effettuare regolazioni intermedie manuali. Chiaro, i tentativi di mixaggio erano vere e proprie imprese, anche perché fuori dalla regolazione fissa l’escursione dei bpm era notevole e imprecisa, anche in base all’usura del giradischi. Quando arrivarono sul mercato i piatti Micro Seiki, Technics, Thorens, fu un bel passo in avanti. Imparammo a mixare brani “storti” con attrezzature del genere, senza master tempo, senza tasti sync, conoscendo i brani a memoria fino al punto di ricordarsi le variazioni dei bpm e anticiparle. Non c’era spazio per improvvisazione o tentativi: il dancefloor non perdonava, quelli erano gli strumenti e dovevi dare il meglio. Nessuna disattenzione, concentrazione massima, al fine di non sentire sbavature di nessun tipo. Tecnica, cultura, padronanza del dancefloor.

Che set up usi oggi?
I passaggi per arrivare al set-up ideale sono tantissimi e per me non deve essere mai definitivo, questo è il bello di questo lavoro e della tecnologia. Uso da sempre Mac, quindi Mac Pro, serie di HD nella macchina e altrettanti in esterno per gestire librerie, archivi, suoni, progetti. Come interfaccia audio, uso una Motu AVB 1248. La gestione del routing dal pannello di controllo della AVB 1248 è eccezionale. Diffusori Dynaudio BM5A, Subwoofer Dynaudio BM9S e RCF Mytho 8. Per il normale ascolto e durante la stesura, uso le Dynaudio. Ottimo diffusore, uno standard per molti, lineare. Il sub lo utilizzo abbinato ai diffusori BM5A o da solo, quando sono in fase di mix e mastering, per poter ascoltare e rimuovere le eventuali code o equalizzazioni non definitive, solitamente generatrici di imprecisioni nel progetto finale. Il grosso del lavoro, sia in mix che in mastering, da tempo lo sto affidando alla superba coppia di RCF Mytho 8. Cabinet in alluminio, woofer da 8”, due amplificatori in classe AB da 200 watt per le basse frequenze e da 100 watt per le alte. Questo è veramente un diffusore che mi ha stupito, per la qualità e per la linearità nell’ascolto sia a basso che ad alto volume. Come monitor controller, uso sempre l’inseparabile SPL MTC 2381. Come master keyboard utilizzo la NI Kontrol S48, che mi permette di controllare direttamente tutta la suite NI Komplete. Come MIDI controller, da quando è nato, utilizzo Ableton Push e da qualche settimana Push 2, mezzo inseparabile per chi desidera da un controller MIDI il massimo del controllo e della gestione. Inseparabile software, naturalmente, Ableton Live. Quanto di meglio possa utilizzare, per completezza, versatilità e velocità. Inseparabile anche UAD in versione PCI Octo core, per gestire il meglio dei plug ins in circolazione, mix e master, come Teletronix LA-2A, Fairchild 670, Lexicon 224, Pultec EQP-1A. Con otto processori posso gestire senza limite l’utilizzo anche di catene pesanti. Poi Roland Aira, TR8, per i groove, VT3 quando decido di alterare le voci o anche, giocando e sperimentando, facendo rientrare l’effetto con un microfono vicino ad un diffusore. TB3 per realizzare bassline e ancora System 1, potente e flessibile synth, il tutto controllato magistralmente da MX1. Come filtro analogico uso Akai MFC 42, una macchina pazzesca, aggressiva e sporca, ma precisa, come piace a me, con filtro mono e stereo, e la possibilità di gestione indipendente del filtro, mono, stereo e invert. Last but not least, cavi Klotz. Questo è il mio set up migliore, sperimentato da quando iniziai a oggi. Non tantissime cose, ma per mia scelta essenziali, qualitative. Produrre vuol dire passare centinaia di ore sulle macchine, sul singolo plug in, sul settaggio dell’interfaccia e del diffusore. Conoscere al meglio il tuo materiale ti dona sicurezza, potenziale e coscienza dei pregi e dei limiti del materiale che utilizzi.

dario pianaCome sviluppi un’idea per costruire un brano?
Non c’è una regola precisa, mi affido da sempre all’attimo. Spesso è inutile forzare il tempo in studio, quando non sei creativo. Devi produrre, devi inventare, quando hai trasporto, quando ti senti creativo. A volte inizi giocando, un giro di basso, un pad, senza regole… se senti la tua parte creativa, se c’è fluidità nelle idee, devi proseguire. A volte ascoltando un vecchio vinile, trovi un sample e quindi lo utilizzi come base, a volte lasciandolo presente, a volte risuonandolo. Non ho mai sposato la filosofia del “io parto sempre dal groove, da una linea melodica, o io parto sempre dal sample e quindi da un’idea altrui”. A volte ti esce l’idea vincente giocando con un pad, a volte picchiettando su di una drum machine, ma anche ascoltando ore di vinile disco o funk. La creatività non ha indici e regole.

Qual’è il tuo set up live ideale?
Non mi sono mai posto limiti. Nel 2015 vedo ancora diatribe tra tecnologici e amanti del vinile, ognuno sceglie il supporto da utilizzare, senza limiti, come ho detto spesso in seminari e interviste, senza la padronanza del dancefloor, con una pessima scaletta e senza il controllo della famosa “onda”, il tasto sync non ti salva la serata. Sono a favore sia delle laptop performances, con progetti già pre-impostati e MIDI controller, sia dei progetti live dove vengono impiegati software, synth e altre macchine fisiche. Il bello di queste cose, è che sei slegato dall’utilizzo di tracce altrui. Utilizzi tue librerie e suoni personali, puoi customizzarli di continuo fino a rendere diverso il live set dal precedente e dal successivo. Dove ha spazio creativo, il musicista o live performer con tecnica e creatività, offre sempre qualcosa di unico, anche manipolando in real time tracce esistenti.

dario pianaTi affascinano i suoni vintage?
Sì! Pur non essendo un musicista puro, amo tantissimo i suoni vintage. Un Rhodes, un Hammond, un Wurlitzer, un Moog, solo per menzionarne alcuni, sono sogni per ogni over 40, ma anche per molti giovani, quando li scoprono. L’abbinata Hammond/Leslie non ha confronti, per un certo tipo di suono legato a jazz, funk, soul. Il suono del Rhodes penso non morirà mai, é sempre attualissimo, fascinoso. Del Moog cosa possiamo dire? Quel suono, dannato, a volte sporco e incontrollabile, rimarrà eterno. Drum Machine? Roland 808 e 909, per menzionare le mie preferite. Passano gli anni, cambiano i suoni e le mode, ma i suoni percussivi di quelle Roland rimarranno uno standard. Il Kick 808 e 909, rimarrà un punto fisso e di riferimento nelle produzioni per sempre, dall’ hip hop alla techno. Quando è possibile, regalarsi una di queste, o altre macchine, è un regalo che ti emoziona ogni giorno.

Come ti sei avvicinato al mondo dell’ insegnamento?
Molti anni fa, ci fu questo contatto con Backline, attuale distributore di Ableton per l’Italia, forse in cerca di una figura trasversale, non famosa, non legata alle mode o necessariamente alla dance, alle hit e simili. Arrivavo dal vinile, dal funk, dall’analogico puro, sporco, grezzo. Quando mi fu proposto di diventare, tra altri artisti, testimonial e utilizzatore Ableton come dj in Italia, mi si aprì un mondo, legato alla produzione e non solo. Molti si meravigliarono del passo, visto che ero un collezionista di vinile e usavo solo quel supporto. Con Live, la possibilità di lavorare i samples, editarli e customizzarli, era infinita: unire collezionismo ed esperienza alla tecnologia era qualcosa di vincente. Arrivare ai corsi è stato il passo successivo. Avevo molti anni di esperienza, in moltissimi club in Italia, tantissime persone in rubrica, la possibilità di sfruttare al meglio la conoscenza del settore e i software che stavo studiando. Ho 52 anni: penso che una delle cose più belle da fare, quando hai accumulato molta esperienza, è mettere a disposizione delle persone che approcciano questo lavoro quello che hai imparato, senza limiti e senza segreti. Se il segreto muore con te, non rimarrà nulla agli altri. Io voglio e amo pensare che quello che ho imparato prosegua nella testa e nell’anima musicale delle persone che verranno dopo di me. Ho una certificazione Ableton e una Logic, ma da anni il mio tempo è interamente dedicato ad Ableton Live, tra scuole, corsi fissi e seminari.

Quanto ha influito la tecnologia sul tuo modo di lavorare?
Come accennavo poc’anzi, unire esperienza, cultura e tecnologia, è vincente. La tecnologia, se ben usata, ti permette di customizzare, di realizzare versioni personali di tracce esistenti, crearne di nuove e riprodurle dal vivo, nei casi dei più esperti, di editare e personalizzare in real time. Nel mio caso di certo ha migliorato il metodo di lavoro. La modifica, la manipolazione, è insita nella fantasia creativa dell’utilizzatore. Quando con gli anni si acquista la padronanza del software e dell’hardware, diventa naturale pensare e di conseguenza creare. Posso prendere un sample da un vecchio vinile, con scarsa qualità e dinamica, e “ripassarlo” arricchendolo in equalizzazione o in dinamica. Posso arricchire un groove poco aggressivo con kick e percussioni, aggiungere melodie, effetti. Posso convertire un giro di basso preso da un sample in MIDI e utilizzare un mio strumento. Da un loop di beatbox posso uscire con un groove, dove i picchi della voce mi vengono convertiti in una MIDI clip che tiene in considerazione il picco audio in velocity. È ovvio che la tecnologia ha migliorato il lato creativo del nostro lavoro.

Come immagini l’evoluzione dei software nel futuro?
Lavorando a stretto contatto con Ableton, con Allen&Heath, con Izotope e altre aziende, vedo spesso anteprime di prodotti, con un anno di anticipo o più. È un mondo che evolve costantemente. Ai tempi dell’hardware e dell’analogico, il susseguirsi dei prodotti, delle serie, dei modelli, era molto più lento. Da quando l’informatica, i software, sono entrati nella vita di ogni giorno, è difficile prevedere quello che accadrà domani o tra un anno. Passando da Ableton 4, o 5, all’ultimo 9.5, ci ritroviamo con le ultime versioni dove tutto è possibile, o quasi. Spesso bisognava attendere il numero successivo del software, per vedere sostanziali cambiamenti, ora, anche con un upgrade a distanza di poche settimane dal precedente, ti ritrovi con modifiche importanti. Diventa duro pensare cosa potrà offrire un software di produzione tra cinque o dieci anni. Il confine audio-video è sempre più sottile, il campionamento migliora sempre più, i convertitori stanno facendo passi da gigante, la differenza tra suono originale e suono digitale è sempre più sottile e impercettibile. I MIDI controllers permettono di intervenire sul singolo tool, sul singolo parametro, sulla singola automazione, con risultati sorprendenti. La possibilità di controllo offerta da superfici touch e, in molti casi, dal proprio palmare è incredibile. Ogni volta, l’avanzamento del software, il nuovo upgrade, può emozionare per le novità introdotte. Dopo averle metabolizzate, inizi a pensare alle eventuali idee, migliorie, che spesso suggeriamo e comunichiamo alle case madri. Anche se bisogna riconoscere che le aziende ci stanno stupendo da moltissimi anni, perché spesso molti dj, o musicisti amanti della tecnologia, finiscono per entrare nel loro staff. In conclusione: aspetto che mi stupiscano sempre più!

Hai una tua etichetta: Bluenoises Records.
La Bluenoises ha quattro anni di vita. Arrivo dalla disco, dal funk, dal rare grooves. Pubblico cose nu disco e downtempo, mie e di altri artisti. La scelta è stata quella di non lavorare con aggregatori, ma di avere un account diretto su Juno Download e su Traxsource, i due portali maggiormente specializzati e focalizzati sui suoni che amo. Inutile pubblicare su molti portali, a mio parere, se questi sono diametralmente opposti al tuo suono, e non viene fatto nulla per la tua promozione. Da due anni ho aperto anche 9000Sounds, anch’essa digitale, specializzata in deep house, ma sempre con suoni e release molto mirate. Nessun limite, ascolto ogni demo che arriva all’indirizzo email delle label. In mezzo allo spam di molti artisti che mandano di tutto, senza spesso considerare il focus della label, spesso arrivano anche lavori molto belli, da gente anche sconosciuta. L’originalità, la stesura, l’idea, devono catturarmi. E di gente nel mondo che realizza belle cose, ce n’è veramente tanta. Chiaramente il tipo di musica scelto è di nicchia, anche se nel caso della nu disco devo dire che sta raccogliendo discreti numeri nel mondo. Le matrici originali, i suoni disco 70, sono state pietre miliari, e quindi il range del pubblico spazia parecchio, rispetto a molti altri generi. Parliamo sempre di numeri irrisori, al cospetto di EDM e altro. Continuo comunque a dare tracce ad altre label, a volte scambi, a volte remix. Sono per le collaborazioni, non per l’individualità e l’egoismo. Se in questo paese si collaborasse di più tra addetti ai lavori, come succede in molti paesi del mondo, avremmo un’Italia musicalmente migliore, più ricca e creativa.

Strumenti Musicali – Gennaio 2016

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