Intervista a Alberto Caltanella – La musica e l’arte salveranno il mondo

Doppio appuntamento con il chitarrista Alberto Caltanella, che domani presenterà il suo nuovo album Wind Bells da 440 Hz di Andrea Luciano a Varese, mentre sabato 19 marzo sarà all’Acoustic Circool di Baveno, sulla sponda occidentale del Lago Maggiore. I due incontri saranno un’occasione unica per conoscere il nuovo album e ascoltare uno dei più promettenti chitarristi acustici italiani. Ne abbiamo parlato con lui, partendo proprio dal suo lavoro discografico.

Recentemente hai pubblicato Wind Bells un fotolibro contenente CD, spartiti e foto di Venezia… Quanto è importante per un musicista avere coscienza delle proprie radici? Si può dire che la città è stata per te la tua musa ispiratrice?

Venezia è un monumento a cielo aperto, dove, come scrivo nel libro… ”Pietre, palazzi, colonne e ogni ponte appartengono ad un glorioso passato, fatto di Gotico-Bizantino, Rinascimento e Barocco, le cui caratteristiche si possono incontrare in ogni forma e sfumatura”… In questa frase penso davvero di aver sintetizzato tutto!
La Venezia che descrivo non è quella di Piazza San Marco, ma quella delle piccole corti, campielli e calli un po’ nascoste; è la città lagunare fatta di persone, costumi e luoghi a me particolarmente cari e lontani dalle zone di maggior flusso turistico.
Tendenzialmente si tende a viaggiare e a preferire “l’erba del vicino”, ma tanto poi si torna sempre a casa (a comporre!). Eh sì, perché il leit motiv di tutto il nuovo album Wind Bells (alla lettera campane nel vento) è il suono che proviene dagli innumerevoli campanili della città lagunare unito alla sensazione del vento che si ha nelle lunghe giornate di primavera. I vari suoni che si “sommano” sono stati davvero la musa ispiratrice in tutti questi nuovi brani; ascoltando il disco ti accorgi che in ogni brano ricorre una piccola sequenza che ricorda, appunto, le campane.

Nel disco ci sono influenze di diversi generi. Qual è lo spirito di Wind Bells? Tu come lo definiresti?

Sai, dopo aver suonato e composto per decenni, quello che si produce è un mix di tutto: usando la tecnica Flatpicking (originaria della musica tradizionale americana nei primi del secolo scorso) si parte dal Bluegrass per arrivare alla musica celtica, si passa per il folk attraversando “oceani di Blues” (Blue Bells è dedicata al genere afro-americano), ma ci sono elementi di musica classica, mediterranea e quello che qualche decennio fa veniva volgarmente definito New Age.
Anni fa dicevo che è unoStrumming con fantasia”, poi diventato “Creative Strumming”, come definito sul mio sito www.albertocaltanella.com.
Il tutto ovviamente composto ed eseguito con le mie chitarre acustiche!

Qual è il tuo rapporto con la chitarra?

Direi che me le sono sposate! Ho iniziato da autodidatta con una classica a cui avevo subito sostituito le corde con quelle in acciaio, poi una vera acustica, poi elettriche varie, poi dal 1998 solo acustiche.
Adesso sono endorser Taylor Guitars (California) e Bachmann Guitars (liuteria artigianale di Anterselva­ – BZ), senza contare che tra i miei sponsor ci sono anche Evidence Audio, Oktava, Pirazzi Strings, Schertler Group, SPL cioè marchi strettamente connessi al mondo musicale/pro-audio.
La chitarra rappresenta la mia naturale estensione… cioè quello che non riesco ad esprimere con le parole lo dico con la chitarra.

Hai collaborato con grandi artisti, come Clive Carrol, Peter Price, Franco Morone, Giorgio Cordini, Tony McManus, Vincenzo Zitello, Victor Villadangos, Michael Fix. Quali sono le cose più importanti che hai avuto modo di scoprire?

Il fatto di suonare la stessa sera sullo stesso palco con diversi artisti, ti pone nella condizione di confrontarti e comunicare, cosa che invece non avviene mai quando vedi un video in rete. La cosa a mio avviso fondamentale per un musicista è infatti quella di suonare, suonare, suonare (il più possibile!).
Quando si suona assieme con tali personaggi, è sempre utile imparare quei piccoli dettagli che possono farti crescere musicalmente, e comunque il divertimento è sempre assicurato.
Quando c’è unione e sinergia (parlo delle Jam finali), la gente se n’accorge e si crea un “momento” di energia e passione, come fosse un cerchio magico sopra le nostre teste!

Cosa insegni ai ragazzi che incontri durante i tuoi workshop?

Cerco di essere pratico il più possibile, perchè la gente ha bisogno di dettagli che possano far riflettere e capire come migliorare: dall’uso del plettro, alla posizione “complicata” della mano destra in base a quello che si vuole ottenere in termini di sound e dinamica. Cerco anche di comunicar loro che la costanza è la cosa fondamentale se vuoi suonare con un certo livello e una certa sicurezza.
Sapere la tavola degli intervalli o il sistema tonale per quinte ascendenti/discendenti è sempre utile, ma ciò che conta è sempre la pratica; il miglior insegnante siamo noi stessi, cioè è nostro compito capire e definire cosa va approfondito, studiato e migliorato (ovviamente anche con delle lezioni s’intende). I tutorial didattici in rete sono fantastici solo se possiedi già una buona tecnica, perché se hai davanti una persona che ti segue e ti vede, capisce dove stai sbagliando e ti dà le dritte per migliorare.
Concludo dicendo che la musica e l’arte salveranno il mondo… ce ne vorrebbe sempre di più, perché ciò che riguarda le emozioni e la bellezza è fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità intera!

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