Il suono del synth? Non è nel synth!

La suite Vintage Compressors di Native Instruments

Un appassionato di elettronica chiede in un gruppo Facebook: “Con che synth posso ottenere il suono contenuto nel video di YouTube che linko qui sotto?” Fin qui tutto normale: peccato che, ascoltato il suono in questione, la risposta sia “Con nessun synth: ti serve un compressore!”.
In effetti ci è capitato decine di volte di ascoltare un suono in un disco e desiderare di riprodurlo nella nostra musica: del resto, il desiderio di emulazione dei propri idoli musicali è da sempre uno dei motori più potenti nello spingere i giovani verso la musica suonata. Comincia allora la caccia allo strumento magico, ovvero all’oggetto che, con la semplice operazione del suo acquisto, ci permetterà di raggiungere i nostri obiettivi sonori.
Purtroppo la realtà è ben più complessa: anzitutto spesso è anche questione di tecnica esecutiva, e con questa intendiamo non solo il fraseggio di tastiera, ma anche la complessa combinazione di utilizzo di strumenti di espressione quali wheel e comandi di pannello. Tuttavia, anche studiando nei microdettagli la tecnica esecutiva dei nostri artisti di riferimento non è detto che ne veniamo fuori: lo stesso YouTube può aiutarci tantissimo ad analizzare in ogni particolare il set-up di un musicista e la sua tecnica strumentale, ma ancora nulla è in grado di dirci in merito a come è stato costruito “quel” suono che sentiamo su disco o ascoltiamo in un live. Non dobbiamo infatti dimenticare che “il suono del disco” dipende da una complessa catena di strumenti, outboard e altri apparati della quale il synth è solo il primo anello. Questo concetto è assolutamente scontato nel mondo chitarristico perché il chitarrista, più di ogni altro musicista, è abituato a scolpirsi il proprio suono da solo e, di conseguenza, a dotarsi di tutti gli apparati per farlo: tale suono nasce infatti da una complessa combinazione di corde, pick-up, chitarra, stomp-box, amplificatore, cabinet, microfono di ripresa e nessuno trova nulla di strano in ciò. Per le tastiere invece “si pretende” che suonino perfette già con il loro semplice collegamento al mixer, ma non è affatto detto che sia sempre così. Vi possono infatti essere synth dal suono bello, ma un po’ spento, oppure troppo freddo e digitale, che possono trarre grandissimo beneficio da un primo passaggio in un preamplificatore coloristico, dotato magari di trasformatori e/o valvole sul percorso del segnale. Apparati come il Warm Audio TB12 o il Lindell 6X-500 (giusto per restare su modelli poco costosi) possono infatti impartire punch e quel minimo di saturazione che amalgama e arricchisce di “crema” il suono di sintetizzatori altrimenti belli, ma troppo impersonali o taglienti.
La preamplificazione creativa arricchisce soprattutto suoni di basso e di lead, e in genere si presta meglio alle parti soliste che ai pad, ma in ogni caso la solita, opportuna dose di sperimentazione è in grado di evidenziare le soluzioni migliori e quelle più confacenti al proprio stile musicale. Da non sottovalutare anche la possibilità di amplificare in cassa determinati strumenti sintetici e poi riportarli nella DAW tramite una ripresa microfonica, come avevamo già indicato in una puntata precedente di questa rubrica. Le considerazioni sull’uso di un pre non freddamente clinico, ma viceversa colorato, possono ovviamente estendersi anche agli equalizzatori con analoghe caratteristiche, ma questo è tutto sommato scontato. Meno ovvio è il ricorso al compressore per scolpire il suono ben al di là di quanto consentito dal semplice intervento su inviluppi e filtri di un sintetizzatore. Capita infatti spesso che la “pacca” di una linea di basso che sentiamo nei dischi non sia dipendente solo dall’uso di una determinata patch, ma da una sua successiva “scolpitura” a colpi di compressione creativa. L’uso di comp come l’intramontabile UREI 1176, specie se settati su tempi di attacco lunghi e fattori di compressione medio-alti, consente di ottenere una spinta altrimenti inottenibile col solo strumento di base. Anche gli effetti di pompaggio che negli ultimi anni tanta popolarità hanno conosciuto grazie allo stile di David Guetta e a tutta la cosiddetta French House possono sì essere ottenuti lavorando solo sull’inviluppo di un synth, ma di solito diventano maledettamente più efficaci passando un suono con Sustain elevato dentro un compressore pilotato in side-chain dalla parte di cassa o di basso. La scelta del tipo di compressore qui è cruciale e certamente va scartata a priori l’idea che un modello valga l’altro: tutti i compressori comprimono, su questo non v’è alcun dubbio, ma ognuno lo fa a modo suo. Negli studi di una volta, quelli grandi e iper-professionali, il sound engineer aveva a disposizione più outboard e anche tanto tempo per provarli tutti in modo da scegliere poi quello più efficace per ciascun task sonoro. Oggi che lavoriamo tutti in casa questa possibilità non c’è, ma in compenso grazie al virtuale possiamo accedere alle repliche di diversi tipi di compressori famosi, e sulla base del loro utilizzo a confronto farci poi la nostra esperienza. Validissime per esempio sono le suite di compressori di Native Instruments e alcune repliche di Waves. Se poi potete spendere qualche soldino di più sono imperdibili le repliche di Universal Audio per piattaforma UAD, mentre se al contrario volete spendere poco o nulla cercatevi lo Stillwell The Rocket (notevolissima rendition dell’1176) o i compressori di Variety of Sound (freeware). Infine non vanno sottovalutate le potenzialità dei processori di transienti: si tratta di macchine (fisiche o virtuali, non importa) che intervengono sulla dinamica del suono in transito non comprimendola come farebbe un tradizionale compressore (e cioè al superamento di una soglia) ma piuttosto sagomandola come farebbero i comandi di Attack e Release di un inviluppo. Anche in questo caso si possono ottenere suoni che nessuno strumento riuscirà a generare da solo, oppure a scolpire una ritmica con una facilità assai maggiore di quanto sarebbe possibile intervenendo sullo strumento a monte. Validi esponenti di questa categoria di prodotti sono i vari SPL della serie Transient Designer, nonché le loro repliche software a cura dello stesso costruttore germanico. Vale la pena di provarli sulle proprie macchine, e scoprire un intero mondo di suoni che prima non si riuscivano a ottenere.

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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