[quote_box_center]Piatti bucati, sovrapposti, o ridotti a spirale,
di spessori inusitati e di forme imprevedibili, rivettati, o tagliuzzati. Piatti originali nel suono, oltre che per l’aspetto.[/quote_box_center]

— Andrea Beccaro —

[su_dropcap style=”flat” size=”5″]L[/su_dropcap]a batteria, strumento infinito, nel significato di mai finito. Eccoci a dedicare uno speciale a qualcosa che, fino a relativamente poco tempo fa, non esisteva ancora. Qualcosa che non fa parte del virtuale (dove novità ed evoluzioni viaggiano a velocità elevatissima), ma qualcosa di concreto, fisico, tangibile, potremmo dire primordiale, dal momento che il materiale che viene usato per la sua produzione ha avuto l’onore di vedersi assegnare addirittura un’Età, quella che va dal 3500 al 1200 a.C. circa.: l’Età del bronzo.
Il bronzo. I piatti. Gli effetti. L’elettronica. Ingegneria al contrario. Il suono concepito nel virtuale che torna – letteralmente – nelle mani del musicista e si umanizza. Parliamo dei piatti “speciali” o “diversi”, o “effetti”, tutti quei piatti, cioè, che non rientrano nelle categorie “classiche” di Hihat, Ride, Crash, China o Splash. Piatti bucati, piatti molli, piatti quadrati, piatti a spirale, piatti sovrapposti etc etc.

Il batterista ha sempre sperimentato soluzioni creative alla ricerca della propria voce, sia nel campo dei tamburi che in quello dei piatti. Basti pensare all’avvento del flat ride, nella seconda metà degli anni Sessanta, o all’uso ingegnoso di piatti crepati, che, terminata la loro esistenza di strumento “normale”, riacquistavano nuova vita ed espressione.
Successivamente, grazie alla sempre maggiore presenza del sintetizzatore nella musica contemporanea, il batterista ha sentito l’esigenza di avvicinarsi al tipo di sonorità rumoristica prodotta da quello strumento e ha iniziato ad accoppiare due piatti tradizionali, sovrapponendoli per ottenere un suono più corto, secco, incisivo e definito, che, a sua volta, ha stimolato ulteriore ricerca e sperimentazione. Nel frattempo, l’esplosione della musica elettronica offriva ulteriori sonorità ad ascoltatori e musicisti affamati di timbriche nuove. Il batterista curioso voleva includerle nel suo catalogo, per poterle utilizzare in ambito acustico, suonato, interattivo, non programmato.
A questo punto, però, l’uso alternativo di piatti pre-esistenti non bastava più. Unendo idee, tecnica costruttiva ed esperienza, batteristi e marchi produttori hanno iniziato a creare modelli che erano altro rispetto ai precedenti, difficilmente catalogabili, che trascendevano categorie e generi musicali. Nacquero così i primi piatti dedicati ai suoni speciali, piatti che sorprendevano nell’aspetto e nel suono. Piatti che hanno stimolato miriadi di batteristi a rivedere i propri set, a realizzare che altre sonorità erano possibili. La loro popolarità è andata costantemente in crescendo, così come l’offerta da parte dei marchi produttori, a tal punto che oggi non c’è marchio che non proponga almeno alcuni modelli di piatti “speciali”, o addirittura serie intere dedicate ad essi.

Una rapida – e non definitiva – ricerca ci ha portato a scoprire che oggi i vari marchi offrono più di 200 modelli di piatti “diversi”, qualcosa di impressionante se pensate che sono strumenti di recente concezione, a dimostrazione del fatto che rappresentano ormai una categoria a sé, un’ulteriore evoluzione della sonorità della batteria che ha portato, sta portando e porterà ad altrettanta evoluzione del linguaggio batteristico.

Opinioni e differenti punti di vista

Nel nostro giro di consultazioni abbiamo voluto raccogliere non solo le impressioni di batteristi, ma anche quelle di un gestore di drum shop, un ingegnere del suono/produttore, un compositore e un drum/tech, in modo da offrire impressioni dall’orizzonte più ampio. Anche perchè non dobbiamo dimenticarci – noi batteristi – che, in fondo, siamo gli unici a sentire lo strumento dalla nostra prospettiva, cioè il seggiolino.

[su_spoiler title=”Wahoomi Corvi” style=”fancy” icon=”chevron-circle”]

Da 15 anni produttore e ingegnere del RealSound studio, studio di registrazione professionale in provincia di Parma, con all’attivo più di un centinaio di produzioni internazionali principalmente Rock, Hard Rock e Metal, in ambito indipendente o in collaborazione con varie etichette. Gli abbiamo chiesto di spiegarci il suo punto di vista in materia di piatti “speciali”.

Corvi— Purtroppo, a mio parere, il suono dei piatti in generale viene spesso sottovalutato in alcune delle produzioni dei giorni odierni. Penso che la banda di frequenze più alta venga percepita dallo spettatore/ascoltatore come “qualità del suono”, quindi una banda alta pulita, dinamica, tridimensionale e profonda ti permette di sfruttare tutto il range di frequenze e dinamico in fase di mixaggio. In registrazione i piatti “diversi” richiedono un po’ più di attenzione, perché devono essere bilanciati col set del batterista, non devono nè prevalere nè sentirsi troppo in lontananza.

Per la ripresa solitamente preferisco aggiungere ai normali overheads un microfono dedicato, in prossimità di ognuno di questi piatti. Il mio gusto personale è quello di utilizzare microfoni a condensatore a capsula piccola, in modo da rendere al massimo l’attacco del piatto. In mixaggio non faccio altro che compensare i panoramici con la giusta quantità dei microfoni dedicati, in modo da avere ogni singolo piatto alla giusta dinamica e profondità. Inoltre il microfono dedicato mi permette di comprimere separatamente ognuno di questi piatti e di utilizzare valori di attacco e rilascio differenti. Ovviamente piatti più acuti con frequenze più alte vanno processati con attacchi più lenti e rilasci più veloci; quando si scende di frequenza l’attacco del compressore deve aumentare di qualche millisecondo ed il rilascio diminuire. D’altra parte più microfoni si aggiungono più tutto diventa complicato, perché ci sono da gestire le fasi/controfasi di ognuno di esso. Il consiglio è sempre quello di rivolgersi a personale competente: i professionisti nella musica esistono ancora!

Reputo la scelta di questa tipologia di piatti principalmente artistica. Da produttore penso che ogni batterista debba scegliere i suoi piatti (anche quelli più standard) come fa un pittore con i colori della propria tavolozza. Poi sta alla capacità e al gusto personale utilizzarli appropriatamente, in parti dove possano essere a disposizione del brano che si sta suonando, per creare un effetto o un’ambientazione particolare. Da tecnico del suono mi sento di consigliare ai batteristi di fare molta attenzione al bilanciamento dei piatti. Sembra una cosa inutile da dire, però non tutti i piatti suonano bene tra di loro, non tutti i piatti suonano bene per il genere che state suonando e non tutti i piatti rendono al meglio dove li avete posizionati. Sceglieteli accuratamente e posizionateli dove sì vi sono più comodi, ma anche dove vi immaginate di sentirli nel panorama stereo del mix.

[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Sergio Fanton” style=”fancy” icon=”chevron-circle”]

Personaggio a tutto tondo dell’universo batteristico italiano e non solo, ci racconta la sua esperienza/visione in merito, dal punto di vista di drum tech delle stelle.

Fanton— Ricordo la comparsa dei primi modelli “bucati” attorno al 2003/2004… ricordo anche la mia curiosità quando, nel 1979, sentii uno strano piatto/effetto suonato da “un certo” Stewart Copeland: era uno splash! Era abbastanza una stranezza in quel periodo! Ricordo quindi che le considerazioni in merito a queste nuove proposte (piatti con fori etc.) erano divise in due blocchi:

1– è un’operazione di marketing per proporre qualcosa di nuovo a tutti i costi, perché non sanno più cosa fare.

2– è la nascita di un nuovo orizzonte sonoro, che deriva da una precisa esigenza e richiesta da parte di alcuni batteristi.

La necessità, secondo me, era realizzare una serie di piatti con decadimento molto veloce abbinati anche a una serie di effetti sempre a decadimento veloce. Si voleva realizzare piatti più dinamici che suonassero meno.

Ho sempre immaginato e pensato a questi strumenti come a una serie di “pedali effetto” per chitarristi (fuzz, overdrive, flanger, chorus, metal distortion etc. etc.). Quindi mi sono sentito più vicino al concetto espresso nel blocco numero 2, anche perché le cose vanno capite bene e ci vuole sempre un po’ di tempo per potersi creare una giusta opinione. Ultimamente mi sono convinto che i “piatti speciali” stanno assolutamente contribuendo allo sviluppo del linguaggio batteristico.
Eddie Van Halen con flanger e chorus ha creato il suo timbro; The Edge degli U2 con riverberi e le ripetizioni; Allan Holdsworth con le più disparate concatenazioni di effetti. Vedo e sento questo genere di cose nel batterista che si approccia all’uso di piatti speciali, ma… la cosa che fa la differenza (come per il chitarrista) è rendersi conto dove l’uso di questi piatti crea veramente il “momento” particolare. Qui subentra un attento ascolto (come per il chitarrista che deve decidere quale suono distorto sia meglio usare e quando) per capire quale suono sia più funzionale.
Per esempio, durante l’ultimo tour clinic con Aaron Spears tutti sono rimasti molto impressionati dall’ottimo timbro dello stack composto da uno Zildjian Spiral Thrash, in combinata con un piatto Gen16; così come ci siamo accorti che il primo crash che aveva montato sul suo set (uno Zildjian K 17” brilliant) non suonava bene nell’ambito del set stesso, quindi è stato sostituito con un Kerope da 19”, uno Zildjian dal suono più morbido, più dinamico sulle medio basse e decisamente più consono al timbro del set up esistente. Lo so, non è facile comunicare a parole certe sensazioni, ma si può fare e si può (e si deve) arrivare sempre a capire se un piatto sia coerente con la musica che vogliamo suonare. Che sia un “piatto speciale” oppure no.

[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Dario Fogliato” style=”fancy” icon=”chevron-circle”]

Lo storico responsabile del reparto batterie di Merula (Roreto, Cuneo). Gli abbiamo chiesto di farci una piccola cronistoria dell’avvento dei piatti “speciali” in un drum shop.

Fogliato— Dunque, si parte con O-zone (con lo zampino di Weckl), prime consegne in Italia nel 2010, poi a seguire Zildjian con la serie EFX, sia K che Avedis Custom, e a cascata Paiste Alpha-Swiss, Meinl etc. Stesso periodo per l’avvento degli stack, tra i primi Sabian Max stack (grazie a “Santo” Portnoy, che tutto quello che mette in commercio è oro per i negozianti), accoppiata splash/china che incuriosisce tutto il mondo batteristico prog e non; poi Meinl presenta le accoppiate china /splash con un prezzo decisamente più basso, ultimi arrivati i Paiste PSTX con una linea di piatti bucati e di stack con prezzo ancora più basso.
L’interesse dei batteristi (per quanto riguarda lo stack) sta crescendo di nuovo, grazie a questi nuovi drummer che sono tornati ad usare vari effetti nei loro set. Il piatto bucato in parecchi casi ha sostituito il china; essendo meno aggressivo piace anche a chi non vuole usare il classico china, che in fatto di suono impegna abbastanza. Credo che la commercializzazione dei piatti “diversi” non sia stata solo una questione di marketing; il fatto stesso che Weckl, Portnoy, Rabb, Greb etc. abbiano messo del loro mi fa pensare che ci sia stata parecchia ricerca.
Oggi un buon drum shop deve avere una certa scelta di modelli, in quanto la richiesta spesso supera quella di china o splash in generale. A me personalmente piacciono parecchio, per quel suono corto che danno gli stack e per il “morbido effetto china” dell’O-zone, ma con piu’ colore di un china o di uno splash, adattabile a qualunque genere musicale.

[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Andrea Manzoni” style=”fancy” icon=”chevron-circle”]

Pianista e compositore sempre più in vista, attivo sia nel mondo classico che in quello jazz contemporaneo. Gli abbiamo chiesto come le sonorità dei piatti “speciali” siano entrate a far parte della sua musica.

Manzoni— Sono sempre stato affascinato dai batteristi che amavano sperimentare sonorità differenti attraverso l’utilizzo di “piatti speciali”, non convenzionali. Ho sempre visto questo utilizzo come un valore aggiunto all’interno della sonorità di una band e di un brano, lasciandomi influenzare da batteristi come Mark Guiliana, Arthur Hnatek, Chris Dave.

Nel tempo ho cominciato a percepire le varie sfaccettature di un ride o di un crash e a pensare agli arrangiamenti partendo dalle loro sonorità, sino ad arrivare all’utilizzo dei piatti sovrapposti presenti nel mio secondo disco Destination Under Constrution, registrato con il mio trio. Ogni brano, dal punto di vista batteristico, è un mondo a sè, costruito ad hoc anche attraverso l’utilizzo di questi piatti, che secondo me stanno contribuendo a sviluppare ulteriormente il linguaggio dello strumento. Credo che sia un aspetto evolutivo inevitabile, legato a una raffinata ricerca sonora, in cui la batteria rappresenta non solo un elemento ritmico, ma anche un elemento timbrico. Questo porterà a sviluppare un nuovo linguaggio batteristico e, suppongo, anche un nuovo approccio didattico, non solo legato a tecnica/stili etc, ma anche alla conoscenza approfondita di quello che possono essere i piatti, il loro utilizzo, e le varie accordature della batteria.

Dopo le registrazioni di Destination Under Construction ho cominciato a scrivere e pensare agli arrangiamenti in modo molto diverso, rispetto a come avevo scritto fino ad allora, partendo spesso da idee timbriche legate a piatti e tipi di accordature che potevano funzionare all’interno del mondo sonoro che stavo costruendo.

[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Phil Mer” style=”fancy” icon=”chevron-circle”]

Renga, Pino Daniele, Malika Ayane, Pooh… senza dimenticare l’interessantissimo progetto che unisce musica e arte, The Framers. Questo è Phil Mer. Anche a lui abbiamo chiesto di descriverci il suo utilizzo dei piatti “diversi” e le motivazioni delle sue scelte.

Phil— Penso sia difficile dare una definizione di piatto “speciale”: ogni piatto che scelgo e tengo ha per me un suono speciale, riconoscibile… un carattere. Probabilmente quelli “non speciali” sono i piatti classici, con una sonorità, per quanto infinita nelle sfumature, più consolidata nell’immaginario collettivo della batteria.

Ho iniziato la mia ricerca riciclando piatti rotti (non tutti i mali vengono per nuocere), tagliando campane, sovrapponendo due crash, creandomi dei charleston con due splash per avere una timbrica affilatissima oppure con due ride per avere un suono grossissimo; poi ho cominciato a mettere piatti sui tamburi e capire quali suonavano meglio e quali effetti si potevano ottenere… lo stesso valeva per chiavi e sonagli incollati sul charleston o catene e collane appese sui ride. Siccome questa è diventata una tendenza diffusa tra i batteristi negli ultimi anni, i marchi produttori di piatti hanno messo in commercio dei piatti cosiddetti “speciali”, ma ho sempre preferito costruirmeli e modificarli artigianalmente… fatta eccezione per alcuni prodotti davvero speciali della Zildjian, che mi supporta ormai da qualche anno: il Remix hihat da 13”, con i sonagli incorporati, i crash bucati che ormai preferisco di gran lunga ai china, e il mitico “Crash of Doom” da 18”, che sembra avere la distorsione incorporata, purtroppo non più in commercio.

Ogni modifica o sperimentazione sul set nasce fondamentalmente dal desiderio di sentire qualcosa di diverso e quindi dalla noia nei confronti di ciò che si è sentito o provato per molto tempo. Un esempio: sono stato per molti anni un grande utilizzatore di splash e china, ma da qualche anno li ho completamente rimossi dai miei set perché sento che ne ho abusato e perché hanno segnato uno stile e un’epoca batteristica importante da cui voglio distaccarmi per cercare strade nuove. Sicuramente l’emulazione di sonorità elettroniche ha condizionato molto il trattamento del set e il modo di suonarlo, pensiamo ad esempio allo stile di Chris Dave, Mark Guiliana, Deantony Parks, che è fortemente influenzato dalla musica elettronica non solo a livello di timbrica, ma anche di modo e di “cose che si fanno” sullo strumento.

Spesso dal vivo, anche in contesti assolutamente pop (l’ho fatto con Renga, Malika e con Annalisa) cerco di riprodurre i suoni di una batteria elettronica o di un loop sul set acustico, senza portarmi appresso il pad elettronico. Con alcuni piccoli accorgimenti e con la complicità del fonico si ottengono risultati strabilianti, preservando la dinamica e il feeling dello strumento suonato “a mano”. Ogni superficie risponde in maniera diversa a livello di rimbalzo e, ad esempio, suonando un hihat ottenuto sovrapponendo due crash o due ride si deve tenere conto di una risposta diversa del piede.

Con uno splash sul rullante si ottengono effetti diversi a seconda di dove si colpisce: sullo splash direttamente, sulla pelle del rullante, pelle e bordo del rullante… ciò che è fondamentale, a mio avviso, è sempre il controllo che si ha sullo strumento e saper dosare la pressione dinamica, che cambia inevitabilmente a seconda del risultato che vogliamo ottenere. Questo è un aspetto fondamentale della tecnica. Alcuni piatti vanno suonati piano, altri vanno colpiti forte per ottenere determinati effetti, senza peró creare sbilanciamenti sul resto del set: per esempio bisogna imparare a suonare contemporaneamente forte la cassa e piano il piatto e viceversa. In genere gli altri musicisti prendono sempre il “pacchetto” completo di quello che proponi sulla batteria. Raramente si pongono il problema in termini strettamente tecnici di cosa hai fatto al set per ottenere un suono diverso. Devo dire che il fatto di proporre un suono alternativo ha sempre stimolato tutti i musicisti a cercare qualcosa di diverso anche sul proprio strumento. Ma questo effetto non lo ottieni solo grazie ai “piatti speciali”, ma attraverso un approccio alla musica in generale che è esplorazione e ricerca, in qualche modo riconosco in questo approccio, che cerco di trasferire in tutti gli ambiti musicali, il cuore del jazz. Quanto ai fonici è chiaro che anche loro dovranno abbandonare schemi preconfezionati e cercare di ascoltare cosa proponi di nuovo. Ho sempre grande stima del fonico che prima di mettere e aprire i microfoni viene in sala ripresa a sentire a orecchio nudo il tuo suono. È anche vero però che certe volte un suono particolare che risulta efficace sentito acusticamente, non ottiene lo stesso effetto microfonato. Anche per questo motivo mi capita di adottare questo genere di soluzioni prevalentemente dal vivo in ambito pop/rock… per assurdo in studio viene preferito un suono più convenzionale che viene eventualmente trattato in postproduzione.

[/su_spoiler] [su_spoiler title=”Federico Paulovich” style=”fancy” icon=”chevron-circle”]

Batterista in crescita continua che necessita di poca presentazione (basti pensare al suo progetto principale, i Destrage). Gli abbiamo chiesto di descriverci il suo utilizzo dei piatti speciali e le motivazioni delle sue scelte.

Federico— In qualità di artista UFIP, da 7 anni ormai, sto trovando grandi soddisfazioni con i piatti della serie Blast. Hanno un suono davvero particolare, una specie di incrocio tra crash e china, molto simile a quello che altre aziende hanno raggiunto con i famosi piatti coi buchi. In questo caso però il risultato è stato ottenuto mediante martellature molto più profonde, che conferiscono a questi piatti una peculiarità molto interessante: se accoppiati nello stesso senso creano uno stack che funziona sempre bene, indipendentemente dalle misure. Questo avviene perché la profondità delle martellature contribuisce a tenere i piatti distanziati di quel minimo sufficiente a farli vibrare (cosa che non avviene accoppiando due crash normali, che solitamente non suonano).

Nel mio set ho uno stack fatto appunto con un Blast da 15” dentro a un Blast da 16”, poi ho un 19” che uso da solo. Un’alternativa è quella di creare uno stack con un crash e un china. Nel mio set ne ho uno fatto con un crash Class da 14” dentro un china Brilliant da 16”, ma questo è stato possibile soltanto facendo diversi esperimenti in azienda quindi, a meno che non troviate degli stack già assemblati, sconsiglio di prendere un crash e un china a caso, perché potrebbe non suonare per niente bene. Altri effetti che ho acquisito di recente sono l’Hi-Hat Clang, e lo Snare Clang; non sono dei veri propri piatti ma degli anelli ricavati da essi, ai quali vengono montati dei sonagli. Come si evince dal nome nascono per essere utilizzati su Hi-Hat e rullante per arricchirne o modificarne il suono, ma non mi piace porre limite alla fantasia nell’utilizzo di questi strumenti. Principalmente direi che molti dei batteristi che più mi hanno influenzato negli ultimi anni ne facevano uso, poi utilizzandoli mi sono reso conto delle grandi potenzialità che avevano nell’ampliare lo spettro sonoro del set. Oggi li trovo indispensabili in molte situazioni, per esempio in molti pezzi dei Destrage, la mia band, li uso come vero e proprio piatto da accompagnamento oltre che come effetto. L’unica differenza degna di nota a livello esecutivo, secondo me, è che se devi suonarci dei pattern piuttosto fitti o impegnativi non puoi contare quasi per niente sul rimbalzo, quindi serve un polso ben allenato.

Inizialmente ho notato che c’era una certa “curiosità” da parte dei fonici e degli altri musicisti poi, una volta capita la vasta applicazione che possono avere, sono diventati subito un must. Dai fonici non ho ricevuto grosse lamentele, se non che potessero essere troppo vicini al tom, dando fastidio al suo microfono, o che microfonarli singolarmente fosse una sorta di spreco per il suono che producono.

Devo dire che, negli ultimi anni, ho potuto assistere alla nascita di un vero e proprio trend da parte di quasi tutte le aziende produttrici (con tempistiche e investimenti differenti) nel mettere a catalogo tutta una serie di effetti che già solo 10/15 anni fa non esistevano. Questo significa che il mercato li richiede e che uno strumento così giovane come la batteria è ancora in costante evoluzione, anche dal punto di vista timbrico. Di solito sono gli artisti che cominciano a fare un uso alternativo di certi strumenti e poi le aziende li costruiscono ad hoc per quello scopo; sono molto curioso di vedere cos’altro uscirà nei prossimi 5/10 anni.

[/su_spoiler] [su_carousel source=”media: 2744,2745,2746,2747,2748,2749,2750,2751,2752,2753,2754,2755″ limit=”24″ link=”lightbox” width=”760″ height=”160″ items=”5″ title=”no” pages=”yes”] [su_spoiler title=”Discografia” class=”my-custom-spoiler”]

Forse a chi non è della materia potrà sembrare strano, ma esistono dieci, cento, mille tipi di piatti per batteria: da quelli classici a quelli bucati passando per quelli a spirale o a stack. Qui di seguito sarà possibile scoprire alcuni piatti cosiddetti “speciali” e chi li usa. Si inizia con il marchio tra i più famosi al mondo: Zildjian. Molti batteristi prediligono i suoi piatti e uno di questi è il Texano Eric Harland, conosciuto per le sue collaborazioni con i nomi migliori dell’industria jazz come Betty Carter e Joe Henderson, solo per fare due nomi. Harland, il cui ultimo album solista dal titolo Vipassana di risale al 2014, è solito usare i K Zildjian and K Custom. Un altro affezionato Zildjian è Billy Bob Thornton, il quale afferma che all’inizio della carriera era estasiato al suono di questi piatti e non appena ebbe successo fece in modo di avere il suo personale drum kit che comprendeva anche i Zildjian. Un suo album? The Edge of the World del 2003. Restando sui prodotti della stessa casa ma passando alla versione Fx, ovvero quella che dona al suono una tono esotico ma di carattere, troviamo l’Oriental China Trash: questo piatto è usato molto da Travis Barker, batterista dei Blink 182 il cui album più recente è Dogs Eating Dogs del 2012. Passiamo a un’altra casa molto conosciuta, Sabian, e subito vengono in mente Terry Bozzio, batterista statunitense che ha suonato con Frank Zappa e Jeff Beck, e i suoi 18” Radia crash. La scelta è Sabian anche per lo statunitense Mark Guiliana che come piatti predilige i 23” Artisan Light Ride e i 16” HHX Ozone, tantissime le sue collaborazioni con importanti artisti. Per citare uno su tutti, Guiliana ha suonato in Nothing Has Changed (2014) di David Bowie. Anche il texano Chris Dave, batterista influential della scena jazz, gospel e hiphop utilizza Sabian e per la precisione i 18” crash/ride with rivets. Il batterista svizzero Serge “Jojo” Mayer – noto per essere il leader del gruppo Nerve, band che mescola elettronica, ritmi jungle, Break Beat e Drum & Bass – utilizza il Sabian 14” Hoop Crasher. Un’altra importante casa produttrice è la tedesca Meinl. Molti sono i musicisti che usano i suoi piatti speciali, come il famoso Chris Coleman che vanta collaborazioni con Prince, Chaka Khan, N.K.O.T.B. Egli utilizza i 10” Byzance Dark Splash, 20” Byzance Extra Dry Medium Ride e 12” Generation X Filter China. C’è poi JP Bouvet con i suoi 18” Soundcaster Fusion Trash Crash e 14” Byzance Vintage Sand Hat, pensando a lui possiamo citare la sua band Helicopria e l’ultimo lavoro SuperGeist. I “piatti speciali” sono molto amati dai rockers e dai metallari, ecco quindi che si fa strada il batterista dei Freak Kitchen, band svedese di rock sperimentale il cui ultimo album risale al 2014 ed il titolo è Cooking with Pagans, nel suo drum kit non possono mancare il 12” Generation X Safari Hihat e il 14” HCS Trash Stack, con il suo suono così diretto e tagliente. Brann Dailor dei Mastodon ama utilizzare il 21” Mb8 Ghost Ride, e probabilmente l’avrà usato anche nell’ultimissimo album Once More ‘Round The Sun. Il carattere ricco e brillante del 16” Byzance Brilliant China piace invece a Tommy Clufetos, batterista dei Black Sabbath, nonché di Ozzy in Scream, ma anche di Alice Cooper, Rob Zombie e John5, della collaborazione con quest’ultimo il frutto è The Devil Knows My Name. 18” Byzance Brilliant China anche per Kris Mazzarisi, batterista degli LMFAO, band che “ha fatto il botto” con l’ultimo lavoro Sorry for Party Rocking del 2011.

Ora tocca anche ai piatti di produzione tutta italiana, il marchio è Ufip e sono da poco usciti con la serie Vibra, il cui endorser è Adriano Molinari (Zucchero) che ha attivamente collaborato alla loro creazione. Ci sono poi i piatti a marchio Paiste, utilizzati da molti artisti come Tommy Aldridge dei Whitesnake, Paul Bostaph degli Slayer o ancora Patrick Carney dei Black Keys. Eloy Casagrande, nei Sepoltura dal 2011 con l’album Kairos, ha nel suo drum kit, tra i tanti, un 18” Rude Novo China e un 14” PST X Swiss Flanger Stack. Il modello Alpha Metal Splash non può invece mancare nel kit di Stewart Copeland, il famosissimo batterista dei Police, e parlando di questa band non si può non pensare al grande disco del 1979: Reggatta de Blanc.

— Marina Coricciati

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