— Fabio Artoni

Paolo[su_dropcap style=”flat” size=”5″]P[/su_dropcap]aolo Angeli è arrivato ad Addis Abeba, Etiopia, lo scorso marzo, invitato dall’Istituto Italiano di Cultura per un workshop con la locale scuola di jazz e per un concerto solo. Prima di stupire il pubblico con la sua chitarra che si sfrega, pizzica e percuote ha cercato di sorprendere se stesso. Perché, dice, “la mia musica si nutre di vita”. Ha preso un taxi collettivo in direzione Merkato, il più grande dell’Africa, e poi ha camminato solo in mezzo a tanti, tra la fatica di scaricatori e portantini che fanno pensare che lì la ruota non sia stata ancora inventata. Aveva bisogno di capire dove fosse capitato ma sin da quando andava a scuola in barca da Palau all’isola della Maddalena è un uomo che non ha paura di navigare in mare aperto. La sera ha suonato un repertorio che sfugge alle definizioni, come la sua chitarra sarda preparata. Ha cantato, con emozione, da cantador sardo e mentre cantava aveva negli occhi l’immagine della ragazzina venditrice di strada di gomme da masticare. Poi ha raccontato dello strumento.

Una chitarra sarda con un puntale da violoncello, per poterla suonare in verticale con un archetto; una mano meccanica al ponte con sei dita martelletto, un dito per ogni corda, azionate singolarmente dai piedi tramite una coppia di pedali. Una cordiera da otto corde trasversali alla buca con un plettro meccanico. E altre quattro corde sospese e tirate tra un ponte di contrabbasso e un ricciolo di violoncello. Nella cassa un piccolo ventilatore da tavolo che quando parte genera un supporto da bordone ronzante. In totale diciotto corde che anche quando non vengono sollecitate vibrano per simpatia. E poi uscite separate per le corde per effettare il suono, una molla sulla cassa e una serie di accessori (un filtro da lavandino, schede telefoniche, carta e plastica…) da infilare sotto i piedi o tra le corde perché il timbro è un animale dalle mille forme. Una chitarra che è un concentrato di “saperi organologici disorganici tra loro”, ha scritto Salvatore Aresi in una tesina sull’argomento, in rete su academia.edu. Una dozzina di anni fa Pat Metheny vide un concerto del polistrumentista sardo (batterista, chitarrista, bassista, cantante…) e si innamorò di quello che faceva; volle una chitarra uguale e il liutaio Stanzani e Francesco Concas gliene fecero una. Vedere Angeli in concerto è un po’ come ascoltare i suoi gesti…

Paolo Angeli  Il gesto è alla base della mia musica. Suonare significa confrontarsi con l’umano e il gesto del suono è confrontarsi con i limiti del corpo umano. L’aspetto fisico dei gesti e quello visivo sono l’essenza del mio fare musica. In questo modo riesco a comunicare anche con i non addetti ai lavori e ad aprire delle porte. Quando qualcuno mi sente suonare pensa che io stia utilizzando una loop station. Ma questo è in linea con quella che chiamerei la loop generation. Così come negli anni Settanta c’era il distorsore o il wah wah e poi negli anni Ottanta il flanger oggi c’è la loop station. E invece io suono tutto in maniera diretta. Questo strumento e la mia pratica esecutiva sono nati dal fatto che in generale ho più suoni in testa di quelli che riesco a suonare. Ho in testa una musica già arrangiata, ma il mio corpo non riesce ad eseguirla. E allora ho due possibilità: o abbandono qualche idea oppure aumento il repertorio di gesti che mi permettono di produrre quei suoni.

Fabio  Nella tua filosofia quello che c’è su disco è quello che vuoi suonare dal vivo?
Paolo  Esatto. Quando faccio qualcosa mi piace pensarlo realmente suonabile e non aggiungo mai sovraincisioni in studio. E allora tutto quello che si ascolta è associato al gesto del suonare. In questo momento sto studiando nuovi gesti. Io lavoro con i piedi per produrre delle note con la chitarra, attraverso due pedali che muovono le dita meccaniche sul ponte della chitarra: con il piede destro faccio la sezione dei bassi e con il sinistro se sto suonando con un ritmo irregolare dò l’accento per tenere il beat. Nella ricerca attuale sto cercando di abituare i piedi a non arrivare a fine corsa del pedale in modo da non attivare il martelletto che percuote le corde e ottenere così solo il suono percussivo del pedale che sbatte sul legno. Aumentando la dinamica ottengo nota ed effetto percussivo. Sto abituando i piedi anche a fare un lavoro tacco punta e sto pensando a dei pickup da applicare sotto i pedali per avere con lo stesso gesto, ma con livelli di dinamica diversi, l’effetto percussivo insieme o meno alla produzione della nota.

Fabio  È un po’ come il lavoro del ballerino di tip tap…
Paolo  Certo, anche se io lo associo piu volentieri con il flamenco, per la passione che ho per questa musica. In generale credo di essere un ottimo ladro di idee ed esperienze. Penso a Fabrizio Spera e agli Ossatura, a Chris Cutler, che negli anni Novanta arrivavano con delle piccole molle montate su un tavolo e con dei microfoni a contatto generavano dei suoni concreti. Penso spesso alla possibilità di realizzare un tablet analogico. Mi viene in mente quello che utilizza Bjork dal vivo, il Reactable. Vorrei arrivare a un tablet analogico/gestuale che metta assieme il gesto e il timbro creato con materiale povero.

Fabio  Lavorare con accessori comuni è una tua caratteristica…
Paolo  È anche una cosa che spiazza sempre. Una volta ho fatto un duo con Antonello Salis a Londra e l’assistente si indispettì perché sul palco vide delle pentole. È che Antonello prepara il piano con pentole cinesi, mestoli e altre cose. Chi arriva in sale tra le poltrone di velluto e vede sul palco tutto quel pentolame pensa a un “chatarrero”…

Fabio  Quale spazio dai all’improvvisazione?
Paolo  Più che improvvisare è come se ragionassi per macrofamiglie. Ho un materiale composto di quattro ore di musica scritta, dal quale posso pescare. Poi ho una pratica quotidiana di tre ore sullo strumento dove indago su delle aree. Sto pensando a una collaborazione con un musicista etiope. Lui mi ha spiegato i modi della sua cultura musicale e io passerò diverso tempo a lavorare attorno a queste aree. Più il tuo corpo annulla la distanza tra pensiero e gesto più le emozioni hanno spazio per fluire, e l’improvvisazione scorre in maniera più fluida e semplice. Se c’è un ambiente estremamente conservatore è quello della musica improvvisata, che quasi vorrebbe elevare a virtù quello che noi in Sardegna chiamiamo il “nascere imparato”. Come se ci fosse una dimensione assolutamente naturale del fare musica. E invece nessuno “nasce imparato”… La musica ha a che fare con la ricchezza culturale e la storicizzazione di valori culturali. Le avanguardie come il free jazz ormai sono linguaggi. Nell’improvvisazione si compone una suite in tempo reale mettendo insieme delle isole strutturate dove ci si ricava dentro degli spazi di improvvisazione.

Fabio  Che ritorni hai dai workshop che fai nei Conservatori?
Paolo  Assolutamente positivi. Sono sempre piu convinto che il problema sia nella sovrastruttura dell’istituzione. E invece i musicisti, i giovani musicisti, sono molto ricettivi.

Fabio  Parlaci del canto sardo…
Paolo  Ho studiato chitarra tradizionale in Sardegna, dove nel repertorio tradizionale la chitarra accompagna il canto, come nel flamenco. Il mio maestro è stato Giovanni Scanu, un grande dell’accompagnamento dagli anni Venti fino ai Sessanta. Mi insegnò che il chitarrista deve essere il database di tutte le variazioni di tutti i cantanti in vita, perché quando canta deve sapere come supportarlo. E poi ho cominciato a cantare. In repertorio ho il canto a ghiterra e canti liturgici come la “Deposizione di Cristo dalla Croce”, un canto favoloso, che ha la fioritura della musica corsa, la solennità di quella sarda e la variazione armonica del gregoriano. I cantadores erano dei geni e dei grandi uomini. Ricordo Salvatore Stangoni, straordinario cantore di Aggius, un comunista che smise di cantare in chiesa perché gli chiesero di passare alla Democrazia Cristiana… È che la musica spesso ha a che fare con i tradizionalisti più che con la tradizione. Quelli che dicono che una certa cosa non si può fare perché non è canonica… E invece la storia ci dice che negli anni si è fatto di tutto. Penso alla tropatura. Musicisti che presero la melodia liturgica e ci misero dei testi in gallurese, spesso d’amore. Sulla melodia dello “Stabat Mater” parlavano della bellezza della propria donna. Chissà cosa pensarono quei tradizionalisti quando sono arrivate le tropature come quella sul Gloria in latino dove il testo è diventato “Bella, le mie virtu sono consacrate a te, la mia matrona, non ho più niente altro, ho il tuo cuore e tu ne sei la padrona, la mia vita è tra le tue braccia, fai quello che vuoi di me…”.

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